5 Ottobre 2026, lunedì
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Netanyahu sfida Teheran e si rivolge al popolo iraniano: “Unitevi per la libertà”

In un video diffuso durante l’attacco missilistico dell’Iran, il premier israeliano lancia un appello diretto agli iraniani e annuncia nuove operazioni militari. Intanto cresce il pressing internazionale, tra diplomazia, retorica bellica e silenzi ingombranti.

A cura di Daniele Cappa

Gerusalemme – Un messaggio che suona tanto come appello quanto come sfida. Benjamin Netanyahu, nel pieno della tempesta missilistica che ha coinvolto Israele e Iran, si è rivolto direttamente al popolo iraniano, esortandolo a ribellarsi contro la teocrazia di Teheran. “Il regime non sa cosa lo ha colpito, né cosa lo colpirà”, ha dichiarato il premier israeliano in un video diffuso nelle ore più tese dell’offensiva. “È giunto il momento che il popolo iraniano si unisca attorno alla propria bandiera e al proprio patrimonio storico, difendendo la vostra libertà da questo regime malvagio e oppressivo”.

Il discorso è stato pronunciato mentre Tel Aviv rivendicava il successo di un’operazione militare preventiva, condotta – secondo fonti israeliane – per “neutralizzare la minaccia nucleare e missilistica balistica” proveniente dall’Iran. Netanyahu ha inoltre affermato che Israele ha già distrutto “una grande parte dell’arsenale missilistico balistico iraniano” e “la struttura di arricchimento dell’uranio più importante”. Il messaggio si è concluso con un avvertimento: “Altre azioni sono in arrivo”.

Le parole del premier israeliano hanno acceso ulteriormente un clima internazionale già infuocato. Da Washington, si apprende che l’ex presidente Donald Trump ha avuto un colloquio con Netanyahu, in un’inedita sovrapposizione di voci e ruoli tra diplomazia ufficiale e iniziative personali che fanno eco alla lunga ombra delle elezioni presidenziali statunitensi.

In Europa, anche la premier italiana Giorgia Meloni ha avuto un colloquio telefonico con il leader israeliano. Palazzo Chigi fa sapere che Meloni ha riaffermato “la necessità che l’Iran non si doti mai dell’arma nucleare” e ha espresso sostegno agli sforzi diplomatici in corso da parte degli Stati Uniti per raggiungere un accordo. Tuttavia, la presidente del Consiglio ha anche ribadito “l’urgenza di garantire pieno accesso agli aiuti umanitari per la popolazione civile di Gaza”, tema sempre più pressante nei rapporti euro-mediterranei.

Nel dibattito italiano, però, non mancano le polemiche. A sinistra e nei movimenti pacifisti cresce l’irritazione verso una linea giudicata ambigua: l’Italia continua a evitare ogni presa di posizione esplicita sull’operato di Netanyahu, nonostante l’infrazione di numerose norme internazionali e le accuse mosse da più ONG e organismi internazionali sull’uso della forza a Gaza. In molti chiedono che il governo italiano, nel rispetto dell’articolo 11 della Costituzione – che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali – adotti una posizione più netta sia nei confronti del conflitto che verso il ruolo giocato da Israele.

Del resto, il titolo di “criminale di guerra” attribuito da varie voci al premier israeliano non è più soltanto una provocazione politica, ma una questione che tocca i princìpi della giustizia internazionale. La Corte Penale Internazionale ha avviato indagini in merito, e il silenzio di molte cancellerie europee, inclusa quella italiana, appare sempre più difficilmente sostenibile.

Nel frattempo, la tensione non accenna a diminuire. Mentre Teheran risponde con toni minacciosi, e le cancellerie si muovono a fatica tra diplomazia e realpolitik, l’asse tra Netanyahu e le correnti più interventiste internazionali sembra rafforzarsi. Il popolo iraniano, da parte sua, rimane stretto tra due fuochi: da un lato il regime autoritario degli ayatollah, dall’altro l’ombra lunga dei conflitti regionali che troppo spesso hanno parlato in nome della loro libertà, senza ascoltarla davvero.

Geopolitica di una crisi: tra retorica bellica e diritto internazionale

Le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu non sono semplicemente un messaggio rivolto al popolo iraniano. Sono anche un segnale – forte e chiaramente politico – inviato alla comunità internazionale, con un doppio obiettivo: rafforzare il consenso interno, in un momento in cui il governo israeliano è contestato anche sul fronte domestico, e tracciare una linea rossa nelle dinamiche strategiche mediorientali.

Chiamare in causa direttamente la popolazione iraniana, prospettando un’alleanza ideale per la “libertà”, significa tentare di isolare il regime di Teheran, delegittimandolo non solo come attore internazionale, ma come rappresentante del proprio popolo. È una mossa diplomatica ardita, che richiama alla memoria la retorica delle “primavere arabe” o persino quella usata dagli Stati Uniti prima di interventi militari in Iraq e Libia. Ma oggi, in un contesto multipolare e fragile come quello attuale, tali prese di posizione rischiano di accendere focolai incontrollabili.

L’Iran, da parte sua, interpreta l’uscita di Netanyahu come una provocazione bellica. E in effetti il rischio di escalation è tutt’altro che teorico: nonostante l’apparente successo israeliano nelle operazioni mirate, resta alto il rischio di rappresaglie da parte delle milizie sciite nell’area – da Hezbollah in Libano agli Houthi in Yemen – oltre che una possibile risposta diretta di Teheran, anche attraverso cyberattacchi o operazioni clandestine.

A livello geopolitico, il confronto si gioca anche sul terreno del diritto internazionale. Israele rivendica il diritto all’autodifesa, sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Tuttavia, l’interpretazione di questo diritto – specialmente quando si traduce in attacchi preventivi o colpendo infrastrutture al di fuori del proprio territorio – è da sempre oggetto di tensioni. Molti osservatori richiamano il principio di proporzionalità e la necessità di prove solide e condivise in ambito multilaterale. Azioni unilaterali, anche se motivate da esigenze di sicurezza, rischiano di minare l’autorità delle istituzioni sovranazionali come l’ONU e la Corte Penale Internazionale, riducendo lo spazio del diritto a favore di una politica del “fatto compiuto”.

L’Italia, come altri Paesi europei, si trova davanti a un bivio: mantenere una posizione prudente e bilanciata, o assumere una postura più esplicita, rischiando però di rompere gli equilibri tra alleanze storiche e obblighi costituzionali. L’articolo 11 della Costituzione italiana, che ripudia la guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, impone una riflessione profonda sulla legittimità e sull’efficacia delle azioni militari unilaterali, anche quando condotte da partner strategici.

In questo scenario, il vero rischio è che la politica internazionale venga assorbita da una spirale di polarizzazione, dove il linguaggio della forza prende il sopravvento su quello del diritto. E in questa spirale, a pagare il prezzo più alto continuano ad essere i civili: a Gaza, in Iran, in Israele, ovunque la guerra venga chiamata “libertà”, ma si traduca in sangue.

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