Tel Aviv – La tensione sul fronte del blocco navale imposto a Gaza torna a salire. La nave umanitaria Madleen, battente bandiera di Panama e parte della Freedom Flotilla Coalition, è stata intercettata e sequestrata dalla marina militare israeliana nella giornata di domenica 9 giugno mentre navigava in acque internazionali con rotta verso la Striscia. A bordo, dodici attivisti provenienti da diversi Paesi, tra cui la nota attivista svedese per il clima Greta Thunberg e l’europarlamentare francese Rima Hassan.
La notizia è stata confermata dalla stessa organizzazione Freedom Flotilla Coalition, che ha parlato apertamente di un “rapimento” del proprio equipaggio da parte delle forze israeliane, denunciando l’uso di sostanze irritanti durante l’abbordaggio e l’interruzione delle comunicazioni satellitari. Il video diffuso sulla pagina Instagram ufficiale dell’iniziativa mostra Greta Thunberg in un appello concitato: “Siamo stati rapiti dalle forze israeliane. Eravamo in missione umanitaria, disarmati”.
Il racconto dell’assalto
Secondo quanto riferito dagli attivisti e confermato da osservatori internazionali, l’abbordaggio sarebbe avvenuto in pieno Mediterraneo, lontano dalle acque territoriali israeliane. La nave trasportava beni umanitari destinati alla popolazione civile di Gaza, colpita da una gravissima crisi umanitaria dopo mesi di bombardamenti e blocco totale degli accessi da terra, mare e cielo.
Le autorità israeliane hanno motivato l’intervento come parte del “doveroso controllo” contro ogni tentativo di violare il blocco navale. In un comunicato diffuso dal Ministero degli Esteri, Tel Aviv ha dichiarato che “la barca a vela sta navigando in sicurezza verso un porto israeliano. Tutti i passeggeri verranno identificati e successivamente rimpatriati nei rispettivi Paesi d’origine”.
Il caso Greta
A catalizzare l’attenzione mediatica è stata in particolare la presenza a bordo di Greta Thunberg, 22 anni, divenuta volto globale delle mobilitazioni ambientaliste e pacifiste. Dopo il video iniziale pubblicato sui social, è stato lo stesso Ministero degli Esteri israeliano a tentare di rassicurare l’opinione pubblica internazionale con una nota ufficiale, accompagnata da una foto in cui l’attivista riceve un panino da un soldato israeliano. “Greta è sana, salva e di buon umore”, si legge nel post.
Le reazioni internazionali
L’episodio ha suscitato immediate reazioni da parte di ONG, associazioni umanitarie e rappresentanti politici europei. Amnesty International e Human Rights Watch hanno condannato “l’uso della forza contro civili disarmati” e chiesto che gli attivisti vengano rilasciati immediatamente, sottolineando che l’intercettazione in acque internazionali potrebbe configurarsi come una violazione del diritto internazionale.
Anche il Parlamento europeo è intervenuto sulla vicenda, con alcuni eurodeputati che hanno chiesto un’indagine indipendente sull’accaduto e sollecitato la Commissione UE ad agire per garantire il rispetto del diritto umanitario.
Una sfida simbolica
La Madleen rappresenta l’ultima iniziativa della Freedom Flotilla, un progetto nato nel 2010 con l’obiettivo di rompere simbolicamente – e talvolta fisicamente – il blocco navale imposto da Israele su Gaza. Il precedente più drammatico risale proprio a quell’anno, quando l’abbordaggio della nave turca Mavi Marmara si concluse con la morte di nove attivisti per mano dei militari israeliani.
Nel caso odierno, sebbene non si registrino feriti, l’incidente rimette sotto i riflettori la questione dell’accesso umanitario alla Striscia di Gaza, dove oltre due milioni di persone vivono in condizioni disperate, tra scarsità di cibo, acqua potabile e cure mediche.
La vicenda della Madleen potrebbe aprire un nuovo capitolo nelle tensioni tra Israele e la società civile internazionale, in un contesto già infiammato dal protrarsi del conflitto in Medio Oriente. Mentre i governi si muovono con cautela diplomatica, l’opinione pubblica globale si interroga sull’efficacia e la legittimità di un blocco che, secondo molte organizzazioni umanitarie, sta trasformando Gaza in una “prigione a cielo aperto”.
