PARIGI – Otto condanne, due assoluzioni e una vicenda che torna a far parlare di sé quasi un decennio dopo. Il tribunale di Parigi ha emesso la sentenza definitiva sulla spettacolare rapina subita da Kim Kardashian nell’ottobre 2016, quando la star americana venne sequestrata e derubata di gioielli per oltre 9 milioni di euro nella sua suite privata dell’Hotel de Pourtalès, nel cuore della capitale francese.
Il colpo, orchestrato con precisione militare e compiuto da una banda di rapinatori travestiti da agenti di polizia, aveva scosso il jet-set internazionale. A distanza di anni, la giustizia francese ha fatto il suo corso: otto persone sono state riconosciute colpevoli, mentre due imputati, accusati di aver agito come informatori interni, sono stati assolti per insufficienza di prove.
Il cervello del colpo: Aomar Aït Khedache
La condanna più pesante – otto anni di carcere, cinque dei quali sospesi – è toccata ad Aomar Aït Khedache, 69 anni, ritenuto il capo della banda e mente dell’intera operazione. Khedache, già noto alle forze dell’ordine, è stato anche multato per 5.000 euro. A incastrarlo, oltre alle testimonianze e alle intercettazioni, un’agenda trovata nel suo appartamento con annotazioni cruciali sull’organizzazione del colpo.
Gli altri complici e le loro pene
Condanne simili – sette anni di reclusione, con cinque sospesi – sono state inflitte a Yunice Abbas, che aveva ammesso il proprio coinvolgimento, e a Didier Dubreucq, soprannominato “Occhi azzurri”, figura centrale nella sorveglianza e logistica dell’irruzione. Stessa pena anche per Marc-Alexandre Boyer, accusato di aver fatto da vedetta nella hall dell’hotel insieme ad Abbas. Boyer è stato inoltre sanzionato con una multa di 5.000 euro per possesso illegale di arma da fuoco.
Condannato anche il figlio di Khedache, autista del commando durante il colpo, con una pena di cinque anni, quattro dei quali sospesi. A François Delaporte, accusato di aver fornito documenti falsi per un secondo colpo mai realizzato, sono stati inflitti tre anni di carcere.
Una segretaria ottantenne tra i condannati
Tra i condannati spicca anche il volto più insolito di tutta la vicenda: Christiane Glotin, 80 anni, unica donna del gruppo, soprannominata dalla stampa “la segretaria criminale”. Per lei, il giudice ha disposto quattro anni di reclusione, ritenendola responsabile di aver coordinato comunicazioni logistiche e fungendo da tramite tra i membri della banda.
Un colpo da film, ma con un epilogo reale
Il furto a Kim Kardashian fu definito “la rapina del secolo” per le modalità cinematografiche con cui venne eseguito: cinque uomini armati e mascherati, entrati nell’hotel di lusso, avevano immobilizzato la star, legandola e imbavagliandola nella sua stanza, prima di fuggire con un bottino di gioielli, tra cui l’anello di fidanzamento dal valore stimato di 4 milioni di euro. Il colpo ebbe ripercussioni globali: shock mediatico, nuove misure di sicurezza per le celebrità e una pausa nella vita pubblica della stessa Kardashian.
Giustizia è fatta, ma resta il mistero su parte del bottino
La sentenza segna una svolta, ma non chiude del tutto il caso: parte del bottino non è mai stato recuperato, inclusi alcuni dei gioielli più preziosi. La polizia francese ritiene che siano stati smistati e rivenduti all’estero poche ore dopo la rapina.
Dopo anni di indagini e interrogatori, la giustizia francese ha tracciato una linea: i responsabili sono stati identificati e puniti. Ma il caso Kardashian rimane, a distanza di quasi dieci anni, uno dei simboli più eclatanti della vulnerabilità delle celebrità nel mondo iperconnesso di oggi.
