C’è un’Europa che avanza nei diritti civili, e poi c’è l’Italia. Nel 2024, il nostro Paese sprofonda al 36° posto su 49 nella classifica annuale stilata da ILGA-Europe – l’organizzazione che monitora le politiche LGBTQ+ nei Paesi del continente per conto della Commissione Affari sociali del Parlamento europeo. È un arretramento allarmante, se si considera che nel 2023 occupavamo la 34ª posizione. Ora siamo affiancati da Stati con democrazie fragili o in transizione, come Georgia e Lituania. E perfino l’Ungheria di Viktor Orbán, nota per la sua politica fortemente illiberale, ci sorpassa, attestandosi al 30° posto.
A pesare sul giudizio di ILGA-Europe non sono soltanto le leggi che mancano, ma anche le parole e le azioni di chi governa. Il rapporto punta il dito contro la retorica tossica e retrograda che serpeggia tra le fila della destra italiana. Dai discorsi della premier Giorgia Meloni – che definisce la maternità surrogata “un crimine” e invoca una famiglia composta solo da “una mamma e un papà” – alle esternazioni omofobe e transfobiche di esponenti di spicco della maggioranza.
Un florilegio inquietante: Federico Mollicone di Fratelli d’Italia ha equiparato la genitorialità omosessuale a una “deviazione”, sostenendo che la surrogata sia “peggio della pedofilia”; il presidente del Senato Ignazio La Russa ha dichiarato che gli “dispiacerebbe avere un figlio gay”; il senatore Lucio Malan ha condiviso post social che assimilano l’omosessualità alla pedofilia. Il generale Roberto Vannacci, Lega, è diventato il simbolo di una propaganda che fomenta l’intolleranza.


Il rapporto denuncia anche le conseguenze quotidiane di questo clima: aggressioni, discriminazioni, violenze. Solo nel 2023, secondo Arcigay, si contano oltre cento atti violenti, tre omicidi e tre suicidi nella comunità LGBTQ+. Un tragico bollettino che si accompagna al sistematico smantellamento di ogni iniziativa di tutela, a partire dalla scuola.
Invece di agire come presidio educativo, le istituzioni scolastiche vengono osteggiate quando tentano di introdurre corsi contro il bullismo omotransfobico. Il binomio ProVita & Famiglia e Fratelli d’Italia arriva persino a diffidare i dirigenti scolastici che offrono agli studenti trans le cosiddette carriere alias, strumento di semplice burocrazia inclusiva esistente da oltre vent’anni.
Eppure, in questo panorama scoraggiante, si apre uno spiraglio di speranza. Il 22 maggio, la Corte costituzionale ha emesso una sentenza storica, riconoscendo la piena genitorialità delle coppie omogenitoriali. Una pronuncia che smentisce le circolari restrittive del Ministero dell’Interno – emanate all’inizio del governo Meloni – e riafferma il diritto dei figli ad avere entrambe le figure genitoriali riconosciute all’anagrafe, indipendentemente dal sesso dei genitori.
Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, vice presidente del Movimento 5 Stelle, ha celebrato la decisione della Consulta come la conferma di un cammino avviato nel 2018, quando fu la prima amministratrice a trascrivere l’atto di nascita di bambini nati in famiglie arcobaleno. “Nel 2018 abbiamo fatto un primo fondamentale passo, tutte e tutti insieme, proprio nel Comune sotto il quale ci siamo ritrovate oggi a festeggiare.
E ora una sentenza mette al sicuro quel passo dando i giusti diritti a tanti bambini italiani che prima erano discriminati e i giusti diritti e doveri alle loro mamme.
Perché è questo il punto, ed è sempre stato questo.
Ma non finisce qui. A chi continua a fare propaganda, ad instillare paure, ad alzare muri, noi rispondiamo con l’amore. Perché l’amore non si cancella e non si nasconde e noi siamo ancora qui, più forti. Viva le famiglie arcobaleno. Questa battaglia è fatta di dignità e diritti. E no, non finisce qui”, ha affermato, sostenuta da realtà come Torino Pride, Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford.
Le sue parole sono una risposta netta a chi semina paura, a chi usa la propaganda ideologica per erigere muri. “Noi rispondiamo con l’amore. Perché l’amore non si cancella e non si nasconde. E noi siamo ancora qui, più forti”.
Il quadro che emerge dal report Rainbow Europe è chiaro: non è un’emergenza ideologica, ma una crisi democratica. I diritti civili non sono concessioni, ma fondamenti della convivenza. L’Italia non può più permettersi di restare ferma, né tantomeno di regredire. Serve una politica che smetta di considerare i diritti LGBTQ+ come un “problema” e inizi finalmente a riconoscerli per quello che sono: una garanzia di libertà per tutti.
