Resta sospesa tra le ipotesi di omicidio e suicidio la verità sulla morte di Liliana Resinovich, la 63enne scomparsa a Trieste nel dicembre del 2021 e ritrovata senza vita poche settimane dopo, in circostanze che continuano a sollevare dubbi e interrogativi.
Al momento, l’unico indagato è il marito della donna, Sebastiano Visentin, mentre le indagini proseguono con discrezione, in attesa dei primi esiti degli esami sul materiale sequestrato nella sua abitazione: tra gli oggetti al vaglio degli inquirenti ci sono forbici, coltelli, lame e alcuni abiti.
A complicare ulteriormente il quadro investigativo, ci sono tre perizie che raccontano scenari molto diversi. La più autorevole è la cosiddetta “super perizia”, firmata dalla nota anatomopatologa Cristina Cattaneo per conto della Procura. Secondo i risultati, Liliana sarebbe stata prima percossa e poi uccisa, escludendo l’ipotesi di un gesto volontario.
Una visione contestata dalle perizie di parte. La prima, commissionata dal marito Visentin, tende invece a rafforzare l’idea del suicidio, mettendo in discussione la ricostruzione dell’aggressione. La seconda, elaborata su richiesta del fratello di Liliana, Sergio Resinovich, si avvicina di più alla tesi dell’omicidio, sebbene con sfumature diverse rispetto alla relazione ufficiale.
Mentre il confronto tra esperti prosegue, resta aperta la questione più delicata e dolorosa: cosa è davvero accaduto a Liliana? La complessità del caso, i legami familiari, le incongruenze emerse e la tensione emotiva attorno alla vicenda rendono ogni sviluppo potenzialmente decisivo.
Gli inquirenti mantengono il massimo riserbo, ma è chiaro che il lavoro di analisi del materiale sequestrato potrà contribuire a fare luce su una vicenda che, a distanza di anni, continua a scuotere l’opinione pubblica.
