3 Ottobre 2026, sabato
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Femminicidio, ma non solo: la lotta alla violenza sulle donne ha bisogno di strumenti concreti

Roberta Mori (Pd): “Non basta criminalizzare il femminicidio, servono misure strutturali per garantire l’autonomia delle donne”

La recente proposta di un disegno di legge per introdurre il femminicidio come illecito penale specifico in Italia, presentata alla vigilia dell’8 marzo, è un passo importante, un segnale di attenzione che finalmente risponde a un’istanza che da tempo veniva sollecitata dalla società civile. Tuttavia, come evidenziato da Roberta Mori, Portavoce nazionale della Conferenza delle Donne Democratiche, non si può limitarsi a una semplice risposta penale. L’urgente necessità di misure concrete e strutturali per contrastare la violenza di genere va ben oltre la mera penalizzazione di un crimine.

Secondo Mori, la realizzazione di politiche realmente efficaci non può prescindere da una visione che consideri l’autonomia economica e sociale delle donne come uno degli strumenti fondamentali di libertà. Il femminicidio non può essere affrontato solo con interventi securitari, per quanto giustificati dalla gravità del fenomeno. La vera risposta deve venire da politiche che favoriscano l’indipendenza economica e la parità di opportunità, condizioni indispensabili per sottrarre le donne a contesti di violenza, siano essi familiari o professionali.

Il quadro che emerge dai più recenti dati, frutto della collaborazione tra Cnel e ISTAT, è sconfortante. L’occupazione femminile continua a rimanere 12-13 punti sotto la media europea, con significative disparità tra Nord e Sud. Al Nord, il tasso di occupazione femminile si attesta al 62,4%, mentre nel Mezzogiorno scende drammaticamente al 36,9%. La situazione appare ancor più preoccupante se si considera che circa 1 milione di donne è disoccupato e ben 7,8 milioni risultano inattive. Questi numeri, secondo Mori, devono “gridare giustizia”, poiché rappresentano una realtà inaccettabile che danneggia in modo particolare madri e giovani donne. Un dato inquietante è che il 41% delle madri tra i 25 e i 34 anni si trova costretta a lavorare part-time involontario, a causa di una struttura sociale che ancora non supporta adeguatamente la conciliazione tra vita familiare e carriera.

Inoltre, la figura femminile nelle posizioni di potere è ancora lontana da una rappresentanza paritaria. Le donne amministratrici delegate, infatti, costituiscono solo il 2,9% del totale. Eppure, la soluzione non sembra trovarsi nelle politiche del lavoro attuali, che, a parere di Mori, rimangono inadeguate e prive di un piano strutturato che affronti la disuguaglianza salariale, la precarietà e la necessità di un welfare inclusivo. Senza misure reali per l’occupazione femminile, le donne continueranno ad essere particolarmente vulnerabili a violenze di tipo economico e sociale.

“La risposta non può essere solo un atto simbolico, non basta indignarsi”, ha sottolineato Mori. “È tempo di agire con misure concrete, efficaci e strutturali. Non possiamo continuare ad affrontare la violenza di genere solo con misure penali e di emergenza. Vogliamo politiche di pari opportunità che siano reali, strutturali e finanziate, perché solo attraverso l’autonomia economica delle donne possiamo realmente contrastare la violenza”. Il ritardo di un anno nel sbloccare i fondi del Reddito di libertà rappresenta, secondo la portavoce, un pessimo inizio per un paese che deve fare di più per garantire a tutte le donne la possibilità di vivere libere dalla paura e dalla dipendenza.

Il passo fondamentale verso una società più equa e sicura per le donne, dunque, non è solo l’introduzione di nuove leggi, ma una trasformazione profonda delle politiche economiche e sociali, che devono puntare a un’emancipazione concreta e duratura. Il femminicidio è solo la punta dell’iceberg di un sistema che va radicalmente cambiato.

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