17 Giugno 2024, lunedì
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Meloni e Giorgia due facce della stessa medaglia: Presidente del Consiglio – Capo  di Partito

A cura del Prof.Avv. Giuseppe Catapano

Dalle  urne uscirà la conferma del Ppe come partito di maggioranza relativa, e tutte le componenti dei Popolari, anche quelle più a destra, hanno detto chiaro e tondo che potranno sedersi al tavolo delle intese, sia all’Europarlamento che al Consiglio europeo, solo gli europeisti e gli atlantisti doc, conclamati avversari della Russia e alleati dell’Ucraina. Ora, queste caratteristiche la Meloni capo del governo di Roma le possiede, ma la Meloni leader di Fratelli d’Italia no, o comunque non pienamente. E più frequenta gli appuntamenti di Vox, flirta con Orban e cede alle lusinghe di Le Pen, e tanto più Giorgia fagociterà Meloni. Certo, complessivamente le forze nazional-populiste porteranno a casa buoni risultati, e di conseguenza può diventare praticabile il disegno di ridefinire il perimetro della destra in tutto il Continente, creando un fronte antagonista e alternativo alla sinistra.Il perno della politica europea rimarrà saldamente ancorato al centro, e che l’asse tra Popolari e Socialisti è già ben sperimentato. Ed è inutile illudersi che a Bruxelles e Strasburgo per Meloni si possa ripetere la “confortevole” situazione di Roma, dove il confronto-scontro con Elly Schlein, tutto basato sulla contrapposizione ideologica destra-sinistra e persino fascismo-antifascismo, finisce per fare il gioco di entrambe, a patto di fregarsene altamente di quanta ulteriore astensione questo folle bipolarismo produce.

Detto questo, si potrebbe tranquillamente liquidare con un lapidario “fatti suoi” se a Giorgia l’abbraccio con Marine costerà caro e se l’essere double face la farà cadere tra due sedie, se non fosse che di mezzo ci va l’Italia. Perché in autunno il governo dovrà fare i conti, nel senso più stretto della parola, con la nuova Commissione Ue avendo sul groppone una procedura d’infrazione per deficit e debito eccessivi, confortata dalla valutazione del Fondo Monetario che “suggerisce” una manovra correttiva da 60 miliardi nei prossimi due anni. Inoltre, saremo chiamati, sia in sede Ue che Nato, a fare la nostra parte se, come purtroppo è probabile, lo scenario di guerra a Est dovesse aggravarsi e ampliarsi. Saremo cioè chiamati a fronteggiare emergenze che per essere affrontate richiedono armonie interne e sintonie internazionali. Mentre oggi delle prime non disponiamo, e non solo e tanto per la contrapposizione destra-sinistra, fuori dal tempo e dalla realtà, quanto perché è quotidiana, e su temi significativi quando non fondamentali, la divaricazione interna alla maggioranza di governo. Fibrillazione che, ragionevolmente, è destinata ad aumentare con l’esito elettorale e con l’accrescere delle difficoltà circa le decisioni che saranno da prendere. Inoltre, sulla testa del Paese pende la riforma del premierato – quello che Folli con una battuta ben riuscita ha definito “figlio mal riuscito del presidenzialismo” – destinata, specie quando diventerà oggetto di consultazione referendaria, a diventare un elemento di spaccatura che finirà per gettare ulteriore benzina sul fuoco. Meloni sostiene di non voler imitare Renzi – e c’è da crederle, visto che per Matteo versione Marchese del Grillo, quel passaggio fu letale – ma la personalizzazione della riforma presentata come epocale spartiacque tra un prima e un dopo, certo non aiuta non dico a creare un clima “costituente”, ma neppure a rendere possibile un confronto civile e costruttivo. Infine, delle “sintonie internazionali” ho detto. La sensazione è che Giorgia-Penelope stia disfacendo quanto fatto nella prima parte del suo mandato. E che la situazione possa aggravarsi con l’eventuale ritorno di Trump alla Casa Bianca, non fosse altro perché in quel caso assisteremo – sono pronto a scommetterci – ad un revival del connubio tra “Giuseppi” Conte e Salvini, pronti a far vedere i “sorci gialloverdi” a Giorgia.

Insomma, c’è una Meloni consapevole che per governare il Paese l’approdo euro-atlantico è fondamentale e che per realizzarlo occorre politicamente evolvere in senso liberal-conservatore, e ce n’è un’altra che subisce il richiamo delle origini, è ossessionata dall’idea di non avere nessuno alla sua destra (ecco perché Salvini la manda in bestia) ed è convinta che il “doppio registro” le consenta di fare il pieno di consensi tanto a destra quanto al centro.

La considerazione più facile da fare è che siamo in campagna elettorale, e dunque è normale che i decibel salgano e le semplificazioni prevalgano. Ma è una spiegazione troppo banale per meritare la nostra attenzione.

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