15 Aprile 2024, lunedì
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La tensione fa rischiare il caos

A cura del Prof. Avv. Giuseppe Catapano

I due fronti del nostro bipolarismo, anzi bipopulismo, hanno difetti speculari e soffrono dei medesimi problemi: sono coalizioni costruite per vincere, non per governare, perché non discendono dalla convergenza di progetti politici condivisi, ma dall’unione di forze indistinte, messe insieme sulla base di un banale calcolo aritmetico. Era già stato così fin dalla nascita della cosiddetta Seconda Repubblica, dal 1994 e fino al 2011, quando il collante dei due fronti contrapposti era il berlusconismo e l’anti-berlusconismo. È stato così, e anche peggio, nella più recente stagione del populismo estremo, che per un breve momento si ha avuto il coraggio di chiamare Terza Repubblica, salvo smettere, immagino per pudore. Ora, dopo la sbornia di euforia di chi ha visto nella prima donna a Palazzo Chigi chissà quale svolta e la tendenza suicida di chi essendo soccombente si è andato a scegliere una leader fuori dal partito pensando di recuperare così la credibilità perduta, tutti i nodi tornano nuovamente al pettine. Con un’aggravante, oltre a quella dell’effetto accumulo: la crisi istituzionale che s’intravede sullo sfondo, con sempre maggiore nitidezza, tra il Governo, e in particolare la presidenza del Consiglio, e la presidenza della Repubblica. Insomma, la corda sempre più tesa tra Meloni e Mattarella. E sbaglierebbe chi pensasse che questa tensione sia figlia del progetto “premierato” che la leader di FdI si è messa in testa di realizzare. Certo, al Quirinale non ne sono propriamente entusiasti, ma il Capo dello Stato sa che si tratta di un’aspirazione legittima, e non farà nulla per ostacolarne il cammino così come è pronto a trarre le dovute conseguenze se quella riforma costituzionale – che modifica le sue prerogative derubricando l’attuale ruolo di garanzia in qualcosa di decisamente più notarile, per non dire ornamentale – dovesse davvero superare l’ostacolo parlamentare e quello referendario. No, le tensioni riguardano la postura dell’esecutivo e di chi lo guida. La vicenda di Pisa e le reazioni che ci sono state al severo richiamo del Capo dello Stato non sono che la punta di un iceberg di grandi dimensioni.

Per sua natura, Mattarella è tanto intransigente nella sostanza quanto morbido nella forma. Ma ciò non toglie che il contrasto sia forte e abbia pochi precedenti. Anche perché tende ad allargarsi anche a quei poteri (Corte Costituzionale, Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Servizi di Sicurezza, ecc.) che sono riassumibili nella definizione di Deep State, di cui Meloni con ingenua arroganza pensa di poter fare a meno. Ed è una cosa che, unita alla sua dimensione caratteriale – spigolosità, diffidenza assoluta, tendenza ad accentrare, ossessione fobica da congiure e tradimenti – rende la situazione particolarmente difficile. Tanto più in un contesto di pericolose complicazioni internazionali e di un pesantissimo carico di problemi interni, che meriterebbero ben altro clima e ben altro passo. Il rischio, per non dire la certezza, è che il già ampio fossato che separa il Paese dalla politica e dalle istituzioni si allarghi ulteriormente. E non a favore di qualcuno, di qualche potere troppo forte o reazionario, ma della babele. Di quella confusione subdola, perché sottotraccia, e per questo maggiormente pervasiva. È del caos silenzioso, impalpabile, inavvertibile, che dobbiamo avere paura.

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