15 Aprile 2024, lunedì
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Questione Putin

A cura del Prof. Avv. Giuseppe Catapano

Mentre Ue e Usa varano nuove sanzioni alla Russia agitano un  coro a stonare – e stonare di brutto – in Italia c’è Matteo Salvini, che se ne è uscito invitando ad aspettare il giudizio dei medici e dei giudici russi, come se il regime potesse consentire loro di esprimersi in libertà. Viceversa, non una parola è stata spesa per i 400 russi arrestati per aver manifestato, o anche soltanto deposto un fiore. Si dice: quelli del capo della Lega sono giudizi personali, da leader di partito. Ma qui il problema non è tanto Salvini, cui se non altro va riconosciuta una certa coerenza nel suo “putinismo”, quanto chi nella Lega lo ha accettato e lo continua ad accettare come segretario e chi nel governo evita un chiarimento aperto che avrebbe dovuto esserci già da tempo e su molte questioni. Di fronte alle tante prese di posizione a favore di Putin che lo hanno visto protagonista – dalle felpe inneggianti e gli stretti legami intessuti con Mosca dal suo amico e sodale Savoini, anche con la sponda di gruppi di estrema destra – ma soprattutto visti i patti di solidarietà (anche economica, come nel caso della Le Pen?) della Lega con il partito dello Zar, Russia Unita, si dovevano pretendere delle pubbliche spiegazioni. 

Non lo si è fatto con la guerra in corso, coprendosi dietro la foglia di fico dei voti favorevoli dati dai parlamentari leghisti sia alle sanzioni alla Russia che agli aiuti all’Ucraina (dopo aver messo in dubbio quelli di natura militare). Lo si faccia ora di fronte al caso Navalny. Si eviti di credere, o far finta di credere, che la manifestazione “unitaria” che si è svolta a Roma sulla piazza del Campidoglio – ma ci voleva Calenda a convocarla – sia stata sufficiente a darci la patente morale di “indignati”. Intanto perché quella fiaccolata è apparsa di un’insopportabile algida freddezza e carica di una bella dose di ambiguità, visto che la dichiarazione più usata è stata “vogliamo sia fatta chiarezza” come se per un dissidente condannato per reati di opinione e fatto morire in carcere in Siberia ci fosse bisogno di altre spiegazioni. E questo non solo perché non c’era nessun esponente di prima fila del centrodestra o perché mancavano Fratoianni e Conte – un altro che tra gli ammiccamenti a Putin, furbescamente esercitati sventolando la bandiera del pacifismo, e la speranza che Trump torni alla Casa Bianca coltivata insieme ai bei ricordi di quando lo chiamava “Giuseppi”, dovrebbe dare spiegazioni politiche – ma perché di certo si è visto più sdegno nelle marce pro-Palestina (in realtà pro-Hamas) e anti-Israele, o in quelle contro l’Occidente da parte degli odiatori seriali della democrazia liberale, così ostinatamente impegnati nella loro campagna ideologica da perdere di vista, oltre ad Hamas, l’Iran che impicca donne e omosessuali, i militanti terroristi di Hezbollah che lanciano razzi, i “pirati” Houthi del Mar Rosso che attaccano le navi commerciali, la Cina che minaccia Taiwan, il pazzoide coreano che manda armi a Mosca e preannuncia l’uso di testate nucleari un giorno sì e l’altro pure.

Naturalmente, Putin uscirà trionfatore dalle elezioni presidenziali del 15-17 marzo, visto che i suoi tre avversari, espressione di partiti che non hanno mai fatto opposizione al Cremlino, non possono certo ostacolarlo, e considerato che quel voto di libero ha poco e niente. E sono sicuro che quando entrerà nel quarto di secolo di potere assoluto (come primo ministro e come presidente lo detiene ininterrottamente dal 9 agosto 1999), in Italia saranno in pochi a congratularsi apertamente e in molti a fregarsi le mani in gran segreto. Messi insieme sono comunque una minoranza. Per questo occorre che la maggioranza, cioè tutti gli altri, trovino il coraggio morale e la lucidità politica di reagire facendo proprio l’accorato appello del finanziere americano nemico giurato di Putin, Bill Browder, secondo cui “quello che accade in Russia è una minaccia anche alla nostra sicurezza”. Oggi come non mai.

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