1 Febbraio 2023, mercoledì
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Di che grana è questa destra?

A cura di Giuseppe Catapano

Mostrando  di ignorare che proprio grazie alla sua tradizionale terzietà che polemicamente viene auspicata (ma più propriamente sarebbe meglio chiamarla autonomia) essa ha sempre avuto una dialettica – a volte anche ruvida, anche se mai nella forma – con i governi, e che da sempre le Considerazioni di fine maggio del Governatore hanno rappresentato un puntiglioso stimolo agli esecutivi affinché la loro politica facesse tesoro dei suggerimenti e delle critiche che la banca centrale – negli ultimi anni anche tenendo conto degli orientamenti di politica monetaria e di vigilanza bancaria della Bce – intendeva dare e fare. Ma mostrando anche di ignorare che se è del tutto legittimo – e normale, visto che è sempre stato così – che il governo difenda il suo operato nel merito, non è corretto invece che ciò avvenga attaccando frontalmente la Banca d’Italia, per di più sollevando risibili questioni relative alla sua indipendenza dalle banche azioniste, che tali sono dal 1936 per iniziativa di tal Benito Mussolini e che non hanno mai avuto né hanno alcuna influenza sulle scelte della banca centrale. Insomma, la destra oggi alla guida del Paese è quella che ha nel suo dna l’antagonismo verso i poteri e il risentimento verso l’establishment che intorno ad essi si è formato? E che quindi vive la sua ascesa alla responsabilità di governo soprattutto come una forma di revanche verso quello che ha sempre vissuto come apartheid, da un lato subito e dall’altro orgogliosamente rivendicato. O è quella di stampo liberale – che culturalmente è conservatrice ma che al cospetto dell’odierno bipopulismo assume tutte le caratteristiche del miglior riformismo – che è rintracciabile nelle parole, per me sacrosante, di Nordio? E che di conseguenza al Paese – nel quale, è bene ricordarlo, è minoranza, pur avendo legittimamente raggiunto una larga maggioranza parlamentare – offre una prospettiva, comportandosi come chi intende costruire, non come chi cerca alibi, individua nemici, si alimenta di acredine, restituendola moltiplicata ad una società che è già abbastanza irosa di suo.

Molto, se non tutto, dipenderà da quanto e come Giorgia Meloni offrirà copertura politica al suo ministro della Giustizia. Il quale – ne sono certo  e può starne certa il presidente del Consiglio – non defletterà da una pur ragionevole intransigenza. Nordio non si sottrae alla mediazione, ma non è uomo da retrobottega, non tira a campare. Se gli consentiranno di fare quanto ha in animo, bene, altrimenti torna senza problemi a scrivere i suoi amati libri di storia. Lo ha detto con chiarezza in queste ore, mettendo sul tavolo le sue dimissioni in caso debba venir meno ai suoi propositi. Ecco, non so quanto Meloni sia consapevole del fatto che il ministro che ha così tanto voluto, presentando quelle linee di riforma di una materia incandescente come la giustizia, abbia tracciato una linea di confine dalla quale d’ora in avanti sarà impossibile – per lei, per il governo e per la maggioranza – prescindere. Non parlo delle tecnicalità, su cui neppure Nordio è entrato più di tanto, ma dell’impianto liberale e garantista del suo approccio. Ha ragione Luciano Violante – uno che conosce bene la linea di demarcazione che separa garantismo e giustizialismo – quando afferma che “il ministro ha indicato problemi che è difficile disconoscere: un certo arbitrio nell’esercizio dell’azione penale, la figura predominante dei pubblici ministeri, la questione dell’abuso d’ufficio, le intercettazioni che consentono di conoscere la vita di una persona e le sue relazioni, cosa non accettabile in democrazia. Sappiamo tutti che sono problemi veri”. Ma alla reazione positiva alle parole del Guardasigilli da parte dell’ex magistrato ed autorevole esponente della sinistra – di cui non condivide solamente la proposta relativa alla separazione delle carriere dei magistrati – finora ha corrisposto l’assordante silenzio di palazzo Chigi e dintorni, oltre che delle altre forze di maggioranza. Ed è probabilmente vero che una ragione primaria di questo tacere sia il fastidio per il favore a Nordio immediatamente espresso dal duo Renzi-Calenda, ma certo non è un buon motivo (anzi, è autolesionista).

Tanto più che sinistra, 5stelle e Pd (riformisti a parte, che però marcano la loro distinzione semplicemente tacendo) – supportati dagli strumenti della propaganda manettara – hanno azionato il solito riflesso condizionato. Si poteva cogliere la solitudine (almeno per ora) di Nordio e far esplodere le contraddizioni nel centro-destra, magari sottolineando come il “decreto rave” andasse nella direzione esattamente opposta a quella indicata dal ministro della Giustizia – osservazione a cui Nordio, essendo intellettualmente onesto, non ribatterebbe, essendone perfettamente conscio – oppure afferrare al volo nelle linee programmatiche del ministro la parte relativa alla richiesta di abbandonare la vecchia concezione afflittiva del carcere per qualsiasi reato, laddove si propongono sanzioni alternative assai più efficaci per la moltitudine delle pene minori, sapendo che nella destra albergano ben altre pulsioni “carcerarie”. Invece, si è preferito gridare al complotto contro la magistratura, evocando la vendetta degli impuniti contro il potere giudiziario e lo stupro alla Costituzione. Dimenticando che i difetti e gli eccessi del sistema giudiziario che sono alla base del “programma Nordio” sono stati evocati, solo pochi mesi quando era in ballo la riforma (riformina) Cartabia, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Peccato, perché basterebbe ricordare come a tirare le monetine a Craxi, ad agitare manette e cappio nelle aule parlamentari, a indossare le magliette con la scritta “arrendetevi, siete circondati” di fronte a Montecitorio e quant’altro la cultura della gogna abbia prodotto, ci fossero missini e leghisti, la cui conversione al garantismo è ancora tutta da certificare. Oppure ricordare che fu Silvio Berlusconi ad offrire il ministero di via Arenula al pm Antonio Di Pietro e a promettere una riforma radicale della giustizia che non ha mai colpevolmente realizzato, neppure in versione light.

Insomma, alla sinistra, almeno a quella ragionevole – ma dove è andata a finire? è impegnata nel congresso del Pd? – gli si è spalancata davanti la porta avversaria per segnare un goal come non gli capitava da anni. E nello stesso tempo per fare finalmente una cosa buona per il Paese. Ma se lascia il pallone a chi, come Gustavo Zagrebelsky – e lo dico con dispiacere – preferisce leggere nella destra al governo un pericoloso “senso di onnipotenza”, anziché cogliere le contraddizioni che la attraversano, e nella magistratura “la bestia nera d’ogni classe politica non aliena alla corruzione” – anziché aprire gli occhi sulla perduta imparzialità, sul superamento dei limiti delle proprie funzioni, sul cedere alla tentazione dell’autocelebrazione e della ricerca del consenso (parole di Mattarella) – quella rete non la segnerà mai.

Mentre alla presidente Meloni si è parato innanzi un bivio, cui non potrà sottrarsi: dovrà scegliere tra la strada conosciuta del risentimento combattente, facile ma improduttiva, e quella sconosciuta della modernizzazione in senso liberale del Paese (pardon, della Nazione), che le può consentire di aprire a questa legislatura prospettive che il responso elettorale non ha dato. Come ben noto se la riforma Nordio non si facesse, il ministro ne tratterrebbe le già annunciate conclusioni. Ma essendo quelle eventuali dimissioni un fatto politico di primaria grandezza, ad uscire di scena non sarebbe solo lui. A Meloni scegliere da che parte stare.

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