8 Agosto 2022, lunedì
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LE SORTI TRA DRAGHI, GRILLO E CONTE?

a cura di Giuseppe Catapano

L’Italia ha rischiato la crisi di governo e persino la vita della democrazia sulla base di alcune rivelazioni……. Paradossale. Una pièce teatrale di quart’ordine, resa ancor più inguardabile dalla presenza nella buca del suggeritore di turno………. E poi l’intenzione, poi rientrata, era che la “manovra” (sic!) avrebbe dovuto essere il cosiddetto “appoggio esterno” (stiamo nella maggioranza ma non nel governo): la più democristiana delle formule politiche (come tale non dovrebbe essere oggetto di disprezzo da parte dei grillini?) ma anche la meno nobile, visto che ci si ricorre quando non si sa che pesci pigliare. 

Ma tutto questo “mambo italiano” non deve stupire, visto che è lo stesso paese nel quale mezzi militari destinati a chi è vittima della guerra vengono fermati e rimandati indietro nel corso del loro trasferimento in autostrada perché i trasportatori erano privi delle necessarie autorizzazioni. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere. A crepapelle. Per fortuna che ci ha messo una pezza (l’ennesima) il Capo dello Stato. 

 Si  condiziona la vita di un paese come l’Italia, che con tutti i suoi infiniti difetti rimane pur sempre uno dei più importanti al mondo – eredità della tanto bistrattata Prima Repubblica, che da trent’anni stiamo empiamente dilapidando – per colpa di risse da cortile di forze politiche che tutto sono fuori che politici…………… 

 Nessuna delle ragioni che hanno portato alla nascita del governo d’emergenza guidato da Mario Draghi è venuta meno, anzi. Il piano anti-Covid, felicemente realizzato l’anno scorso, ha bisogno di essere prolungato, considerato che la pandemia, pur meno virulenta e con altre caratteristiche, non è per niente finita, e comunque richiede di riformare in modo radicale il sistema sanitario, che ha bisogno di tornare ad essere unico e nazionale ponendo fine alla fallimentare esperienza della regionalizzazione. La guerra, scatenata dalla Russia da oltre quattro mesi senza che se ne veda la fine, richiede una presenza qualificata nei contesti internazionali, a cominciare da Ue e Nato, che solo l’autorevolezza personale di Draghi ha potuto e potrà assicurare. Essa aggrava poi una tendenza dell’economia a frenare la crescita che già si era manifestata nella seconda parte del 2021 e che molti fattori, endogeni ed esogeni alla guerra come il rincaro e la scarsità di molte materie prime, il boom dei prezzi dell’energia e l’inflazione ormai all’8%, stanno rendendo patologica, proiettando l’ombra lunga e nera di una possibile recessione globale. C’è poi la gestione delle risorse europee del Pnrr, e le conseguenti riforme strutturali che il Next Generation Ue impone, che richiede volontà politica, determinazione amministrativa e capacità progettuale, non fosse altro per affrontare le resistenze corporative e il nichilismo del “no a tutto”. Il governo avrebbe dunque molte cose da fare e poco tempo davanti (8 mesi se si votasse ai primi di marzo come nel 2018, cui si possono aggiungere i 70 giorni che l’articolo 61 della Costituzione concede dalla fine delle precedenti elezioni). Accorciargli la vita sarebbe criminale nei confronti del Paese e persino autolesionista per i partiti. Non tanto per la mancata maturazione delle spettanze previdenziali, che pure stanno molto a cuore ai tanti peones che sanno già che non potranno tornare a Camera e Senato, quanto per il risultato disastroso che si profila alle prossime politiche e al vuoto di prospettiva che ne farà seguito.

Al di là dei sondaggi, che lasciano il tempo che trovano in generale, una cosa è già certa: il problema sarà l’astensionismo. E sarà il problema di tutti. Ammesso, e per nulla concesso, che qualcuno vinca con il 51%, con la metà degli aventi diritto che stanno a casa significherebbe avere un consenso pari al 25%, una quota che non sarebbe affatto sufficiente ad avere la forza – quella sostanziale, al di là dei numeri parlamentari – per governare stabilmente. Ma anche nella meno irrealistica, ma non per questo certa, ipotesi che una delle due coalizioni del nostro scombiccherato bipopulismo raggiunga la maggioranza, la questione astensionismo resterebbe immutata. Con in più l’aggravante che nessuno dei due fronti sarebbe dotato di quel minimo di omogeneità politica indispensabile per tenere insieme la coalizione ma soprattutto per governare decentemente.

È il nodo definito “dopo Draghi”, che spaventa le cancellerie europee e la Casa Bianca così come gli investitori internazionali. In effetti spaventa anche in casa nostra, in particolare il “partito del pil”, che per la verità si aspettava molto di più da un governo guidato da Draghi ma che non per questo non vede con terrore il caos che rischia di profilarsi dopo le elezioni. 

La prima  condizione è evitare la “coazione a ripetere” del vecchio centro-sinistra e del vecchio centro-destra, che per forza d’inerzia e inettitudine delle classi dirigenti si ripropongano così come sono. Il vecchio bipolarismo ha lasciato campo al bipopulismo, cioè la sua versione peggiorata, il quale ammesso che produca un vincente e un perdente alle elezioni, comunque non regge l’urto delle difficoltà del governare.

Di fronte alla distanza siderale che separa i 5stelle di Conte – tanto più ora che Di Maio è uscito, ripudiando il populismo – dal Pd, pur non privo di radicalismo, e alla constatazione che il “campo largo” evocato da Enrico Letta si è clamorosamente ristretto, a sinistra si dovrebbe prendere atto che l’unica strategia che può assicurare al Pd di essere il perno del dopo elezioni è rompere il gioco bipolare adottando una legge elettorale proporzionale e aprire verso il “centro”. Allo stesso modo, non è più possibile continuare a tenere in piedi la finzione del centro-destra, evocando il tormentone “uniti si vince, disuniti si perde”, perché la disunione non è un errore casuale ma una condizione inevitabile, visto che le cose che accomunano i tre principali partiti della coalizione sono infinitamente meno di quelle che li separano, fino al punto che l’atlantismo della Meloni fa essere FdI molto più di governo, pur stando all’opposizione, di quanto non lo siano Lega e la maggioranza di Forza Italia. Se poi si aggiungono le incomprensioni e le invidie personali, non si può che arrivare alla conclusione che il giocattolo è rotto e non c’è modo di attaccarne i cocci, così come dimostra la vicenda di Verona. 

In questo senso si parla molto, nei palazzi romani, di un patto Letta-Meloni, che esisterebbe nonostante le smentite di entrambi. Vero o fantasia? Dipende. Se s’intende un accordo segreto tra i due – che si rispettano, ed è già molto – per andare insieme al governo dopo le elezioni, tendo ad escluderlo. Non il fatto che possa accadere – per molti versi me lo auguro – ma che ci sia già un accordo in tal senso. Se invece s’intende la reciproca maturazione di entrambi verso il proporzionale, cioè lo strumento che consentirà loro di liberarsi delle camicie di forza rappresentate dalle rispettive coalizioni, allora sì, i lavori sono in corso.

Si dirà che non è una gran prospettiva. Per senso di responsabilità tocca guardare alla parte piena (anche se ben poca) del bicchiere. La quale ci dice che anche questa volta, pur avendo offerto al mondo l’immagine di un capo del governo che sconsolato lascia anzitempo un vertice di fondamentale importanza, come quello Nato a Madrid, per correre a Roma a sedare le beghe casalinghe – alimentate, sarà un caso, dalle due forze, 5stelle e Lega, che hanno subito rovesci elettorali e interni – abbiamo scampato una crisi politica surreale, e che il governo Draghi (per ora) va avanti. Ma quello stesso senso di responsabilità ci dice che non si è trattato semplicemente di una tempesta in un bicchier d’acqua, ma della conseguenza delle crisi di leadership di 5stelle e Lega. E che, fintanto queste crisi non troveranno sbocco, la fibrillazione continuerà a tormentare la vita del governo Draghi e nulla si costruirà per il dopo. A discapito di tutti noi.

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