19 Maggio 2022, giovedì
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La politica del paese deve cambiare passo

a cura di Catapano Giuseppe 

La nostra economia è arretrata dello 0,2%. Non è ancora recessione, anche perchè la variazione acquisita del pil (cioè il tasso di crescita annuale che si otterrebbe in presenza di una variazione congiunturale nulla nei restanti trimestri dell’anno) per il 2022 è pari a +2,2%, ma comunque non c’è da stare allegri. E invece, nulla. Anzi, si definisce “lieve” la perdita di ricchezza tra gennaio e marzo, si considera eclatante che l’Istat abbia corretto da +0,6% a +0,7% la stima della crescita del pil nel quarto trimestre 2021, si sottolinea il recupero di alcuni settori tra i più penalizzati dalla pandemia, come il turismo, senza considerare che si tratta di un ritorno, peraltro lento, ad una “normalità” anti-Covid che evidenziava, come in quasi tutti gli ambiti del terziario e dei servizi, gravi carenze strutturali. Ma, soprattutto, si ignora che la tanto strombazzata ripresa, o meglio rimbalzo, dello scorso anno sia durata in realtà solo i sei mesi centrali del 2021 (+2,7% il secondo trimestre e +2,5% il terzo), perchè nei primi (+0,3%) e negli ultimi (+0,7%) tre mesi ci siamo arrabattati intorno al nostro solito standard della crescita a ritmo dello “zero virgola”.

Adesso aggiungete il passo indietro del primo trimestre di quest’anno, per effetto del quale restiamo ancora indietro rispetto al periodo pre-Covid (ci mancano quattro decimi di punto per recuperare il gap prodotto dalla pandemia), ed ecco che il trend che si delinea dovrebbe indurci a capire che siamo nel mezzo dell’ennesima emergenza, visto che il rallentamento sta già diventando stagnazione – e con l’inflazione al 6%-7% significa stagflazione, una brutta bestia – e a passare in recessione è un attimo. Anche perchè, come ho scritto qui la settimana scorsa, dal fronte della guerra in Ucraina ci arrivano messaggi, se solo li si vuole ascoltare anziché fare orecchie da mercante, che il conflitto durerà a lungo e che le sue conseguenze economiche, specie sul fronte energetico e delle materie prime, comprese quelle alimentari, vanno ben oltre la linea temporale della congiuntura. Si pensi solo, tanto per dirne una, che a marzo 2022 i prezzi alla produzione industriale sono aumentati su base annua del 36,9%.

Questo rende fragili le previsioni, redatte solo tre settimane fa, inserite nel Documento di programmazione (Def) su cui il governo ha costruito la sua politica di bilancio. Pur avendo ridimensionato dal +4,7% stimato lo scorso autunno a +3,1% l’obiettivo di crescita per quest’anno, tutto si basa sul presupposto che la riduzione del pil riguardi solo il primo trimestre e che dal secondo parta un recupero che si estenda a tutto l’anno. Ma con la guerra scatenata dalla Russia che è entrata nel terzo mese impattando negativamente sulle prospettive di crescita di mezzo mondo, non fosse altro perchè richiede di rivedere in modo strutturale (e non indolore) le politiche energetiche, tutti i principali previsori stanno tagliando le stime sull’Italia ben di quanto non abbia fatto il governo. Bankitalia dice +3%, ma solo nello scenario più favorevole basato su una rapida risoluzione del conflitto, ma il Fondo Monetario ha già limato le attese al +2,3% (era +3,8% a inizio anno), il che significa che sarebbe crescita zero da aprile fino a dicembre.

Ma ora le preoccupazioni più forti, espresse solo in privato, si spostano sulla tenuta politica del governo rispetto alle spinte che già sono iniziate e che via via si andranno moltiplicando con l’avvicinarsi delle elezioni. Della serie: la frenata dell’economia, specie perchè condita da un vertiginoso aumento dei costi dell’energia e dei prezzi di molte materie prime, spingerà i partiti – spudoratamente i populisti dichiarati, un po’ meno sfacciatamente ma non meno intensamente gli altri – a chiedere sia sostegni e incentivi per le imprese, sia soprattutto, bonus riparatori per i consumatori, siano essi lavoratori o disoccupati. In una spirale al rialzo a chi la spara più grossa. Come l’avvocato Conte, che manda a dire a Draghi che lo “scostamento di bilancio non è più rinviabile”, vista la “situazione drammatica per le famiglie italiane”. O come il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, secondo il quale i sostegni alle imprese vanno subordinati all’adeguamento dei salari. Ma, oltre a non funzionare rispetto agli obiettivi dichiarati, come dimostrano gli anni di mancata crescita che abbiamo alle spalle, questo approccio demagogico alla politica economica avrebbe – avrà, se nessuno mostrerà il coraggio necessario a fermarla per tempo – conseguenze temibili sugli equilibri già precari della finanza pubblica. Non è un caso che la Banca d’Italia abbia subito messo le mani avanti, sostenendo che nuove “misure di sostegno” devono essere “selettive” e incentrate solo sulle famiglie più vulnerabili e le aziende più esposte, ma senza aumentare l’indebitamento, altrimenti si rischia di lasciare il paese “esposto alle tensioni sui mercati finanziari” (come dimostra il rialzo dello spread).

Quello che mi colpisce è che di fronte ad un quadro del genere, prevalga il “minimalismo”. Per esempio, è possibile che nel momento in cui la Russia interrompe le forniture di gas a Polonia e Bulgaria, perchè si sono rifiutate di pagare in rubli, e Mosca minaccia di bloccare le erogazioni anche verso altri paesi – tra cui l’Italia – che non accetteranno di usare la valuta russa, noi ci limitiamo a partorire il topolino di quella che nella War Room di mercoledì 27 aprile  ho definito “l’operazione termostato”? È pensabile che di fronte ad una minaccia che metterebbe in ginocchio il nostro sistema industriale, e/o farebbe scoppiare un dramma sociale se la chiusura dei rubinetti fosse scaricata in tutto o in parte sui consumi di elettricità e riscaldamento delle famiglie, la reazione sia quella di imporre che negli uffici pubblici d’estate i condizionatori non potranno mai portare la temperatura sotto i 25 gradi e d’inverno i termosifoni non potranno salire sopra i 19 gradi? Pur essendo un po’ diminuiti i flussi rispetto agli stessi periodi dell’anno scorso, rimane il fatto che la Russia, con quasi 30 miliardi di metri cubi all’anno rimane il primo fornitore del nostro Paese, assicurandoci ben il 37% del gas che consumiamo. Bene andare in giro per il mondo a cercare forniture alternative, ma considerati i tempi che ciò comporta e soprattutto che occorrono nuove infrastrutture – per esempio i rigassificatori per il gas liquido – la cui realizzazione finora è stata bloccata dai veti del vasto e pervasivo “partito del No”, la prima cosa da fare è riscrivere il Piano energetico nazionale, riconsiderare tempi e modi della transizione ecologica, rivedere il Pnrr mettendo gli investimenti relativi all’energia in cima alle priorità. E magari predisponendo una task force per affrontare l’emergenza, esattamente come lo stesso Draghi ha fatto, con successo, per affrontare la vaccinazione di massa contro il Covid. Sapendo che ci sono impianti di energie rinnovabili fermi da anni da realizzare immediatamente, che si deve tornare a estrarre gas dal nostro sottosuolo, che occorre ragionare laicamente sull’opzione del nucleare di quarta generazione.

Per questo, mi sarei aspettato che Draghi e l’intero governo si presentassero al cospetto del Paese, andando in televisione, a spiegare come stanno le cose, a raccontare quali sono i problemi già esistenti e quali i rischi che si corrono, a presentare i contenuti del piano energetico d’emergenza. Parlando chiaro agli italiani, responsabilizzandoli. I tedeschi hanno i nostri stessi problemi, ma lo sganciamento della Germania dalla dipendenza energetica dalla Russia è al centro del dibattito politico e del confronto pubblico. Noi siamo, more solito, alle risse da talk show su tutto ciò che è marginale o del tutto ininfluente. Un governo di unità nazionale guidato da un’alta personalità non proveniente dalle file dei partiti, dovrebbe servire proprio a questo, e proprio su questioni come queste, e adottando metodi come quelli che ho appena suggerito, dovrebbe giustificare la propria esistenza e marcare la differenza con altri tipi di governo. È venuto il momento di tornare a dimostrarlo.

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