18 Aprile 2024, giovedì
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Draghi per costruire un dopo Draghi

A cura di Giuseppe Catapano 

Per assicurare a Draghi un percorso tranquillo, occorre “distogliere” i partiti, spingendoli ad occuparsi delle prossime elezioni – perché intanto, solo a questo pensano – senza attestarsi sul fronte dei provvedimenti del governo. E l’unico vero terreno alternativo è quello della legge elettorale. E scriverne una nuova non sarebbe un diversivo, o un prurito politicista, ma una assoluta necessità per il bene del Paese. Che deriva da un dato tecnico e da uno politico. Il primo discende dalla legge, approvata l’anno scorso, che taglia di un terzo il numero dei parlamentari a partire dalla prossima occasione elettorale: essa avrà effetti talmente distorsivi sulla composizione del Parlamento e sulla rappresentanza dei cittadini che in un Senato di 200 senatori, con l’attuale legge elettorale in 7-8 Regioni più piccole e nelle Province Autonome avremmo rappresentati solo i primi due partiti. Il secondo dato è relativo al fallimento del sistema politico che qualcuno – sbagliando – ha definito Terza Repubblica, e che è soltanto la coda della Seconda Repubblica, la quale a sua volta fu soltanto la coda (lunghissima) della Prima, non avendo mai accompagnato l’adozione del maggioritario e del bipolarismo con vere riforme istituzionali e costituzionali che rendessero coerenti e complete quelle scelte.Ora, può darsi che in linea teorica abbia ragione il presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, Dario Parrini, quando afferma che la riforma della legge elettorale andrebbe fatta più a ridosso possibile del voto, per evitare una lunga guerra tra filo maggioritari e proporzionalisti, più infinite sfumature cui la materia si presta, e che quindi ora è presto. Ma ci sono due controindicazioni fattuali a contrastare questa teoria. La prima è che arrivando sotto data si rischia, in caso di impasse, di andare alle urne con l’attuale sistema di voto, e sarebbe una sciagura. La seconda è che insieme alla legge elettorale andrebbero varati altri provvedimenti, anche di natura costituzionale – dalla riscrittura dei regolamenti parlamentari alla revisione della mappa delle circoscrizioni, dall’introduzione della “sfiducia costruttiva” (schema tedesco) all’equiparazione delle modalità di assegnazione dei seggi tra Camera e Senato (oggi differenziate, tanto da esporre al rischio che nei due rami del Parlamento si formino maggioranze diverse) – e ciò richiede tempo. Se poi a queste considerazioni pratiche si aggiunge l’opportunità politica di cui ho detto prima – convogliare l’attenzione dei partiti su altro rispetto ai provvedimenti del governo – ecco spiegate le buone ragioni per partire subito. E siccome quello della riforma della legge elettorale e relativi annessi e connessi, non è tema da governo, ma da parlamento, occorre che qualcuno si muova, magari sospinto dalle componenti riformiste della società civile e da qualche media di buona volontà.
Perché ci voglia il proporzionale è presto detto: occorre chiudere al più presto la fallimentare stagione dell’illusione maggioritaria che ci ha condotto dal bipolarismo disfunzionale al deleterio bipopulismo odierno, che disegnano la curva del nostro trentennale declino.I favorevoli al maggioritario, obiettano che lo schema bipolare sia giusto in sé, e il fatto che sia stato malpraticato non è motivo sufficiente per abbandonarlo. Ma questa legittima preferenza non tiene conto del fatto che il cattivo funzionamento del nostro bipolarismo ha cause intrinseche, e cioè che – come recita il documento di Mondoperaio – “siamo un paese frammentato, che se deve dividersi lungo una faglia bipolare finisce per cadere nella trappola della contrapposizione fra angeli e demoni, ovvero costruisce una cesura profonda che impedisce la legittimazione tanto del vincitore quanto del soccombente”. Insomma, dipende dal nostro dna e dalla nostra storia, fatevene una ragione. E il proporzionale è l’apriscatole che può consentire di uscire da questa condanna.D’altra parte, l’affermazione del maggioritario fu accompagnata e favorita dall’esplosione, agli inizi degli anni Novanta, dell’anti-politica che inizialmente contribuì a creare le condizioni perché la Prima Repubblica cadesse, e poi si fece ceto dirigente, ma quando ha mostrato di non saper far fronte alla crisi finanziaria è stata a sua volta oggetto di pubblico ludibrio e travolta. Lasciando il campo al “vaffa” grillino, nuova (e peggiore) versione dell’antipolitica, grazie alla quale i 5stelle prima sono andati al potere e poi sono (inevitabilmente) implosi, confermando che quando la storia si ripete, la seconda volta è sotto forma di farsa. Ma per evitare che la terza volta diventi tragedia – e un po’ già ci siamo – dobbiamo fare in modo che la storia cambi. Non si tratta, come si dice qualunquisticamente, di tornare alla Prima Repubblica – la cui storia va comunque riscritta,e  di prendere atto una volta per tutte che aver introdotto il maggioritario e conseguentemente adottato il bipolarismo senza fare le modifiche costituzionali necessarie per rendere gli ordinamenti istituzionali compatibili con quelle scelte, che aver fatto credere ai cittadini che eleggessero un premier (consentendo forzature come l’inserimento del nome del presunto candidato nel simbolo), che aver battezzato gli accordi parlamentari come “inciuci”, mentre il nostro era ed è rimasto un sistema rappresentativo, che aver demonizzato i partiti condannando a morte quelli che erano ancorati alle culture politiche del Novecento, facendo nascere forze basate esclusivamente sugli individui, che aver confuso alternanza con bipolarismo, siano stati errori esiziali cui occorre assolutamente porre rimedio.Dopo Draghi, sarà necessario ricostruire il sistema politico. E la premessa per riuscirci è liberarsi una volta per tutte di un meccanismo che spinge, anzi obbliga, a creare coalizioni del tutto disomogenee, costruite per vincere le elezioni ma non per governare. Coalizioni in cui è stato messo dentro tutto e il contrario di tutto per conquistare la maggioranza, ma che si frantumano subito dopo le elezioni, sotto il peso delle contraddizioni interne sommate alle bugie raccontate ai cittadini. Non è un caso che dal 1992 ad oggi, ogni governo uscente non abbia mai vinto le elezioni successive. E dopo tre decenni, siamo ancora lì. Il centro-destra è spaccato dal 2011, quando una parte appoggiò Monti e un’altra no. Poi ancora si è diviso con il governo Letta, con il Patto del Nazareno e perfino il governo Renzi. Nel 2018 la Lega strinse un patto con i 5 stelle, abbandonando gli alleati. E la Meloni ha scelto di star fuori dalla grande alleanza che sostiene il governo Draghi. E si è frantumato perfino nella partita del Quirinale. Eppure, alle urne è intenzionato a ri-presentarsi in coalizione, come se nulla fosse. Stesso discorso a sinistra, dove si va alla ricerca del “campo largo”, riedizione in tono minore dell’Ulivo, che pure già vedeva militare al proprio interno da Dini e Mastella fino a Bertinotti.E oggi vorrebbe tenere dentro grillini e riformisti, post-comunisti e liberali. La verità è che i sistemi bipolari non esistono e non resistono se non in presenza di organizzazioni istituzionali che rendono forte il governo, sia con un’investitura popolare diretta che con un rapporto di non costante dipendenza dal Parlamento. Volendo si può andare in quella direzione, ma non basta una legge elettorale, occorre mettere mano alla Costituzione. Oggi questa condizione, però, non esiste. Mentre è possibile, e indispensabile, scardinare il bipopulismo che si è venuto a creare. Certo, la vera differenza la fanno la cultura politica e la capacità di elaborazione programmatica delle forze in campo (e magari di quelle che ancora non ci sono ma potrebbero e dovrebbero esserci). Ma una nuova legge elettorale, di tipo proporzionale (corretto) aiuta, eccome se aiuta. Le fila di ex bipolaristi oggi pentiti, s’ingrossano. Ed è confortante. Ora è il momento di unire le forze del cambiamento. E di spiegare agli italiani che non è materia per addetti ai lavori: stiamo parlando del funzionamento, o meno, della politica e delle istituzioni. E quindi della vita di tutti.

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