22 Giugno 2021, martedì
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Conte lavora per tornare in scena

a cura di Giuseppe Catapano
 

Giuseppe Conte: di lui si conosce solo una breve parentesi della sua vita di 57enne, quella che va dal 1º giugno 2018 al 13 febbraio 2021. Trentadue mesi e mezzo nei quali è passato dal nulla di una vita priva di qualsiasi presenza pubblica, tantomeno politica o anche solo intellettuale , ad essere stato Presidente del Consiglio – incarico che si è ritrovato a svolgere senza aver mai gestito neppur un consiglio di circoscrizione – alla guida di due governi di segno opposto ma accomunati dalla continuativa presenza di un soggetto politico, il movimento 5stelle, di cui peraltro l’avvocato di Volturara Appula per lungo tempo è rimasto un semplice simpatizzante. Un passaggio, quello tra il suo primo e il secondo mandato, che  ha gestito neanche fosse un Andreotti d’antan, guadagnandosi la palma di leader indiscusso del trasformismo, che da sempre anima la politica italica. In quei tre anni scarsi di ubriacatura di potere, infatti, è passato senza batter ciglio dal definirsi “populista e sovranista” (Conte1) e assumere le vesti di “cheerleader di Trump” (Conte1 e Conte2) all’evocare il suo “europeismo nel nome di Ursula” (Conte2). Poi Matteo Renzi gli ha fatto un brutto  scherzo, e la favola nella quale “l’avvocato del popolo” era vissuto è d’un colpo sparita come un sogno al risveglio.

Da quel momento “Giuseppi” – la storpiatura del suo nome è l’unica cosa che resta del rapporto con gli Stati Uniti dei suoi quasi mille giorni di governo – è sparito. Sì, certo, quasi ogni giorno i media ci propinano articoli circa la sua presunta scalata al vertice dei cinquestelle, ma col passare del tempo sono sempre di più incentrati sui motivi – dal contenzioso con Casaleggio alle resistenze interne, dal raffreddamento di Grillo alla sua incertezza, preso com’è dall’idea di fondare un partito tutto suo – per cui l’ex presidente del Consiglio non è stato ancora eletto alla guida del movimento grillino pur essendo stato designato a quel ruolo ormai da mesi.

La verità è che una volta fuori da Palazzo Chigi, cioè privo di un titolo formale e degli strumenti che la presidenza del Consiglio indubbiamente offre, e senza più il supporto mediatico del pifferaio Casalino, Conte si è trovato a dover fare i conti  con il fatto di non aver mai fornito, non avendocela, una definizione politica di sé che facesse riferimento ad un qualche filone culturale, quale che fosse. Prima poteva rimediare sia facendo leva su quel suo carisma temperato cui faceva da pendant un’estrema adattabilità politica, sia vendendo ai media e all’opinione pubblica – con abilità comunicativa, bisogna ammetterlo – la favola della metamorfosi virtuosa, la sua trasformazione da “guardiano del contratto”, “tecnico che prepara i dossier” e “pacificatore di alleati riottosi” (definizioni sue) a piccolo Napoleone  pronto a ridare all’Italia il posto che merita tra i grandi del mondo.  E poi c’è Draghi, maledizione. Un confronto, perso in partenza vista la parabola incommensurabilmente diversa dei due, che lo corrode. Tanto più quanto ogni giorno si affermano i successi, specie sul terreno della lotta alla pandemia attraverso lo svolgimento del piano vaccinale, dell’uomo cui ha dolorosamente dovuto cedere lo scettro. Senza contare la rabbia incontenibile che gli ha scatenato dentro veder cadere come birilli gli uomini che lui aveva scelto e protetto, a cominciare dal capo dei Servizi segreti, e per di più a favore di personalità che, per percorso professionale, competenze e serietà fanno sfigurare i predecessori e risultano inattaccabili. Una rabbia che spinge Conte a organizzare giochi e giochetti, a coltivare desideri di vendetta, a elucubrare il futuro convinto che sia basabile sui lusinghieri sondaggi che ancora lo vedono molto popolare (senza capire che la “legittimazione elettorale” è un’altra cosa e che gli italiani hanno la memoria corta).

 Ci sono almeno due circostanze per cui non è opportuno lasciar correre. La prima è che la sorte del predecessore di Draghi è ormai strettamente legata a quella dei 5stelle, che tuttora rimangono, nonostante l’emorragia di quasi cento tra deputati e senatori, il più numeroso gruppo del nostro Parlamento. Decisivo per la continuità del governo – e qui siamo aiutati dalla ferrea volontà di costoro di arrivare alla fine della legislatura, visto che tra il taglio voluto in primis proprio da loro e la più che probabile débâcle elettorale che subiranno, la gran parte tornerà a casa definitivamente – e per la prossima elezione del Capo dello Stato. Dunque, appurare se e in quale misura l’avvocato foggiano sia (sarà) in grado di influenzare le scelte di quello sbrindellato gruppo parlamentare – magari con il decisivo supporto del direttore del Fatto e assiduo frequentatore degli studi di La7, Marco Travaglio, che gli ha suggerito di fare un giro d’Italia indossando il saio di volontario di qualche onlus – non è cosa di secondaria importanza. Finora pare di capire che prevalgano di più gli scontri interni, le piccole vendette personali, gli affari (in senso stretto) di Casaleggio. E le esplicite dichiarazioni di Draghi e Salvini sul fatto che la legislatura andrà fino in fondo quale che sia l’esito della partita al Quirinale, sposta in avanti il momento a cui guarda Conte, le prossime elezioni politiche (da quelle comunali di autunno, le opinioni di Giuseppi, ammesso che ne abbia, paiono ininfluenti). Ergo, c’è tempo per lui di tagliare la strada di Di Maio – suo vero nemico – nella costruzione di un partito post-5stelle (poco importa se partendo dalle macerie del movimento ormai ex grillino, o meglio da una parte di esso, o se facendo una cosa ex novo), probabilmente collocato in una posizione centrista. Francamente, pur non sottovalutando tutte le contraddizioni insite nel “pentimento giustizialista” manifestato con rilevante tempismo dal ministro degli Esteri in merito alla vicenda giudiziaria dell’ex sindaco di Lodi, se proprio qualcuno ha da intestarsi la parte chiamiamola “governista” dei pentastellati, molto meglio che sia il “revisionista” Di Maio, che più e meglio di altri ha guidato l’abiura verso le primordiali pulsioni anti-politiche del movimento, prima solo nei fatti e ora con un minimo di autocritica evolutiva (ancora insufficiente, ma meglio di niente), piuttosto che il duo Conte-Travaglio, cui prudono le mani di rompere le scatole a Draghi (e sarà questo il cappio con cui strangoleranno le loro ambizioni).

In tutto questo, molto di quanto accadrà dipenderà dal Pd. E siamo alla seconda delle ragioni per cui ho ritenuto di parlarvi oggi del démodé Conte: è lui, per il tramite di Bettini (ma non solo), che tiene saldato il cordone ombelicale che lega 5stelle e Pd, anche ora che la grande coalizione che sorregge il governo Draghi rende quell’alleanza non più necessaria (ammesso, e non concesso, che per il Pd lo sia mai stata). Ho già avuto modo di unirmi ai tanti che si chiedono, a metà strada tra incredulità e rabbia, perché un uomo intelligente e autenticamente riformista come Enrico Letta abbia dato continuità alla linea del duo Zingaretti-Bettini circa la strategicità del patto con i penstellati, e quindi non mi ripeto. Rimane il fatto che solo il Pd può oggi consegnare a Conte un futuro politico. Accendiamo ceri perché ciò non avvenga.– 
Prof. Avv. Giuseppe Catapano

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