22 Ottobre 2020, giovedì
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Il Papa e wealth manager

Papa e wealth manager

Tanti rami ereditari e un patrimonio da preservare: l’annosa questione di tutte le dinastie. A meno di non imbattersi in menti lucide come quella di Innocenzo X che, grazie all’istituto giuridico del fedecommesso, salvò il patrimonio della sua famiglia dalla dissipazione, consegnandolo alla Storia.

Il fedecommesso è la “disposizione che vincola l’erede a conservare e trasmettere l’eredità a una persona designata”. Dal diritto romano classico alla lungimiranza di una famiglia patrizia di metà Seicento. Il risultato, un patrimonio storico-artistico vincolato da quasi quattrocento anni e in gran parte ancora conservato nel proprio contesto originale. È la storia della Galleria Doria Pamphilj, gioiello nel cuore della città eterna. Protagonista chiave, un papa che sapeva guardare al futuro.

Innocenzo X, la lungimiranza di un uomo

Lo ritrasse Diego Velázquez durante il suo secondo viaggio in Italia, seduto su una preziosa poltrona pontificia, dallo sguardo attento e il cipiglio di un uomo dalle grandi responsabilità. Quelle del papato, ma anche quelle delle sorti della sua famiglia. Pennellate veloci dai rossi tizianeschi e una luce diffusa restituiscono l’immagine di Papa Innocenzo X, al secolo Giovanni Battista Pamphilj (1574-1655), uomo “dall’inquieto rigore e severo affanno”.

Era il 1650 e le sorti della famiglia Pamphilj, una delle più importanti di tutta Roma, erano in bilico. La storia dei Doria Pamphilj, dal Medioevo ad oggi, è stata un susseguirsi di unioni tra diverse famiglie e di intese che hanno reso possibile l’accumulo di un patrimonio artistico dall’immenso valore culturale, ma anche economico.

Tuttavia, nel Seicento proprio ciò che permise alla famiglia di accrescere la sua importanza e fama arrivò a rappresentare una minaccia: diversi erano i rami ereditari creatisi nel tempo. Con il potenziale rischio per ogni erede di disperdere il patrimonio di famiglia, raccolto con così grande costanza nel tempo. Un pericolo che Innocenzo X non fu disposto a correre: la sua lungimiranza permise la sopravvivenza di una collezione nei secoli. E, ai visitatori e agli appassionati che ogni giorno visitano la Galleria, permette ancora oggi di ammirare un’eredità che non appartiene solo a una famiglia, ma all’intera storia dell’arte.

Il fedecommesso Pamphilj e la creazione della Galleria

Era infatti il 1651 quando Innocenzo X (che prima di diventare papa aveva esercitato la professione di avvocato) decise di vincolare alla disposizione ereditaria del fedecommesso il palazzo di famiglia – allora in piazza Navona – e l’intero mobilio, al tempo di proprietà della cognata Olimpia Maidalchini (la ricorda un caratteristico mezzo busto di Alessandro Algardi esposto in Galleria). Non solo: il fedecommesso disposto da Innocenzo X era vincolato all’istituto della primogenitura, secondo cui il patrimonio poteva essere trasmesso solo al primogenito maschio. In assenza di figli diretti, l’onore (e l’onere) fu lasciato al nipote Camillo Pamphilj (1622-1666).

Camillo, uomo dalla formazione letteraria e artistica, aveva un destino ad attenderlo: la soglia pontificia. Nel 1644 venne infatti nominato cardinale nepote dallo zio, mossa volta a rafforzare e assicurare nel tempo la posizione della famiglia all’interno della corte vaticana. Ma Camillo fu in realtà protagonista di uno scandalo: tre anni dopo, nel 1647, abbandonò la porpora e sposò, contro il volere della madre e dello zio, la principessa Olimpia Aldobrandini, vedova Borghese. Un’unione, quella tra i due sposi, sancita dalla passione che entrambi avevano per l’arte, la letteratura, la poesia e la musica. E che portò ai Pamphilj uno dei più grandi patrimoni dell’aristocrazia romana del tempo.

Furono proprio Camillo e Olimpia a fissare la loro dimora nel palazzo di famiglia al Corso, ampliato e rimodernato per l’occasione, tutt’oggi sede della Galleria. Con un duplice obiettivo: essere luogo di ritrovo dell’élite culturale del tempo e dimora per l’immensa collezione di famiglia. Scopo, il secondo, che fu accolto come sfida dalla coppia, che studiò a fondo ogni opera e identificò il luogo migliore per esporre ciascun bene all’insegna dell’armonia e della bellezza d’insieme.

Una storia di unioni (e passione per le arti)

Una storia di unioni, quindi. Che permise alla famiglia e al suo patrimonio di sopravvivere anche dopo l’estinzione dell’ultimo ramo Pamphilj a metà Settecento con la morte del nipote di Camillo e Olimpia, Girolamo Pamphilj Aldobrandini (1678-1760). La famiglia, però, continuò a vivere grazie al matrimonio tra Anna, terzogenita della coppia, con il principe genovese Giovanni Andrea III Doria Landi. Sarà proprio con i figli di Anna e Giovanni che la famiglia comincerà ad assumere il doppio cognome che tutt’oggi la caratterizza, Doria Pamphilj.

Una storia di unioni, quindi, ma con un fil rouge: l’amore e la passione per le arti. Che sopravvive a distanza di quasi quattrocento anni da quel vincolo ereditario, ormai soppresso dalla legge italiana, ma convertito nel 2013 nel Trust Doria Pamphilj. Una missione, quella della famiglia, che a distanza di secoli si assume ancora l’onere (ma soprattutto l’onore) di preservare il proprio patrimonio, garantendone l’integrità e la conservazione, anche nell’interesse culturale nazionale. E di mantenere la proprietà e la gestione di tali beni il più possibile unita nel tempo. Innocenzo X sarebbe fiero dei suoi discendenti.

A cura di Santolin Marco 

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