Silvia Romano e le verità celate: la sua conversione fa paura, ecco perché

|a cura di Maria Parente

Dopo diciotto mesi di trattative e pare senza aver pagato nemmeno un centesimo, lo Stato italiano nella persona del Premier Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, ministro degli affari esteri, la cooperante milanese Silvia Romano torna a casa con una nuova identità ideologica e religiosa: si ripresenta alla sua famiglia con il nome di Aisha e indossando il Jilbab ,abito musulmano di colore verde acqua inteso quale richiamo ad alcune bandiere di Paesi islamici come l’Algeria o l’Arabia Saudita, e convertita, dichiarando di non essere stata costretta ma tutto accaduto per sua libera scelta.

Silvia Romano ora Aisha

Una giovane donna, oggi venticinquenne, che in soli 18 mesi volta alle spalle la sua identità da occidentale come se Silvia non fosse mai esistita o ancor peggio come se avesse da sempre celato un sentire che finalmente ha trovato opportunità e occasione di esprimersi generando però disapprovazione e malcontento nei politici italiani definendola pressoché “neo terrorista”

E probabilmente non hanno tutti i torti: Al shabaab è un gruppo terroristico jihadista sunnita di matrice islamista attivo in Somalia, nato intorno al 2006 riconosciuta come la cellula somala di al-Qāʿida: da numerosi governi e servizi di sicurezza occidentali è considerata un’organizzazione terroristica.

Questa formazione islamista è presente nelle regioni del sud della Somalia e mantiene vari campi di addestramento nei pressi di Chisimaio. Alcuni finanziamenti per al-Shabaab provengono dalle attività dei pirati somali.

Dunque appare chiaro che nonostante i media continuano a predicare la conversione di Silvia all’Islam, i fatti imperversano contro: c’è una differenza sostanziale tra il convertirsi all’islam o a una forma di predicazione distorta della religione, come quella degli Shabaab: fatta di crudeltà che si ciba di povertà, a Mogadiscio come in Kenya; di attentati contro i cristiani e di violenze in nome di Allah.

La politica dei rapimenti a scopo di lucro ha assunto con il tempo un carattere più opportunista e se vogliamo meno ideologico: meno gole tagliate, più soldi. I terroristi, stavolta, hanno lasciato una loro “preda” tornare in”abiti islamici” in Italia, gli stessi che impongono a migliaia di donne somale in loco. Hanno ottenuto soldi, ciò che volevano di più, e incassato la soddisfazione di veder sbarcare a Ciampino “Aisha”.

Il punto-Quella di Silvia “Aisha” Romano e degli Shabaab è lo specchio di una Somalia che ha cambiato faccia negli ultimi anni. Se vogliamo, anche “padrone” nel disinteresse pressoché collettivo. Perché se i mitra li imbracciano i miliziani, il denaro si è mosso grazie alle influenze esterne della politica.

Oggi gli Shabaab controllano – direttamente o indirettamente – tra il 70 e l’80 per cento del Paese attraverso un governo ombra della jihad, che propone sharia in cambio di sussidi, estinzione di debiti in cambio di giovani combattenti da usare per gli attentati, mentre prolifera la fabbrica dei sequestri, vero trait d’union con la vecchia scuola di al Qaida.

Cosa resta di Silvia Romano? Probabilmente il ricordo di una giovane italiana , determinata a far valere la sua posizione in favori dei migranti, idealista,volata in Africa per aiutare e sostenere popoli meno fortunati. L’estremismo e lo sciacallaggio che in questi giorni ruota intorno a Silvia Romano è decisamente sgradevole: ovvio che nessuno ha idea di cosa abbia vissuto nei diciotto mesi di prigionia, violenze e vessazioni di ogni tipo, anche se lei nega e difenderà fino alla morte la sua vita e le scelte a cui è stata costretta, ma augurarle la morte o deriderla con video che girano sui social che la immortalano nuda durante alcune manifestazioni è da ignobili!

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