1 Marzo 2021, lunedì
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Italia in volata verso la presidenza dell’Ue

Come spesso accade, l’Italia ha sorpreso un po’ tutti. La prevista valanga anti Ue ed euroscettica non c’è stata. Anzi, si è affermata in modo clamoroso una forza, il PD, sicuramente filo europea, anche se critica nei confronti delle attuali politiche dell’Unione. 

È questa una positiva risorsa da giocare nelle prossime settimane e nel corso del semestre italiano di presidenza dell’Ue. Le questioni su cui puntare sono poche, ma essenziali. Il loro contenuto è principalmente politico e riguarda le alleanze con i nostri principali partner, la futura leadership europea e il varo di un’agenda per la nuova legislatura.

Le alleanze e il triangolo con Francia e Germania
I risultati elettorali negli stati membri dell’Ue sono stati, a differenza che nelle passate votazioni, estremamente chiari. Per limitarci ai nostri principali partner, la Germania rimane stabilmente al centro dello schieramento filo europeo; la Gran Bretagna accresce notevolmente la propria propensione al distacco dall’Ue; la Francia fa emergere da sotto le ceneri lo spirito nazionalista che non l’ha mai realmente abbandonata fin dall’inizio del processo di integrazione europea (si pensi al rifiuto della Ced o alla cosiddetta “sedia vuota” della metà degli anni ’60). 

Se è possibile digerire un eventuale allontanamento del Regno Unito dal cuore dell’Ue, è inimmaginabile credere in futuri progressi dell’integrazione europea senza l’apporto, pur riluttante, della Francia. Non è quindi il caso di profittare della evidente debolezza francese per disegnare, come alcuni auspicano, un’asse Roma-Berlino in alternativa a quello tradizionale Parigi-Berlino. Non avrebbe alcun senso e non sarebbe neppure realizzabile. 

Quello che va fatto è di riprendere una vecchia e positiva tradizione italiana volta ad operare per il rafforzamento dell’entente fra Francia e Germania, spingendo i due governi a cogliere il grande momento della crisi europea per rilanciare le prospettive di un ulteriore passo in avanti dell’integrazione dell’Ue o di una parte di essa. Quindi attenzione verso Berlino, ma con un occhio di riguardo per Parigi.

La leadership europea 
Qui il rompicapo inizia subito, già nei prossimi giorni. La strategia del nostro governo dovrà essere quella di dare assoluta priorità a questo dossier, anche perché esso si trascinerà verosimilmente nel corso del prossimo semestre e ci vedrà quindi coinvolti nella gestione di una vicenda di estrema importanza per il futuro della legislatura europea.

In questa trattativa abbiamo un doppio vantaggio: l’ottima performance elettorale di Matteo Renzi, con una certa conquista di credibilità personale, e il fatto di non dovere necessariamente combattere per una candidatura italiana. Teniamoci stretto “San” Mario Draghi e aiutiamolo ad..aiutarci! Ma per il resto siamo liberi di negoziare. 

Ciò che serve all’Unione per uscire dalla crisi politica sono ovviamente leader di alto profilo. Ma anche il rispetto delle procedure o meglio dello spirito delle procedure. Facciamo riferimento all’art. 17 del Trattato che chiede al Consiglio europeo di “tenere conto” del risultato elettorale nella proposta del candidato Presidente della Commissione. Di fatto l’intera campagna elettorale è stata condotta in base a questo assunto. Quindi ha vinto Jean-Claude Junker e perciò il primo nome dovrebbe essere il suo. 

La Commissione a Junker? Non è così scontato
Ma, e qui si complica il discorso, il candidato espresso dal Consiglio europeo dovrà raggiungere la maggioranza di 376 voti in Parlamento per entrare in funzione. Il Ppe, che ha espresso Junker, ha la maggioranza relativa di 212 seggi (ne ha persi 60 rispetto al 2009) e non potrà raggiungere quella soglia senza il sostegno dei socialisti. 

La tentazione da parte del Consiglio europeo è quindi quella di proporre un candidato diverso. Ma all’Italia conviene invece insistere che lo spirito dell’art. 17 sia rispettato e che il nome del candidato, se non dai risultati elettorali, emerga almeno dall’interno del Pe e dai compromessi che i partiti raggiungeranno. 

Sulle altre nomine del pacchetto la direttrice di marcia deve essere quella del prestigio e della competenza, soprattutto per l’Alto rappresentante. Qui si tratta di vera sostanza, poiché la politica estera e di sicurezza sarà la vera sfida per l’Ue nei prossimi mesi ed anni, dai rapporti con Mosca al tema dell’immigrazione.

La stagione del riformismo europeo e l’agenda per il futuro
Qui il discorso è al tempo stesso complesso ma anche molto chiaro. Nei prossimi cinque anni l’Ue ha davanti a sé solamente due strade. La prima è quella del giorno per giorno e del sostanziale immobilismo: la conseguenza sarà il declino. La seconda è quella di imboccare la strada delle riforme, sia nel campo delle politiche che in quello delle procedure e istituzioni. Su questa strada un ruolo centrale, se lo vorrà, dovrà essere assunto dal Pe.

La presenza di forze politiche antisistema dovrebbe spingere i partiti tradizionali a coalizzarsi per prendere iniziative forti e di proposta politica per avviare la stagione del rinnovamento. L’iniziativa non può essere lasciata al solo Consiglio europeo, che non potrà mai uscire dalla logica del compromesso o del provvisorio, ma assunta dall’istituzione che è uscita dalle urne, un po’ più acciaccata di prima ma con l’esigenza di riscattarsi. 

Nel semestre italiano vanno quindi costruiti rapporti forti con il Parlamento europeo, sia per fissare un’agenda per il futuro, sia, eventualmente, per puntare ad una maggiore presenza italiana nella Presidenza del Parlamento e nei Comitati chiave. 

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