25 Febbraio 2021, giovedì
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Il Papa, il Rabbino, la Terra Santa: su La Civiltà Cattolica ampia intervista al rabbino Abraham Skorka

L’imminente viaggio del Papa in Terra Santa affonda le sue radici anche nell’amicizia tra Francesco e il rabbino Abraham Skorka. Rettore del seminario latinoamericano di Buenos Aires, amico di lunga data del cardinale Bergoglio, Skorka ha rilasciato una lunga intervista a padre Antonio Spadaro, direttore di La Civiltà Cattolica, in cui si sofferma sulle motivazioni profonde di questo viaggio, le sue aspirazioni, i problemi spinosi che dovrà affrontare, le questioni aperte nel rapporto tra Chiesa ed Ebraismo. La conversazione tra il rabbino e il gesuita comparirà sul prossimo numero della rivista, sabato 17 maggio.

«Questa intervista è un contributo a comprendere meglio, e a tutto campo, la personalità di Jorge Mario Bergoglio e a riflettere sul suo ministero come Papa Francesco, sulle sfide che ha davanti. Uno sguardo inedito, che viene dall’Ebraismo e che si interroga sul significato della vita, del bene e del male, del dialogo, del rapporto tra lo Stato e le religioni, su Dio e il demonio, ben consapevole del pensiero di Bergoglio su questi temi», scrive Spadaro nell’Introduzione.

«Nel momento di cui Jorge Mario Bergoglio è stato eletto Papa, mi è stato chiaro che la nostra amicizia doveva diventare pubblica. Lo richiedevano secoli di discordie tra ebrei e cristiani, e lo richiede altrettanto una realtà umana in cui troppe volte lo scontro vince sul dialogo», dice il rabbino, che accompagnerà Francesco nel viaggio a partire da Betlemme.

Nel corso della lunga conversazione vengono esaminate le passioni comuni, anche le più semplici. Ma soprattutto la grande visione dispiegata dalla letteratura profetica. Non mancano gli aneddoti inediti di un’amicizia che ha segnato i due leader religiosi. Dopo l’elezione di Francesco i due si sono incontrati tre volte a Roma. Il rabbino racconta: «In occasione del primo incontro […] indicando se stesso e me con la mano, disse: “La nostra amicizia e il nostro dialogo è segno che si può…”, e io continuai: “si può creare il sentiero che porta verso la pace e che sa avvicinare di più Roma e Gerusalemme”». Prosegue Skorka: «Ci siamo messi a sognare di trovarci insieme davanti al Muro, di abbracciarci per dare un segno ai duemila anni di dissensi tra ebrei e cristiani, e che io lo accompagnassi a Betlemme per essergli accanto in un momento tanto significativo per il suo spirito, come gesto di amicizia e di rispetto. Di lasciare un messaggio di pace indelebile a tutti i popoli e le nazioni di quella regione».

Circa le aspettative sul viaggio Skorka afferma: «Non mi aspetto che Papa Francesco risolva tutti i problemi tra palestinesi e israeliani, né tutti i conflitti del Medio Oriente e del mondo. Il vero potere del Papa risiede nella credibilità che egli riesce a suscitare nei suoi e negli altri. In una realtà mondiale carente di valori, in cui tutto si misura e si analizza nell’ottica del potere geopolitico e del ricavo materiale, Francesco viene a cambiare questo paradigma esistenziale introducendo una dimensione spirituale […]. Per forgiare una pace veritiera è necessario ottenere un cambio di atteggiamento da parte di coloro che sono in conflitto, e Papa Francesco può concentrare i suoi sforzi su questo obiettivo».

Il messaggio del viaggio, secondo Skorka, è molto più ampio dell’evento in sé: «Per varie ragioni il conflitto palestinese-israeliano viene fatto oggetto di speciale attenzione ed è tra quelli che risvegliano le più accese passioni in molte zone del mondo. La sua degna e giusta risoluzione costituirebbe un paradigma per gli altri conflitti che affliggono l’umanità». Skorka rivela non solo come è nata l’idea del viaggio, ma almeno alcuni dei suoi significati fondamentali, anche alla luce delle Scritture.

Nelle conversazione con Spadaro vengono citati anche i nomi di alcuni testimoni del dialogo ebraico-cristiano, come il cardinal Lustiger, ed emergono quelle che il Papa considera letture importanti per fondare un buon dialogo ebraico-cristiano. Skorka, in particolare, spiega che secondo lui in Papa Francesco c’è «l’attesa della Chiesa di una risposta ebrea alla Nostra aetate, […] un manifesto accolto dalla maggioranza del popolo ebreo che risponda alla domanda: che cosa significa un cristiano per un ebreo?». Ma Bergoglio – chiede padre Spadaro – come vede la religione ebraica? «Le molte cose che ho visto e sperimentato accanto a Bergoglio mi inducono ad affermare che egli vede e sente l’Ebraismo come la madre della sua fede. Non è una mera percezione intellettuale, bensì un sentimento che costituisce una componente importante della sua fede personale». Skorka fa notare inoltre come alcune posizioni e affermazioni di Bergoglio trovino correlazioni evidenti con la letteratura rabbinica.

Nell’intervista viene anche spiegato il significato e l’utilità della preghiera per la pace. «L’atto di pregare deve necessariamente avviarsi con uno sguardo critico introspettivo, volto ad analizzare le azioni compiute e i conseguenti errori. Senza l’umiltà di una simile autocritica, e senza la decisione di cambiare ciò che va male o di migliorare ciò che, pur essendo buono, richiede correzioni, l’atto del pregare non ha senso. Questo atteggiamento dovrebbe spingerci ad avvicinarci a Dio, e il nostro sforzo spirituale dovrebbe avvicinare Dio a noi. Non si tratta soltanto di recitare delle preghiere o di eseguire dei rituali. Preghiere e rituali devono essere per noi come dei grilletti spirituali, ma, se non si trasformano in azioni, non hanno alcun senso». Una sfida che si ponge a Papa Francesco in questa visita in Terra Santa, secondo il rabbino, «è quella di riunirsi con leader dei vari credo, in brevi incontri, che sappiano gettare radici in vista di una futura continuità».

Con Papa Francesco, dice l’amico, c’è la condivisione di un ideale: «Che nasca una generazione impegnata verso una religiosità assai più profonda di quella attuale. Una generazione per la quale pregare non sia un mero recitare preghiere o assistere a riti, bensì un’esperienza spiri¬tuale che sa lasciare un’impronta trasformante nella mente e nell’anima delle persone. […] Sogniamo una struttura comunitaria tessuta di congregazioni piccole e molto attive piuttosto che di enormi strutture che convogliano moltitudini attraverso messaggi massificanti. Una generazione in cui le religioni orientino sulle strade della pace, mettendo fine ai fanatismi che agitano la sinistra idea di «uccidere nel nome di Dio».

Una parte dell’intervista è dedicata ai temi della leadership religiosa che sia ispirata e aperta, anche al dubbio, inteso come «parte del processo di discernimento», come insegnano i Profeti. Così si fa spazio a Dio e alla sua azione. «Come si legge nel Talmud di Gerusalemme, comandare significa, dunque, farsi domande, ricercare e trovare risposte», dice Skorka.

Infine il dialogo si sofferma sulla Shoah. Il Papa, dice Skorka citando Il cielo e la terra, libro che hanno scritto a quattro mani, «si sofferma sull’abietto pensiero idolatrico, pagano, che si trova alla radice di questo crimine. Per Bergoglio la Shoah è un genocidio con una peculiarità: la costruzione di un’idolatria contro il popolo ebraico. La razza pura e il superuomo sono gli idoli sui quali è stato edificato il nazismo. Non si tratta solo di un problema geopolitico, c’è anche una questione religioso-culturale. Per lui, ogni ebreo ucciso fu uno schiaffo al Dio vivente in nome degli idoli. Nell’obiettivo nazista di cancellare dalla faccia della terra e dalla storia la presenza del popolo che definisce la propria identità nel testo biblico si fa presente l’intenzione di eliminare dall’orizzonte umano la presenza di quel Dio che aveva stretto un patto con l’uomo affinché quest’ultimo curasse e lavorasse la sua opera creativa».

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