26 Febbraio 2021, venerdì
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Ascesa e declino della politica estera personale

Il rapporto fra opinione pubblica e politica estera è stato esaltato in primis dai governi Berlusconi. Mentre i mass media hanno trasformato i summit fra capi di governo in eventi “pop”, la nostra presenza internazionale è stata sempre più spesso filtrata dall’ex presidente del consiglio che è divenuto il “mediatore unico” tra leader internazionali e opinione pubblica. Con un particolare populismo mediatico riassumibile in tre modelli di personalizzazione: di successo, frustrazione e assenza.

Berlusconi e i summit pop
Nella personalizzazione di successo, a un’opinione pubblica informata su contesti strategici, la personalizzazione sostituisce l’illusione mediatica di offrire all’opinione pubblica “un posto in prima fila nel salotto dei potenti”, dove ciò che conta è aggirare l’autorevolezza istituzionale grazie alla costante rincorsa del compiacimento popolare. Come dimostra l’amicizia messa in risalto sui media tra Berlusconi e Gheddafi.

Nella personalizzazione frustrata, la sostanziale tricefalia dell’Europa comunitaria (Commissione, Consiglio, Parlamento) ostacola invece la personalizzazione. I suoi leader non hanno séguito nell’opinione pubblica e la difficoltà di personalizzare la politica estera nell’Ue è aggirata con iniziative improvvide alla ricerca di rapporti diretti con i leader dei singoli paesi. 

Pur consolidando il suo gradimento in Italia, Berlusconi non conquistava la stima dei leader europei e sulla nostra credibilità internazionale si proiettava un cupo cono d’ombra.

Infine, la personalizzazione assente consacra il completo disinteresse per gli attori nazionali operanti in aree strategiche instabili e spesso pericolose: dalle Ong alle comunità italiane nel mondo, dai diplomatici alle imprese internazionalizzate, ma non ammesse nella cerchia dell’ex premier.

L’atteggiamento di Berlusconi che non visitava i soldati italiani in Afghanistan chiarisce la natura dello schema: il rischio di boomerang mediatico nel gestire l’informazione era verosimilmente troppo forte per la presenza dei morti e dei feriti nelle operazioni. Fattori che avrebbero rischiato d’essere posti a carico del presidente del Consiglio da parte dell’opinione pubblica. 

Il risanamento di Monti, Letta e Renzi
Con l’uscita di scena dell’ex Cavaliere, l’imbarazzante lascito berlusconiano impegna i governi Monti e Letta che spendono mediaticamente il personale credito internazionale, sia nei rapporti euro atlantici, che con i contingenti italiani di peacekeeping, visitati più volte. 

Sulla linea di questo “risanamento” sembra muoversi il premier Renzi. Anche se, rispetto ai due predecessori, non è ancora interamente in possesso di un personale profilo internazionale, il che potrebbe addirittura trasformarsi in una risorsa per un’azione maggiormente politica rispetto ai prece-denti governi tecnici. 

Il superamento della politica estera “pop” intende pertanto restituire il ruolo abituale alle istituzioni attive sul campo, spesso marginalizzate dai governi Berlusconi; con l’opportunità di poter incidere in maniera nuova nel rapporto fra politica estera, mass media e opinione pubblica.

Personalizzazione della politica estera
Dalla sinossi presentata emerge come i media rivestano un ruolo centrale nello storytelling politico delle democrazie moderne e la personalizzazione delle leadership assuma un profilo peculiare nella “democrazia del pubblico”. Tanto che il rapporto fra opinione pubblica e politica estera passa ormai (anche) per la sua personalizzazione. Si tratta di un esercizio con cui governi, ma anche Ong, imprese, Forze armate e comunità italiane all’estero sono chiamati a misurarsi. 

Nell’opinione pubblica italiana la televisione ricopre ancora un ruolo importante nel comunicare la politica estera. Tuttavia, il modello del “mediatore unico” di epoca berlusconiana funziona sempre meno. La crescente diffusione dei social media amplia la base di accesso interattivo alle notizie internazionali. Il che produce almeno due risultati: moltiplica le fonti informative e trasforma il mediatore da “unico” in “molteplice”.

Per riacquisire uno storytelling italiano del mondo, allargare la personalizzazione della politica estera a nuovi attori può rappresentare una mossa interessante, sia per verificare le fonti informative, che per far risaltare la spiccata proiezione internazionale dell’Italia. Valorizzando l’operato di cooperanti, imprenditori, militari e comunità italiane: soggetti che permettano di riallacciare i fili che ci legano ad eventi generali. Senza vedere nella semplificazione della comunicazione politica la marginalizzazione delle istituzioni competenti, bensì l’opportunità di legare la cronaca degli avvenimenti esteri ai bisogni primari delle persone. 

Populismo anticorpo della democrazia rappresentativa 
Infatti, gli italiani, a differenza dei cittadini di altri paesi, risultano spesso meno attenti alle possibili conseguenze locali di eventi internazionali che non siano quelle potenzialmente dannose o sfavorevoli. Come i timori di ripercussioni negative legate alla situazione ucraìna, recentemente spiegati in un sondaggio di Demos & Pi.

Profittare della personalizzazione senza ripeterne le esasperazioni berlusconiane è forse una buona strategia per raccontare “una storia credibile sostenuta dai comportamenti”. Mostrando che il populismo agisce da anticorpo della democrazia rappresentativa e che la politica estera “pop” rappresenta (solo) un effetto perverso dell’incontro fra opinione pubblica e politica estera. 

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