7 Marzo 2021, domenica
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Lo spettro del collasso ambientale

La Cina è oggi il maggiore consumatore di energia al mondo, il principale importatore di petrolio, nonché il primo emettitore di gas serra. Circa il 70% dell’economia cinese è alimentato dal carbone. 

Le conseguenze ambientali sulla salute di questa impressionante crescita si sono manifestate con chiarezza negli ultimi anni: le cosiddette “apocalissi dell’aria” in molte città, gli scandali sui raccolti e le falde acquifere contaminati, l’abbassamento delle aspettative di vita e le morti premature tra la popolazione evidenziati da recenti studi sono gli esempi più lampanti. 

Preoccupata da questi problemi, e dalla potenziale instabilità sociale, la leadership cinese ha adottato misure eccezionali per combattere il degrado ambientale. Nel 2009, al vertice sul clima di Copenaghen, la Cina si è impegnata a ridurre del 40-45% l’intensità di carbonio e a raggiungere l’obiettivo del 15% del consumo totale di energia ottenuta da combustibili non-fossili entro il 2020.

Dodicesimo piano quinquennale
Il dodicesimo piano quinquennale (2011-2015) ha confermato questa nuova direzione enunciando una strategia generale di sviluppo low-carbon: il piano abbozza i contorni dei primi mercati per i crediti di emissione, colloca le nuove energie, la conservazione dell’energia, la protezione ambientale e i veicoli a energia pulita tra le sette “industrie strategiche” sostenute dal governo, e – soprattutto – si pone come obiettivo un tasso di crescita del Pil più basso (7%), con un minore utilizzo di energia. 

Quali risultati sono stati finora ottenuti? 
Dall’entrata in vigore del piano: a causa della più moderata crescita economica, la domanda di energia della Cina è cresciuta solo del 3,9% nel 2012 – il tasso di crescita più basso del decennio -, diminuendo così l’intensità energetica del 3,6%. L’emissione di CO2 è aumentata del 3,2% nel 2012 rispetto ad un aumento del 9,3% nel 2011, riducendo l’intensità di carbonio del 4,3%. 

Inoltre, l’offerta di energia da combustibili non fossili è aumentata di circa il 9%, grazie alla crescita del volume di elettricità generata da centrali eoliche e idroelettriche. In aggiunta, dal giugno 2013, la Cina ha lanciato esperimenti-pilota di mercati delle emissioni a Shenzhen, Shanghai e Pechino. 

Sfide future
Nonostante la Cina sembri essere sulla buona strada per quanto riguarda la riduzione dell’intensità di carbonio, grandi sfide permangono all’orizzonte. Innanzitutto, il vero problema, rappresentato dal ruolo delle imprese di stato (State-owned enterprises, Soe) non è affrontato di petto. 

Le Soe attive nel settore energetico rappresentano i monopoli di mercato più imponenti del paese e influenzano i processi del policy-making, dato il rango ministeriale ricoperto da molti presidenti delle stesse aziende. Gli alti prezzi dell’energia e delle risorse sono determinati dal potere monopolistico delle imprese di Stato, non dal mercato. 

In secondo luogo, bisogna considerare che l’urbanizzazione della Cina è ancora in corso. Nel 2009 McKinsey ha stimato che la popolazione urbana raggiungerà un miliardo di persone entro il 2030, e che entro il 2025 ci saranno 221 città con almeno un milione di abitanti, e 23 con oltre cinque. la domanda di energia della Cina aumenterà del 40% tra il 2011 e il 2035, arrivando a rappresentare il 40% della crescita di domanda mondiale, mentre le emissioni di CO2 cresceranno del 28% durante lo stesso periodo. 

In terzo luogo, la Cina presenta un’enorme sovraccapacità nelle industrie del cemento, del vetro, del trasporto marittimo e dell’acciaio, in seguito al calo della domanda estera determinato dalla crisi economica globale. Perciò, dato che più della metà del consumo energetico cinese è di natura industriale, bisognerebbe compiere i necessari passi per non aumentare le scorte. 

In quarto luogo, lo sviluppo delle nuove energie procede a singhiozzo. In seguito alla guerra commerciale dei pannelli fotovoltaici, la National Development Reform Commission (Ndrc) nel luglio 2013 ha emesso un documento per spostare il focus dell’industria sul mercato interno, e promuovere impianti diffusi di generazione di energia. 

Questo piano non sta però procedendo come sperato. A causa del rapido sviluppo dell’industria, molte centrali eoliche sono state costruite in aree con abbondanza di elettricità generata dal carbone e, quindi, sono state tagliate fuori dalla rete di distribuzione. La stessa associazione stima uno spreco in 20 miliardi di KW/ora nel 2012, con una perdita totale di 10 miliardi di yuan (1,2 miliardi di euro). 

Gas sostituto del carbone?
Infine, permangono sostanziali ostacoli alla sostituzione del carbone con il gas nel consumo energetico. Il paese è un importatore netto di gas convenzionale (possiede infatti solamente l’1% delle riserve globali), e l’industria dello shale gas (gas di scisto) deve ancora decollare. Perciò, per aumentare rapidamente la quota di gas nel suo mix energetico, la Cina deve assicurarsi una fornitura di gas stabile ed economica dall’estero. Il percorso di decarbonizzazione si presenta quindi come irto di ostacoli. 

La sfida più complessa rimane quella della trasmissione delle politiche dal centro alle istituzioni locali, cui spetta garantirne l’attuazione. Molte cose potrebbero andare storte in questo processo. Su questo sarà giudicata negli anni avvenire la leadership guidata da Xi Jinping e Li Keqiang. 

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