24 Giugno 2024, lunedì
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Rapinatori incensurati: niente arresto. Per evitare a Berlusconi il carcere…

Scivola tra Camera e Senato a passo di carica la legge che rischia di lasciare fuori di galeraschiere di criminali e nel pacchetto anche allontanare da Berlusconi l’ombra degli arresti domiciliari. È la legge che circoscrive i casi di carcere preventivo.

Come ha detto Maurizio Carbone, presidente della Associazione nazionale magistrati, il testo proprio grazie ai suggerimenti della stessa Associazione nazionale magistrati, è stato eliminato quanto meno l’obbligo di lasciar fuori chi abbia commesso un omicidio, magari con modalità efferate, ma incensurato.

È stata presentata a novembre, dal sottosegretario alla Giustizia Donatella Ferranti: il che sia del Pd non ha suscitato lo sdegno che ci avrebbe inondato se a farlo fosse stato un Nitto Palma. Inoltre,  ministro della Giustizia era Annamaria Cancellieri, in piena bufera per le sue telefonate con i Ligresti rimasti a piede libero.

Così la stampa di sinistra, sempre pronta a scattare al nome di Berlusconi, non ha avuto nemmeno il dubbio che la legge fosse parte del pacchetto noto da anni come salvacondotto per Berlusconi.

Presentata a novembre, la legge è stata approvatadalla Camera a gennaio, rivista il 2 aprile dal Senato, che ha voluto almeno mettere in carcere gli assassini anche se incensurati, cosa che la legge avrebbe escluso; ora torna alla Camera per la approvazione finale e per le successive polemiche degli stessi politici che l’hanno approvata e che provano una particolare goduria alla parola carcere, dove ora vorrebbero mandare anche chi pagherà i dipendenti meno del salario minimo che ora il Governo peronista di Matteo Renzi vuole imporre. Almeno, nell’Unione Sovietica, criminali in giro ce n’erano pochi.

Per Berlusconi i tempi però non sono abbastanza rapidi, perché le sue scadenze giudiziarie incombono e i lavori parlamentari sono pieni di imprevisti. Probabilmente per questo abbiamo registrato negli ultimi giorni due veri e propri avvertimenti:

– l’improbabile fuori onda fra Maria Stella Gelmini eGiovanni Toti, una bella polpetta confezionata perRepubblica, dove anche un cronista alle prime armi intuisce che si tratta di una messa in scena, con tanto di scadenza (il 10 aprile) e di polemiche successive per rendere la trappola ancor più credibile;

– le mezza retromarcia di Berlusconi sulla abolizione del Senato, come se non si sapesse che la “riforma” è quella del Piano di Rinascita affidatogli da Licio Gelli e portato ora a esecuzione dal preciso e inesorabile Denis Verdini.

Sono punzecchiature garbate, niente che ricordi gli sgangherati attacchi degli anni passati, ma il chiodo fisso di Berlusconi rimane quello di evitare la galera senza dovere umiliarsi a chiedere la grazia come un qualsiasi ergastolano.

Intanto Berlusconi, abituato a non lasciare mai quasi quasi nulla al caso, tranne perdersi per la sua smisurata opinione di sé, ha già messo le mani avanti, anzi, il ginocchio e si è prefigurato il ricovero in infermeria.

Un piccolo movimento di resistenza si è avviato nelle ultime ore, grazie alla denuncia del Procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatore, che ha affidato il suo allarme a Giovanni Bianconi, che lo ha infilato lì sul Corriere della Sera di sabato senza quasi che il giornale se ne accorgesse.

L’ha rilanciato Gianni Barbacetto sul Fatto, che ha riportato così le parole di Pignatone:

 “Stanno rendendo impossibile l’arresto, anche domiciliare, per delitti che considero di un certo allarme sociale. […Ma] il legislatore deve sapere che così non si potrà arrestare nemmeno chi compie delitti di strada come lo scippo, il furto, fino alla rapina, a meno che uno non entri in una banca impugnando il kalashnikov”.

Ma si sa la fretta è cattiva consigliera e probabilmente, dovendo tenere conto di tutti i capi di imputazione passati e presenti che pendono sulla testa di Berlusconi, hanno dovuto usare maglie larghissime.

Che l’uso del carcere preventivo abbia dato luogo più volte a polemiche e dubbi è cronaca ed è fuori discussione, specie dopo l’impiego come strumento di indagine dai tempi di mani pulite. Ma l’ampiezza del provvedimento va ben oltre lo scopo e rende anche ridicole le ambizioni di esponenti del Governo Renzi che vorrebbero prevedere il carcere per chi non corrisponderà ai dipendenti il salario minimo che lo stesso Renzi vuole imporre.

Gianni Barbacetto è un cronista di giudiziaria molto documentato e spiega:

“La legge che modifica la custodia cautelare ha una storia lunga. Il Pd aveva presentato in Parlamento un testo su questa materia anche nella scorsa legislatura. Ne ripropone uno simile nella primavera scorsa, primi firmatari Donatella Ferranti, Andrea Orlando, Anna Rossomando, con l’appoggio anche di Gennaro Migliore e dei parlamentari di Sel.

“Spiega Ferranti, oggi presidente della commissione Giustizia della Camera: “La nostra proposta cercava di rispondere al sovraffollamento delle carceri in cui, su 60 mila detenuti complessivi, 23 mila sono in custodia cautelare. E poi alle sentenze della Corte costituzionale, che dal 2010 in poi bocciano le norme dei cosiddetti pacchetti sicurezza che rendono automatico l’arresto per tutta una serie di reati. L’automatismo, dice la Consulta, ci può essere solo in caso di mafia. In tutti gli altri casi va motivato caso per caso”.

“Il testo passa dalla commissione Giustizia della Camera (che ascolta in audizione anche l’Associazione nazionale magistrati) all’aula di Montecitorio, poi passa al Senato, dove viene approvato il 2 aprile con l’opposizione della Lega e l’astensione del Movimento 5 stelle.

“Il problema – spiega Ferranti– è che, nel viaggio, il nostro testo ha subìto molte modifiche”. In più ha ricevuto l’innesto di alcune proposte formulate dalla commissione ministeriale guidata dal presidente della Corte d’appello di Milano, Giovanni Canzio.

“Ora il pacchetto torna alla Camera con una formulazione diversa da quella iniziale e che – ammette Ferranti – effettivamente presenta alcuni problemi”.

Il più grave lo indica Maurizio Carbone, segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati (che il Senato non ha ritenuto di consultare): “La custodia cautelare in carcere, o anche agli arresti domiciliari, viene esclusa in tutti quei casi in cui l’indagato potrebbe avere, alla fine del suo percorso processuale, una pena diversa dal carcere”. Dunque: niente cella per chi potrà essere condannato fino a 2 anni, perché potrà beneficiare della sospensione condizionale della pena; ma niente carcere neppure per chi potrà essere condannato fino a quattro anni, perché fino a quella soglia si prevedono misure alternative al carcere. Con una soglia così alta, resteranno fuori anche i responsabili di reati gravissimi, come denuncia Pignatone.

La legge, prosegue Gianni Barbacetto,

“trasforma il giudice delle indagini preliminari, che deve decidere se arrestare o no, in una sorta di Mago Otelma che deve prevedere il futuro. “Non dovrà più valutare le esigenze cautelari al momento del fatto commesso – spiega Carbone – ma dovrà prevedere l’approdo finale dell’iter processuale”.

“Una specie di pratica divinatoria che dovrebbe anticipare una sentenza definitiva che arriverà dieci anni dopo. E che dovrebbe tener conto di tutti gli sconti di pena possibili nel nostro sistema. Questo è anche in contraddizione con lo spirito della legge, almeno quello proclamato: la custodia cautelare, dicono i “riformatori”, non può essere un’anticipazione della pena definitiva. Giusto: ma proprio per questo deve dunque essere presa sulla base delle esigenze cautelari nel momento in cui il reato è commesso, non anticipare la pena futura”.

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