19 Giugno 2024, mercoledì
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Hollande e il governo Valls, lascia o raddoppia?

Con il rimpasto che ha portato alla nomina di Manuel Valls a capo del governo si è aperta una nuova fase nella vita politica francese scaturita dalle elezioni amministrative, che hanno coinvolto comuni o raggruppamenti intercomunali sempre più importanti nel panorama politico interno. Anche se la posta in gioco era locale, il risultato ha avuto rilevanza e ripercussioni notevoli a livello nazionale.

I francesi amano alternare. Tradizionalmente, durante le votazioni di mid term votano contro la squadra al potere. L’esito del voto non ha però solo una componente fisiologica, ma anche un significato politico non trascurabile.

Volata Blue marine
Osservando che cosa è successo a destra, si notano subito alcune dinamiche locali di portata nazionale, come l’elezione di Alain Juppé a Bordeaux e quella di François Bayrou a Pau, due pesi massimi che, dopo la conferma ricevuta dalle urne, si affermano come candidati potenziali rispettivamente dell’Unione per un movimento popolare (Ump) e della formazione centrista Udi-Modem per le prossime presidenziali. La destra beneficia però soprattutto del crollo della sinistra.

Va inoltre sottolineata il successo del Front National-mouvement bleu marine, capeggiato da Marine Le Pen, la versione 2.0 del vecchio partito nazionalista, che si sta affermando come forza anti-sistema. È una formazione che registra una dinamica paragonabile a quella del M5S in Italia e sicuramente conterà nelle ormai prossime elezioni europee.

Sconfitta di Hollande 
La principale dinamica del voto va tuttavia cercata a sinistra. La maggioranza al governo registra un calo nettissimo che non riflette solo una generica voglia di alternanza, ma anche l’impopolarità della presidenza di François Hollande che non è riuscita a migliorare la situazione economica e sociale.

All’inizio del suo mandato, Hollande aveva scommesso su una gestione prudente, senza grossi cambiamenti degli equilibri politici o correzioni della politica fiscale, confidando in una ripresa economica che sperava potesse intervenire a rilanciare il suo quinquennio.

Hollande puntava poi a lasciare il segno su alcune questioni sociali – come la legge sul matrimonio gay – o di politica estera. L’attesa ripresa non è però giunta e l’opinione pubblica percepisce in modo molto acuto la crisi economica. Si ripropone lo scenario della precedente presidenza, quella di Nicolas Sarkozy, che era stata anch’essa azzoppata dalla crisi. Oggi l’attendismo di Hollande è criticato da tutte le parti.

Hollande si appoggiava a Jean-Marc Ayrault, un primo ministro alquanto dimesso e riservato, un po’ incolore, che ha di fatto lasciato il presidente solo di fronte al paese. La riforma costituzionale del 2000 ha accorciato il mandato del presidente da sette a cinque anni, la stessa durata della legislatura.

Prima, invece, lo sfasamento elettorale tra l’elezione del Parlamento e quella del Presidente dava maggiore autonomia sia al primo ministro che al presidente. Quest’ultimo, appena eletto, scioglieva l’Assemblée nationale, indicendo nuove elezioni. L’attuale parallelismo fra il mandato presidenziale e quello dei deputati ha ridotto l’importanza e l’autonomia del primo ministro. Ciò crea una situazione problematica anche dal punto di vista democratico e degli equilibri istituzionali, con un presidente che di fatto oltrepassa il suo mandato e governa senza poter essere censurato dal parlamento.

Dalle elezioni del 2002 in poi, il primo ministro francese tende ad assomigliare a un potente sottosegretario alla Presidenza del consiglio. Una tendenza che si è accentuata con la scelta del mite Ayrault. Come Sarkozy prima di lui, Hollande si trova dunque direttamente esposto al malcontento popolare. Con il rimpasto di governo e la nomina di Valls, Hollande cerca ora di rilanciare la sua immagine. I margini di azione, e quindi di recupero, sono però limitati.

Valls al governo
Come Sarkozy prima di lui, Manuel Valls si è distinto per la fermezza e il pragmatismo con cui ha gestito un dicastero molto esposto, quello del Ministero dell’interno, di cui era titolare nel gabinetto Ayrault. Il suo attivismo gli ha dato grande visibilità, tanto da farlo apparire come un potenziale candidato socialista alle presidenziali del 2017. Potrebbe pertanto entrare in crescente competizione con lo stesso Hollande.

La conferma di Laurent Fabius agli esteri e di Jean-Yves Le Drian alla difesa indicano invece un’assoluta continuità con il precedente governo. Questi due ministri potenti e fedeli a Hollande proseguiranno la loro azione in una triangolazione con la Presidenza della repubblica, esautorando di fatto il primo ministro nei settori degli esteri e della difesa.

Nonostante ciò la nomina di Valls potrebbe creare nuove dinamiche nello scenario europeo. È dall’inizio del suo mandato che Hollande cerca di rimettere in moto una dialettica con la Germania per ottenere più ampi margini di azione per il rilancio dell’economia. Pur essendo un germanista, Ayrault non è riuscito a rinnovare questo dialogo con i tedeschi, visto anche il lungo periodo di stallo che ha conosciuto la Germania prima e dopo le elezioni.

L’asse franco-tedesco 
Certo, l’ultimo vertice bilaterale franco-tedesco ha messo in luce importanti convergenze in materia di politica estera, con una ripresa di attivismo da parte di Berlino. La Francia è riuscita a promuovere la sua agenda di politica africana mentre la Germania è riuscita a portare Parigi sulle sue posizioni in merito alla questione ucraina. L’invio della brigata franco-tedesca in Mali è un simbolo di questo parziale rilancio dell’asse franco-tedesco.

Ma oggi la partita essenziale si gioca sul terreno economico, fra vincoli europei di bilancio e misure per il rilancio della crescita. Fallito la scommessa attendista di Hollande, oggi il governo francese deve impegnarsi in un reale programma riformista, se vuole avere qualche chance nelle future elezioni. È un’operazione necessaria anche per il rilancio della macchina economica francese parecchio ingrippata.

Il governo ha avviato questo nuovo corso con un “patto di responsabilità” che non è altro che un alleggerimento del carico fiscale sugli stipendi. Ma ciò richiederà anche nuove misure dal lato delle spese, sotto forma di spending review o quant’altro. Qui c’è un parallelismo fra la situazione francese e quella italiana: la Francia si aspetta cambiamenti che il governo di Matteo Renzi sta cercando di mettere in atto.

Il riformismo di Renzi 
Se Valls, anche per motivi generazionali, riuscirà a incarnare questo riformismo più incisivo, allora il parallelismo potrebbe sfociare in una vera e propria convergenza, dando luogo a una comune posizione negoziale più forte nei confronti della Germania.

In realtà, i passati tentativi di creare un asse franco-italiano alternativo a quello franco-tedesco sono sempre stati un esercizio assai zoppicante, e spesso semplicemente un errore. La Germania, grande democrazia, è un partner cruciale da cui non si può prescindere.

Ben vengano però dinamiche tri-, o multilaterali europee che creino una dialettica più intensa fra i paesi membri, nel nome di un sano riformismo e di ulteriori progressi nella governance economica e istituzionale. Se l’Italia di Renzi e la Francia di Valls riusciranno a rilanciare il riformismo, allora anche l’Europa, e la Germania, ne trarranno benefici. Messieurs les français, tirez les premiers !.

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