17 Giugno 2024, lunedì
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L’Osce nel risiko di Putin

Mentre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu è paralizzato dal veto russo, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) è riuscita almeno a raggiungere un accordo per il dispiegamento di una missione di osservatori in Ucraina – esclusa la Crimea – con il compito di ridurre le tensioni, cercando di raggiungere pace, stabilità e sicurezza.

All’inizio degli anni novanta alcuni conflitti locali di natura secessionistica seguiti al crollo dell’Unione Sovietica furono affidati alle cure della nuova organizzazione paneuropea, nata dalla istituzionalizzazione della Csce.

Quella che dalla fine del 1994 prese il nome di Osce non fu in grado di risolvere alcuno di quei conflitti, per la semplice ragione che Mosca aveva tutto l’interesse a mantenerli aperti e sosteneva le piccole repubbliche separatiste, pur riconoscendo teoricamente il principio dell’integrità territoriale di Moldova, Azerbaigian e (fino allo strappo del 2008) Georgia.

Crimea secessionista
Più che per la conflict resolution, l’Osce si è rivelata uno strumento valido per la conflict prevention. Un successo ormai dimenticato (ma si sa che la cronaca registra gli incidenti avvenuti, non quelli evitati) riguardò proprio la Crimea: nel 1994 la maggioranza russa della penisola fu ad un passo dal distacco dall’Ucraina. Intervenne l’Osce, la presidenza (allora tenuta dall’Italia) mediò fra Kiev e Simferopoli, istituì missioni permanenti nelle due città; la secessione fu disinnescata.

Evidentemente le circostanze erano allora molto più favorevoli di oggi al mantenimento dell’integrità territoriale dell’Ucraina: il regime di Eltsin non era propenso a sfidare l’Occidente, e a Kiev governava una dirigenza che Mosca non aveva ragione di inimicarsi.

La secessione crimeana di questi giorni non è dunque una svolta imprevedibile. La storia è ricca di esempi di regioni che covano a lungo le loro aspirazioni separatistiche, e insorgono quando il potere centrale perde forza o legittimità per effetto di un attacco esterno o una rivoluzione.

L’avvento del nuovo regime a Kiev, avvenuto sotto la spinta della piazza e in modi costituzionalmente discutibili, ma soprattutto alcuni errori commessi in partenza (declassamento della lingua russa, posti ministeriali e altre cariche dati ad esponenti dell’estrema destra) avrebbero comunque offerto lo spunto al parlamento di Simferopoli per proclamare l’indipendenza, anche senza un intervento militare russo (che innegabilmente c’è stato, e va condannato).

Questo intervento, peraltro senza vere operazioni belliche, è servito a dissuadere Kiev dal contemplare un comunque problematico ricorso alle proprie forze armate per soffocare la secessione.

Prevedibile colpo di mano di Putin
La sorpresa per il colpo di mano di Putin è tanto più fuori luogo se si considera che non erano mancati segnali di avvertimento. Basterebbe rileggersi il discorso del febbraio 2007 alla Conferenza sulla Sicurezza (Wehrkunde-Tagung) di Monaco, in cui il presidente russo esplicitava tutti i suoi motivi di risentimento nei confronti della politica estera degli Stati Uniti e della Nato.

È noto, in particolare, che Putin non ha mai digerito l’incoraggiamento dato dagli americani alla “rivoluzione arancione” del 2004, anche se poi superata dal ritorno di Yanukovich al potere; e che l’ingresso dell’Ucraina (e della Georgia) nella Nato, fortemente voluto da Bush, sarebbe stato una sfida per lui intollerabile; lo avevano ben capito tedeschi e francesi, che perciò dissuasero Washington. Ma il segnale più chiaro si è avuto con la breve guerra dell’agosto 2008.

La spedizione punitiva contro la Georgia, il riconoscimento formale dell’indipendenza della Abkhazia e Ossezia Meridionale e lo stanziamento di truppe russe in tali territori hanno chiarito che entro certi limiti Putin è pronto a commettere violazioni del diritto internazionale, che si considera legittimato a farlo da violazioni analoghe o più gravi commesse dagli Stati Uniti e dai loro alleati, e che questi non sono in grado di impedirglielo.

L’argomento più efficace di cui si è avvalso allora, in varie successive occasioni, e in questi giorni, è il precedente costituito dal distacco del Kosovo imposto alla Serbia, contravvenendo non solo al principio di integrità territoriale ma anche ad una fondamentale Risoluzione del CdS del 1999.

Nel tentativo di dissuadere gli americani ed altri occidentali dal riconoscere l’indipendenza del Kosovo, Putin aveva avvertito che una simile mossa poteva ritorcersi contro di loro, facendo chiare allusioni all’Abkhazia (minaccia attuata di lì a poco). La risposta delle nostre diplomazie fu allora alquanto curiosa: “il Kosovo è un caso sui generis”.

Oggi, di fronte alle proteste per l’annessione della Crimea, il presidente russo si avvale di nuovo di quel precedente creato dagli occidentali per relativizzare il diritto dell’Ucraina all’integrità territoriale, e ha buon gioco ad accusare l’Occidente di usare due pesi e due misure.

Controllo Ucraina orientale 
In realtà il vero problema non è più la Crimea. Certo, i governi occidentali devono continuare a protestare per quello che sanno essere un fatto compiuto, irreversibile. Ma al tempo stesso devono concentrare i loro sforzi sulla prevenzione di guai peggiori in altre regioni russofone dell’Ucraina.

Putin, nel salutare il ritorno dell’amata Crimea fra le braccia della Madre Russia, ha assicurato di volere il mantenimento dell’unità dell’Ucraina. Il nostro obiettivo deve essere di consolidare questa linea, evitare slittamenti sull’onda di pronunciamenti dei gruppi russofili più accesi a Donetsk e Kharkiv.

Quelle assicurazioni di Putin sono state accolte da varie parti con scetticismo (e qualcuno ha ricordato, del tutto a sproposito, quelle date da Hitler a Monaco nel ’38). Il test circa le sue vere intenzioni è venuto con la proposta di inviare squadre di osservatori internazionali nelle città dell’Ucraina orientale e meridionale: una missione che era naturale affidare all’Osce.

I monitors, se distribuiti sul territorio in numero sufficiente (alcune centinaia) avrebbero reso difficile l’infiltrazione di militari russi “senza mostrine” e la diffusione di false voci circa “persecuzioni” da parte delle autorità ucraine con cui infiammare la piazza.

Se Putin voleva riservarsi l’opzione di fomentare una rivolta contro-Majdan a Donetsk, Kharkiv e Dnepropetrovsk, per poi “vedersi costretto” a varcare un nuovo Rubicone e ratificare un ulteriore Anschluss, doveva sabotare questo progetto, frapponendo ostacoli, anche solo procedurali, all’adozione del mandato degli osservatori. Per parecchi giorni è parso che gli scettici avessero ragione.

Sembrava ripetersi lo scenario del 2008: dopo la breve guerra di agosto il governo di Tbilisi aveva posto la condizione, inaccettabile per Mosca, che un’unica missione Osce avesse competenza per la Georgia e per l’Ossezia meridionale (per marcare il non riconoscimento dell’indipendenza di quest’ultima, de facto ormai irreversibile). Con il risultato che l’Osce dovette fare le valige (ma c’erano gli osservatori dell’Ue, che certo non sarebbe stato il caso di dispiegare a Donetsk).

Osservatori Osce
Anche in questo caso l’Ucraina insisteva per una formulazione compatibile con l’estensione della competenza alla Crimea, mentre i russi si irrigidivano sulla posizione contraria, alimentando il sospetto di voler affondare la missione addossandone però la colpa a Kiev.

Poi venerdì sera la svolta, immediatamente seguita, sabato, dall’arrivo dei primi “monitors”. La decisione Osce in data 21 marzo accoglie una formula accettabile per l’Ucraina: access throughout Ukraine, cioè sull’intero territorio; ma a controbilanciarla elenca tassativamente le città in cui la missione sarà inizialmente (sino a nuova decisione del Consiglio) dislocata, ivi comprese alcune città nell’Ovest del paese. La “ambiguità costruttiva”, si sa, è uno dei ferri del mestiere dei mediatori.

Considerando il diffuso pessimismo della vigilia, l’aver convinto i russi e gli ucraini ad accettare quella formulazione costituisce un notevole successo per la presidenza svizzera e per il Segretario generale dell’Osce, il diplomatico italiano Lamberto Zannier. Potrebbe essere un freno alla disgregazione dell’Ucraina e allo scivolamento verso una nuova guerra fredda.

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