26 Febbraio 2024, lunedì
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Berna vota per “pane e cioccolata”?

Tutti ora rievocano Pane e cioccolata, il fin troppo celebrato film di Franco Brusati con Nino Manfredi. Si torna all’emigrato d’una volta che tinge i capelli di biondo per farsi passare per svizzero?

Francofoni e germanofoni aperti
Il referendum del 9 febbraio mostra dati significativi. Per la prima volta da cinque anni ha votato la maggioranza (56%) degli aventi diritto, il che significa che il quesito referendario era sentito dagli elettori e, naturalmente, più dai sostenitori che dagli oppositori.

Il “no all’immigrazione di massa” ha prevalso per pochi punti percentuali: appena il 50,3%. Nel sistema della doppia maggioranza (cantoni e voti popolari) i cantoni “pro” sono stati 17, mentre i cantoni “contro” si sono fermati a 9.

Un fossato linguistico li ha separati: alla Svizzera romanda, favorevole al “no al no”, si sono aggiunti i tre Cantoni germanofoni di Basilea, Zugo, Zurigo. Ed ancora: Basilea, Ginevra, Zurigo, le tre città cosmopolite per eccellenza, non vogliono chiudersi agli stranieri.

All’indomani del voto, le autorità ginevrine hanno dichiarato che l’eventuale contingente da aprire dovrà essere abbastanza largo per Ginevra da consentirle di restare internazionalista. Detto in altri termini: senza l’apporto dei frontalieri francesi che arrivano ogni giorno dalla Savoia, Ginevra letteralmente chiude.

Per non parlare delle multinazionali che vi hanno sede proprio perché è aperta al mondo e indifferente a certe ristrettezze della vita altrove. Ginevra è fra le città a più alta densità di Bentley e Rolls.

Dal Ticino no all’immigrazione di massa
Il voto ticinese (68%) ha fatto pendere la bilancia a favore del “no all’immigrazione di massa”. Al contrario, se la maggioranza in Ticino fosse stata meno ampia, il risultato sarebbe stato diverso su scala federale. Il Cantone italofono è stato determinante sia nella campagna elettorale sia nello scrutinio.

Il Ticino, da marginale che si considera rispetto alla Svizzera al di là delle Alpi, diviene centrale nel dibattito politico ed afferma che la libera circolazione delle persone non risponde alle esigenze della popolazione. Un voto certamente contro la politica federale, ma anche contro il “padronato”.

È con questa formula che – rispolverando una vecchia dizione – alcuni ticinesi, non certo sospetti di sindacalismo radicale, chiamano i datori di lavoro ai quali addebitano d’ingaggiare chi accetta salari più bassi e si piega a condizioni più dure.

Frontalieri
Il dumping sociale, che sarebbe praticato dai frontalieri, colpisce l’occupazione ticinese nei settori bassi del lavoro dipendente (edilizia in primo luogo) e persino in settori alti quali banche e servizi.

Le cifre agitate dai ticinesi la dicono lunga sul loro stato d’animo: 60.000 frontalieri entrano ed escono ogni giorno intasando le strade con le autovetture. I frontalieri – secondo le autorità di Lugano – preferiscono muoversi in auto e da soli. Questo perché la parte italiana, a differenza della svizzera, non completa le tratte ferroviarie che sarebbero alternative al trasporto su gomma.

Non si tratta tanto di un voto xenofobo quanto della manifestazione di un’insofferenza economica e sociale. Difficile d’altronde parlare di xenofobia in un Cantone che con i frontalieri condivide praticamente tutto, salvo farsi concorrenza sul mercato del lavoro.

Avvisaglie di certi umori erano avvertibili al Forum di dialogo italo – svizzero di fine gennaio. Le critiche all’Italia erano più esplicite da parte dei ticinesi che degli altri svizzeri. Il fatto è che ci conosciamo poco, malgrado la vicinanza geografica e culturale – fu la felice dichiarazione di Ferruccio De Bortoli. Il quale riconobbe che c’è maggiore ignoranza nei media italiani verso la Svizzera che nei media svizzeri verso l’Italia.

A provare la correttezza dell’analisi, giungono tardivi, ma fermandosi pigramente fra Mendrisio e Lugano, plotoni di cronisti a scoprire “di avere la Svizzera dietro casa”, con tutto ciò che nel nostro immaginario comporta la parola Svizzera.

Ue, clausola ghigliottina?
La domanda che tutti si pongono è come reagirà l’Unione europea. Il Consiglio dell’11 febbraio ha adoprato parole nette a proposito del “tout se tient” fra le quattro libertà. Scatta allora la clausola ghigliottina se salta l’accordo sulla libera circolazione delle persone?

Si apre una partita che ricorda le gare di ciclismo su pista: il pistard che parte per primo finisce per perdere. L’Unione aspetta quanto Berna presenterà a Bruxelles come piattaforma per il nuovo assetto. Nel frattempo s’interroga se sospendere l’adozione del mandato per negoziare l’accordo istituzionale con la Svizzera.

Questo dovrebbe mettere sotto un solo cappello, per l’appunto istituzionale, la molteplicità degli accordi settoriali. Prevede la clausola che riconosce alla Corte di Giustizia di Lussemburgo la competenza esclusiva nell’interpretare l’acquis anche nei riguardi della Confederazione. La clausola, manco a dirlo, è oggetto di riserve in Svizzera perché violerebbe la sovranità della giurisdizione federale.

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