LE GUERRE INUTILI DI PD E PDL AUMENTANO IL DISCREDITO DEI PARTITI. QUANDO SARANNO SPAZZATI VIA BISOGNA EVITARE LA DERIVA POPULISTA

La cronaca politica è riempita esclusivamente dalle diatribe interne a Pd e Pdl. A volte sovrastano quelle relative al sanguinoso percorso dei Democratici verso le primarie per la segreteria, altre volte predominano quelle che riguardano Berlusconi e lo scontro tra berlusconiani doc e diversamente berlusconiani. In entrambi i casi si tratta di guerre fratricide, senza alcuna esclusione di colpi, che hanno per obiettivo il controllo dei rispettivi partiti, o per meglio dire quel che di loro rimane. Fanno da contorno, ma si integrano perfettamente nel contesto, gli scontri dentro Scelta Civica, che hanno già portato il suo fondatore, Mario Monti, a lasciare, e dentro la Lega, con il possibile ritorno di Bossi, la ancor più probabile uscita di Tosi e la segreteria messa in palio da Maroni, che preferisce restare asserragliato nel fortino della Regione Lombardia. Persino i pentastellari di Grillo faticano a tenere insieme i cocci. In questo quadro spicca la debolezza del governo, sovrastato da guai interni ai suoi tre azionisti che finiscono per brandire come clave i temi relativi all’esecutivo, dalle scelte economiche (prima Imu e Iva, ora la legge di Stabilità) alle insorgenti emergenze (ultimo il caso Cancellieri), al solo scopo di regolare i propri conti interni.
Peccato, però, che siano guerre inutili. Il discredito di cui godono la politica e i suoi attori – tutti, senza eccezione alcuna, accomunati da un giudizio che inevitabilmente appare generico e qualunquista, ma che purtroppo è più che fondato – come pure le istituzioni, discredito rafforzato proprio dallo spettacolo indecoroso di queste guerre intestine fini a se stesse, fa si che la conquista della leadership dei partiti risulti, e sempre più risulterà, del tutto ininfluente ai fini della conquista del consenso popolare. La nostra stima è che gli attuali partiti alla prossima occasione elettorale, specie se sarà quella europea, che da sempre induce l’elettorato a maggiore libertà, saranno investiti da uno tsunami di proporzioni gigantesche, che finirà per spazzarli via. Sia chiaro, non è un auspicio il nostro, ma una previsione. Noi desideriamo il cambiamento, anche radicale, ma naturalmente ci poniamo il problema di verso quale lido s’indirizzeranno i voti in fuga e della conseguente governabilità. Non siamo per il tanto peggio tanto meglio, ma condividiamo le ragioni per cui gli italiani non ne possono più. E vorremmo che i partiti, o quel che resta di loro, capissero – ammesso e non concesso che siano ancora in tempo – quel che gli aspetta e ciò che può succedere al Paese. Ma, appunto, è difficile credere che possano averne la capacità, visto lo spettacolo cui ci fanno assistere.
Si dice che molto dipenderà dalla legge elettorale. È stato vero per molti anni e fino a qualche tempo fa. Ora è tema relativamente indifferente: non sarà una tecnicalità di conteggio dei voti o l’altra a indurre maggiore o minore disponibilità degli italiani verso questa offerta politica. Né sarà questa o quella legge elettorale a determinare il quadro politico successivo alle elezioni. Noi restiamo fermamente convinti che sia meglio una legge di forte ancoraggio europeo, e che le uniche due esperienze copiabili – a patto che vengano importati anche i rispettivi sistemi istituzionali – siano la tedesca e la francese. Preferiamo il sistema tedesco, ma piuttosto che un qualche pasticcio all’italiana, ben venga quello transalpino. Tuttavia, salvo adottare un maggioritario ancor più sfacciato di quello in vigore, il tema vero sarà quello che il basso consenso costringerà nuovamente a riunire le forze residue in larghe coalizioni. Ed è per questo che se ciascuno degli attori in campo avesse un briciolo di cervello residuo, si affiderebbe ad un sistema di tipo proporzionale, correggendo la dispersività con una robusta sogli di sbarramento (non meno del 5%), a sua volta corretta dal diritto di tribuna.
Ma in tutti i casi il nodo da sciogliere è un altro: chi eredità il voto in uscita dai vecchi recinti della sinistra, del centro e della destra. Che accada prima delle prossime elezioni – ripetiamo, con tutta probabilità quelle europee, considerato che riteniamo improbabile una caduta del governo anche dopo la decadenza da senatore di Berlusconi – perché nel frattempo avverrà l’implosione di Pdl e Pd, o che avvenga dopo le urne per effetto del “voto contro” degli italiani, la questione delle questioni è la nascita di nuovi soggetti politici – avulsi rispetto agli attuali – capaci di incanalare la protesta. La nostra speranza e il nostro impegno è che ciò avvenga a favore di soggetti alternativi ma non protestatari e populisti (massimalisti di sinistra, qualunquisti di destra, genericamente agnostici). Ma è dura. Perché all’orizzonte non c’è ancora niente, e il tempo stringe. Maledettamente

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