25 Ottobre 2026, domenica
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Mattarella da Assisi rilancia la sfida della pace: «L’inerzia è ingiustificabile, nessuno si senta escluso»

Nel messaggio alla Comunità di Sant’Egidio, il presidente della Repubblica richiama governi, istituzioni e cittadini a una responsabilità condivisa di fronte a guerre, disuguaglianze e sopraffazioni. A quarant’anni dallo storico incontro voluto da Giovanni Paolo II, il dialogo tra le religioni torna a indicare una strada contro la logica della forza e la tentazione dell’indifferenza.

La pace non si costruisce soltanto nei palazzi della diplomazia, né può essere affidata esclusivamente alla volontà dei governi. Nasce dalle scelte politiche, dalla difesa del diritto e dalla capacità delle istituzioni di contrastare le ingiustizie, ma richiede anche il contributo concreto di ogni cittadino. È il messaggio che Sergio Mattarella affida alla Comunità di Sant’Egidio in occasione dell’incontro internazionale per la pace di Assisi, in programma dal 25 al 27 ottobre. Un richiamo che assume un significato particolare in un tempo segnato da conflitti, rivalità geopolitiche, disuguaglianze e tensioni sociali, nel quale la convivenza appare sempre più esposta alla pressione della violenza e della contrapposizione.

Il capo dello Stato non si limita a invocare un generico ritorno al dialogo. Indica piuttosto una responsabilità collettiva, che non ammette deleghe né alibi: «L’inerzia è ingiustificabile». Parole nette, che condensano il senso politico e civile del suo intervento. Le guerre, le ingiustizie, la povertà e le sopraffazioni non sono fatalità inevitabili, ma conseguenze di decisioni e comportamenti umani. Proprio per questo, sostiene Mattarella, possono essere contrastate attraverso un impegno altrettanto umano, fondato sulla responsabilità, sulla solidarietà e sulla ricostruzione delle condizioni che rendono possibile una convivenza pacifica.

La pace non è una delega ai governi

Nel messaggio del presidente emerge con chiarezza una distinzione fondamentale: alle istituzioni spetta una responsabilità decisiva, ma nessuno può considerarsi estraneo al compito di costruire la pace. Sono i governi a dover lavorare per fermare le guerre, promuovere soluzioni diplomatiche, difendere il diritto internazionale e ripristinare libertà ed equità dove siano state calpestate. Tuttavia, l’azione istituzionale rischia di rimanere incompleta se non trova riscontro nella cultura civile, nei comportamenti quotidiani e nella disponibilità delle persone a riconoscere l’altro come interlocutore e non come nemico.

«Gettare i semi della pace, sconfiggere i pregiudizi, ricostruire il diritto, equità, libertà dove sono stati calpestati è opera che, certamente, riguarda i governi e le istituzioni, ma nessuno è dispensato dal compiere la propria parte», scrive Mattarella. Il passaggio allarga il perimetro della responsabilità pubblica e richiama una concezione della cittadinanza che non si esaurisce nell’osservanza delle regole o nella partecipazione alla vita democratica, ma comprende la capacità di contribuire alla qualità delle relazioni sociali.

La pace, in questa prospettiva, non coincide semplicemente con l’assenza di combattimenti. Presuppone condizioni di giustizia, il rispetto dei diritti, la possibilità di vivere senza paura e il riconoscimento della dignità di ogni persona. Dove prevalgono l’esclusione, la sopraffazione e l’umiliazione, anche quando non si arriva alla guerra, si producono fratture che indeboliscono il tessuto delle comunità e rendono più difficile ogni tentativo di riconciliazione.

È una lettura che supera la separazione, spesso artificiosa, tra grandi crisi internazionali e conflitti della vita quotidiana. Le guerre mostrano in forma estrema ciò che accade quando la forza pretende di sostituirsi al diritto; le tensioni sociali, i pregiudizi e le violenze che attraversano le società possono alimentare, su scala diversa, la medesima incapacità di riconoscere limiti e responsabilità. Il richiamo di Mattarella non sovrappone fenomeni differenti, ma invita a considerarne il comune terreno culturale: la negazione dell’altro, la rinuncia al confronto, la convinzione che il più forte abbia sempre ragione.

Da qui l’appello a non cedere alla passività. «Ciascuna donna, ciascun uomo può mettere in campo la propria passione, esercitare la propria responsabilità, per rendere possibili tratti di un mondo in pace», osserva il presidente. Non una formula retorica, ma l’indicazione di un compito che riguarda le istituzioni, le associazioni, le comunità religiose e i singoli cittadini. La pace, per essere credibile, deve diventare un criterio che orienta le scelte pubbliche e i rapporti tra le persone.

Il dialogo come antidoto alla sfiducia

Nel messaggio alla Comunità di Sant’Egidio, Mattarella attribuisce un ruolo importante alle religioni, riconoscendone la capacità di mobilitare energie spirituali e culturali a favore della convivenza. «La forza delle religioni è importante», scrive, sottolineando come esse possano agire «con il coraggio che viene dalle Fedi, dalla dimensione spirituale che alimenta la cultura, il pensiero, il cammino, l’azione».

Il valore di questa forza, tuttavia, non risiede nell’affermazione di un’identità contro le altre. Si manifesta, al contrario, nella capacità di trasformare le convinzioni spirituali in occasioni di incontro, nel rispetto delle differenze e nella disponibilità a riconoscere la dignità di chi appartiene a una tradizione diversa. «Sono l’esempio di come il dialogo, il rispetto della diversità, la solidarietà fanno crescere fiducia e alimentano coesione e sicurezza», afferma il capo dello Stato.

È un passaggio che restituisce al dialogo una funzione concreta. Dialogare non significa ignorare le divergenze, rinunciare ai propri principi o considerare equivalenti tutte le posizioni. Significa impedire che le differenze diventino un pretesto per la disumanizzazione dell’avversario, mantenendo aperto lo spazio nel quale è ancora possibile trovare un terreno comune.

In un contesto internazionale nel quale la contrapposizione tende a irrigidirsi e la forza militare viene spesso presentata come misura della credibilità di uno Stato, il confronto tra culture e religioni può contribuire a preservare canali di comunicazione, ricostruire relazioni e alimentare una fiducia senza la quale anche le iniziative diplomatiche più ambiziose rischiano di perdere efficacia. Non sostituisce la politica, né può risolvere da solo conflitti determinati da interessi strategici, territoriali ed economici. Può però concorrere a creare le condizioni culturali e umane perché la ricerca di soluzioni negoziate non venga abbandonata.

La sicurezza, in questa lettura, non dipende soltanto dalla capacità di difendersi dalle minacce. Si alimenta anche della coesione delle società, della fiducia tra le persone e della possibilità di affrontare le divergenze senza trasformarle in ostilità permanenti. È qui che la solidarietà assume una dimensione pubblica: non un sentimento privato o un gesto occasionale, ma una risorsa capace di rafforzare la convivenza e contrastare le dinamiche che producono esclusione e paura.

Quarant’anni dopo, l’eredità profetica di Giovanni Paolo II

L’incontro di Assisi si colloca a quarant’anni dal primo appuntamento internazionale di preghiera e amicizia tra le religioni promosso da Giovanni Paolo II nel 1986. In quell’occasione, leader religiosi provenienti da diverse parti del mondo si riunirono per testimoniare insieme la possibilità di una convivenza fondata sulla fraternità, oltre le appartenenze e le divisioni.

Mattarella richiama quel momento come un passaggio di particolare rilievo nella storia del dialogo interreligioso. I partecipanti si incontrarono, ricorda il presidente, «per dare testimonianza alla pace e alla fraternità, per ribadire che non si può uccidere, non si può sfruttare, non si può sottomettere il nome di Dio». Da qui la definizione di quell’iniziativa come «un evento profetico».

La forza di quell’esperienza risiedeva anche nel suo significato simbolico. In un mondo attraversato da contrapposizioni ideologiche e tensioni internazionali, la presenza simultanea di esponenti di fedi diverse affermava che la religione non deve necessariamente diventare una linea di separazione. Può, al contrario, offrire un linguaggio condiviso per denunciare la violenza e riaffermare il valore della vita umana.

Il riferimento di Mattarella alla possibilità di non sottomettere il nome di Dio alle logiche della sopraffazione contiene un’indicazione che conserva tutta la sua attualità. Nessuna identità spirituale può essere considerata un’autorizzazione alla violenza; nessuna appartenenza religiosa può giustificare lo sfruttamento o la negazione dei diritti altrui. La fede, quando diventa strumento di dialogo, può contribuire a disinnescare le ostilità. Quando viene piegata alla pretesa di dominio, rischia invece di essere utilizzata per legittimare divisioni che contraddicono il suo stesso richiamo alla dignità umana.

Quarant’anni dopo, il valore dell’iniziativa di Giovanni Paolo II non consiste dunque soltanto nella memoria di un appuntamento storico. Sta nella possibilità di rinnovarne il significato in circostanze mutate, mantenendo viva l’idea che la pace richieda un impegno comune e che nessuna comunità possa costruire il proprio futuro ignorando quello degli altri.

Lo «spirito di Assisi» contro la logica del dominio

Nel suo messaggio, il presidente riconosce esplicitamente il contributo della Comunità di Sant’Egidio alla continuità di quell’esperienza. «La Comunità di Sant’Egidio si è fatta animatrice di incontri internazionali che, anno dopo anno, hanno inteso ravvivare lo “spirito di Assisi” mentre le guerre, le diseguaglianze, la volontà di potenza e dominio facevano sentire sempre più il loro peso oppressivo sul corso della storia», scrive Mattarella. «Siamo riconoscenti per questo prezioso impegno».

Lo spirito di Assisi è diventato, nel corso del tempo, il riferimento a un metodo fondato sull’incontro, sulla ricerca di punti di contatto e sulla convinzione che la pace debba essere costruita anche attraverso relazioni pazientemente coltivate. La continuità degli appuntamenti internazionali promossi da Sant’Egidio testimonia la volontà di mantenere aperto questo spazio, senza ignorare la complessità dei conflitti e senza considerare inevitabile la loro permanenza.

Il riferimento del capo dello Stato alle disuguaglianze e alla volontà di potenza allarga ulteriormente lo sguardo. Le guerre non si sviluppano nel vuoto, ma dentro scenari nei quali interessi contrapposti, aspirazioni egemoniche e squilibri possono alimentare rivalità sempre più difficili da contenere. Allo stesso modo, le disuguaglianze e le ingiustizie minano la fiducia, alimentano risentimenti e rendono più fragile la coesione delle società.

Per questo il richiamo alla pace non può ridursi a un auspicio pronunciato nelle occasioni solenni. Deve tradursi nella difesa delle regole comuni, nella ricerca di soluzioni politiche ai conflitti, nella tutela dei diritti e nella capacità di affrontare le cause dell’emarginazione. La diplomazia resta indispensabile, ma ha bisogno di una cultura che sostenga la mediazione e riconosca il limite della forza come strumento per regolare i rapporti tra gli esseri umani e tra gli Stati.

Il lavoro delle comunità religiose e delle organizzazioni impegnate nel dialogo assume valore proprio quando contribuisce a mantenere aperta questa prospettiva. Non perché possa cancellare le divergenze con un gesto simbolico, ma perché ricorda che nessuna contrapposizione è destinata a trasformarsi necessariamente in guerra e che anche le relazioni più compromesse possono richiedere, e talvolta consentire, percorsi di ricostruzione.

La responsabilità di non abituarsi alla violenza

Il messaggio di Mattarella parla alle istituzioni internazionali e ai responsabili politici, ma si rivolge anche alle società che osservano i conflitti da lontano e a quelle che sperimentano tensioni al proprio interno. Le recenti violenze di piazza richiamano, su un piano diverso da quello delle guerre, la necessità di preservare il confronto civile e impedire che la contrapposizione diventi un principio ordinatore della vita pubblica.

Il punto non è confondere fenomeni di natura e portata differenti, né attenuare la gravità dei conflitti armati. È riconoscere che la violenza, quando viene tollerata, giustificata o considerata inevitabile, può restringere progressivamente lo spazio del dialogo. L’abitudine all’aggressività, la diffusione dei pregiudizi e la perdita di fiducia nelle regole comuni rendono più difficile affrontare le controversie attraverso strumenti democratici.

La pace richiede dunque anche una vigilanza quotidiana. Significa non considerare normale la sopraffazione, non accettare l’ingiustizia come un dato immutabile e non rinunciare alla responsabilità personale quando i problemi sembrano troppo grandi per essere affrontati dal singolo. È precisamente contro questa rinuncia che si dirige l’affermazione più incisiva del presidente: l’inerzia non è giustificabile.

In questa prospettiva, la responsabilità individuale non sostituisce quella politica e non può diventare un alibi per le istituzioni. Al contrario, la completa. Ai governi spetta il compito di assumere decisioni, proteggere i diritti e perseguire soluzioni concrete; ai cittadini quello di sostenere una cultura della convivenza, contrastare i pregiudizi e non alimentare, nei rapporti sociali, le stesse logiche di esclusione che rendono più fragili le comunità.

L’incontro internazionale di Assisi si apre così nel segno di un messaggio che unisce memoria e attualità. A quarant’anni dalla storica iniziativa di Giovanni Paolo II, il presidente della Repubblica richiama il valore del dialogo interreligioso, riconosce l’impegno di Sant’Egidio e ribadisce che la pace non può essere considerata un risultato acquisito né una responsabilità riservata a pochi.

Il suo appello non promette scorciatoie e non sottovaluta la durezza degli scenari internazionali. Indica, piuttosto, un principio essenziale: le guerre e le ingiustizie sono prodotte dagli esseri umani, e agli esseri umani spetta il compito di contrastarle. I governi devono assumersi fino in fondo le proprie responsabilità, ma nessuno può chiamarsi fuori.

È in questo equilibrio tra doveri delle istituzioni e responsabilità dei cittadini che il messaggio di Assisi trova la sua forza. La pace non nasce da una dichiarazione isolata, né dalla sola volontà di chi esercita il potere. Richiede scelte coerenti, impegno costante e la disponibilità a riconoscere nell’altro una persona da rispettare, anche quando le differenze sembrano profonde. I semi evocati da Mattarella non garantiscono un raccolto immediato. Ricordano, però, che senza essere piantati nessuna pace può mettere radici.

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