La pressione fiscale italiana si prepara a raggiungere nel 2026 il livello più elevato degli ultimi dieci anni. Un dato che, letto isolatamente, potrebbe suggerire un aumento generalizzato delle imposte a carico di cittadini e imprese. La realtà, tuttavia, è più articolata: dietro la crescita del prelievo complessivo si intrecciano l’espansione dell’occupazione, l’aumento del gettito proveniente da alcuni grandi soggetti economici e le misure di alleggerimento fiscale introdotte negli ultimi anni a favore di famiglie, lavoratori autonomi e microimprese.
È questa la fotografia restituita dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che stima per quest’anno una pressione fiscale pari al 43% del prodotto interno lordo, in lieve aumento rispetto al 42,9% del 2025. Il confronto con il 2022, quando l’indicatore si attestava al 41,6%, evidenzia una crescita di 1,4 punti percentuali. Una variazione significativa, soprattutto perché interviene su un sistema fiscale già caratterizzato da un forte peso del prelievo sul lavoro e da profonde differenze territoriali.
Il punto centrale dell’analisi è proprio questo: l’aumento della pressione fiscale aggregata non significa necessariamente che ogni contribuente stia pagando più tasse. La Cgia stima infatti che gli interventi fiscali degli ultimi anni abbiano prodotto, nel complesso, un alleggerimento del carico per le famiglie pari a 33,3 miliardi di euro, tenendo conto delle risorse già stanziate dai precedenti governi e della natura temporanea di alcune misure. Il dato va quindi letto distinguendo tra l’andamento complessivo delle entrate pubbliche e la distribuzione effettiva degli oneri tra le diverse categorie economiche.
Milano guida la classifica del prelievo Irpef
La geografia delle imposte restituisce un’immagine altrettanto netta delle disuguaglianze economiche italiane. In cima alla graduatoria provinciale dell’Irpef media versata per contribuente c’è Milano, dove il prelievo raggiunge 9.066 euro. Il dato, riferito al 2024 sulla base delle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2025, colloca il capoluogo lombardo nettamente davanti a tutte le altre realtà del Paese.
Al secondo posto si trova Roma, con 7.536 euro medi per contribuente. Seguono Monza e Brianza, con 7.100 euro, Bolzano, con 6.975 euro, e Bologna, con 6.846 euro. La media nazionale è pari a 5.788 euro.
La distanza tra Milano e Roma supera dunque i 1.500 euro annui per contribuente. Rispetto alla media italiana, il prelievo milanese è superiore di 3.278 euro, mentre quello romano la oltrepassa di 1.748 euro. Numeri che fotografano il peso fiscale delle aree economicamente più forti, dove si concentrano occupazione qualificata, attività produttive, sedi aziendali e redditi mediamente più elevati.
La graduatoria, però, non deve essere interpretata come una classifica assoluta della pressione fiscale locale. L’Irpef media versata misura il gettito riconducibile ai contribuenti di un territorio, non il peso complessivo di tutte le imposte né la percentuale di reddito sottratta a ciascun cittadino. Per comprendere quest’ultimo aspetto servirebbero anche informazioni sulle aliquote effettive, sulle detrazioni, sulle addizionali regionali e comunali e sulla composizione dei redditi.
La distinzione è essenziale: versare più euro di Irpef non significa automaticamente essere sottoposti a una tassazione proporzionalmente più elevata. Può significare, più semplicemente, disporre di un reddito imponibile maggiore.
Il reddito spiega gran parte del divario territoriale
La relazione tra redditi dichiarati e imposte versate emerge con chiarezza mettendo a confronto le due graduatorie. Secondo i dati richiamati dalla Cgia, Milano occupa il primo posto anche per reddito complessivo medio dichiarato, con 34.803 euro. Seguono Bologna, con 30.686 euro, Monza e Brianza, con 30.578 euro, Lecco, con 29.906 euro, Bolzano, con 29.846 euro, Parma, con 29.771 euro, e Roma, con 28.643 euro.
Le sovrapposizioni tra le classifiche non sono casuali. L’Irpef è un’imposta progressiva: al crescere del reddito imponibile aumenta, secondo gli scaglioni previsti dalla normativa, l’aliquota marginale applicabile alla parte di reddito che ricade nello scaglione superiore. Il meccanismo fa sì che, a parità di altre condizioni, chi guadagna di più versi generalmente un importo maggiore e possa essere soggetto a un’aliquota media più elevata.
Le grandi aree urbane del Centro-Nord concentrano una quota rilevante delle attività economiche a più alto valore aggiunto, dei servizi avanzati, delle professioni specialistiche e dei posti di lavoro meglio retribuiti. La conseguenza si riflette nelle dichiarazioni fiscali e, quindi, nel gettito dell’imposta sui redditi.
Questo non significa che tutti i residenti di Milano o Bologna siano benestanti, né che le condizioni economiche siano omogenee all’interno delle province più ricche. Le medie territoriali possono nascondere differenze profonde tra lavoratori dipendenti, pensionati, autonomi, famiglie con più percettori di reddito e persone che vivono situazioni di difficoltà economica.
Il dato medio, tuttavia, aiuta a individuare una tendenza strutturale: dove si produce più reddito imponibile, il gettito Irpef tende a essere più elevato.
Perché le province del Sud versano meno Irpef
All’estremo opposto della graduatoria compaiono diverse province meridionali. A Crotone l’Irpef media versata per contribuente è pari a 3.867 euro; a Vibo Valentia scende a 3.836 euro, nel Sud Sardegna si attesta a 3.743 euro e a Ragusa raggiunge 3.689 euro.
Il confronto con Milano è particolarmente significativo. Tra il capoluogo lombardo e Ragusa si registra una differenza di 5.377 euro di Irpef media per contribuente. In altri termini, il valore milanese è circa 2,46 volte quello ragusano.
Anche in questo caso, la spiegazione principale risiede nella distribuzione dei redditi. Dove gli stipendi sono mediamente più bassi, l’occupazione qualificata è meno diffusa e la capacità di produrre reddito imponibile risulta inferiore, anche il gettito fiscale tende a ridursi.
Sarebbe però fuorviante considerare il minore prelievo come un vantaggio economico in sé. Un’imposta media più bassa può essere il riflesso di condizioni reddituali meno favorevoli, non necessariamente di un sistema fiscale più leggero. Il contribuente che versa meno perché guadagna meno non si trova automaticamente in una posizione migliore rispetto a chi paga di più grazie a un reddito superiore.
La questione territoriale va quindi letta in una prospettiva più ampia, che comprenda salari, opportunità professionali, produttività, infrastrutture e accesso ai servizi. Il divario fiscale tra Nord e Sud è, almeno in parte, lo specchio di un divario economico che continua a condizionare la distribuzione delle risorse e le possibilità di crescita.
Più imposte, ma anche più servizi? Il nodo della qualità della spesa pubblica
Nelle aree economicamente più sviluppate, al maggiore gettito possono corrispondere reti di trasporto più articolate, infrastrutture sociali più diffuse, una maggiore offerta culturale e sportiva e servizi pubblici più numerosi. Si tratta di un possibile elemento di contesto, che non autorizza però a concludere automaticamente che chi versa più Irpef riceva sempre prestazioni pubbliche migliori o in misura proporzionale alle imposte pagate.
La qualità dei servizi dipende infatti anche dall’efficienza amministrativa, dalla capacità di spesa degli enti locali, dall’organizzazione delle strutture pubbliche e dalla distribuzione delle risorse tra territori. Una città con un’elevata capacità fiscale può disporre di maggiori entrate, ma deve anche sostenere costi più alti, dalla gestione della mobilità alla manutenzione delle infrastrutture, fino ai servizi destinati a una popolazione numerosa e a un flusso quotidiano di pendolari.
Il tema decisivo, dunque, non è soltanto quanto si paga, ma quale valore pubblico viene restituito attraverso la spesa. Per valutare il rapporto tra prelievo e benefici occorrerebbe confrontare le imposte effettivamente versate con la qualità e l’accessibilità dei servizi, tenendo conto delle diverse esigenze della popolazione.
Quasi 43 milioni di contribuenti: il peso maggiore grava su dipendenti e pensionati
La platea dei contribuenti Irpef sfiora i 43 milioni di persone. La componente più numerosa è quella dei lavoratori dipendenti, che conta circa 24,1 milioni di contribuenti, seguita dai pensionati, con 14,5 milioni. Le partite Iva considerate nella rilevazione sono poco più di 1,6 milioni, ma il dato non comprende gli autonomi che applicano il regime forfettario e versano un’imposta sostitutiva secondo regole differenti.
La composizione del sistema mostra quanto il prelievo sui redditi personali dipenda dal lavoro dipendente e dalle pensioni. Si tratta di categorie che, attraverso le ritenute operate alla fonte, sono generalmente sottoposte a meccanismi di riscossione regolari e direttamente collegati alle retribuzioni o agli assegni pensionistici.
Questo elemento contribuisce a spiegare perché l’evoluzione dell’occupazione e dei salari abbia effetti immediati sul gettito. Quando aumenta il numero delle persone che lavorano e percepiscono un reddito imponibile, crescono potenzialmente anche le entrate fiscali e contributive dello Stato, persino in assenza di un incremento delle aliquote.
Dal punto di vista territoriale, Roma è la provincia con il maggior numero di contribuenti, circa 3 milioni. Milano segue con 2,5 milioni, mentre Napoli si colloca al terzo posto con 1,7 milioni.
Il primato romano per numero di contribuenti e quello milanese per Irpef media versata evidenziano due caratteristiche differenti. La Capitale presenta una platea fiscale particolarmente ampia, mentre Milano si distingue per il maggiore reddito medio dichiarato e, di conseguenza, per il più elevato importo medio dell’imposta.
Pressione fiscale al 43%: che cosa significa davvero
La pressione fiscale è un indicatore macroeconomico che mette in rapporto il totale delle entrate riconducibili alle imposte e ai contributi sociali con il prodotto interno lordo. Non misura, quindi, la percentuale di reddito che ogni singolo cittadino versa allo Stato, né coincide con l’aliquota applicata a una determinata busta paga.
Il passaggio dal 41,6% del 2022 al 43% previsto per il 2026 segnala che, rispetto alla dimensione dell’economia, il complesso delle entrate fiscali e contributive è aumentato. Ma il movimento dell’indicatore può dipendere da fattori diversi: l’andamento del Pil nominale, la crescita dei redditi imponibili, l’aumento dell’occupazione, le variazioni dei profitti aziendali, l’inflazione e le modifiche legislative.
È dunque necessario distinguere tra l’incremento della pressione fiscale aggregata e l’aumento delle imposte individualmente dovute. Un indicatore macroeconomico può crescere anche se alcune categorie beneficiano di riduzioni fiscali, purché l’aumento delle entrate provenienti da altri soggetti sia sufficiente a compensare quelle riduzioni.
È proprio la dinamica descritta dalla Cgia per il periodo considerato. La crescita dell’occupazione ha ampliato la base dei redditi da lavoro soggetti a imposizione e contribuzione. A questo si è aggiunto il maggior contributo al gettito riconducibile, secondo l’analisi dell’associazione, a banche, compagnie assicurative e grandi imprese, interessate da un carico tributario cresciuto negli ultimi anni.
L’effetto combinato di queste dinamiche aiuta a spiegare perché il dato complessivo possa raggiungere un nuovo massimo decennale anche in presenza di interventi che hanno alleggerito il carico su una parte delle famiglie e delle piccole attività economiche.
Un milione di occupati in più e maggiori entrate per lo Stato
Tra i fattori indicati dalla Cgia per spiegare l’aumento del gettito figura la crescita dell’occupazione. Negli ultimi quattro anni, secondo la rilevazione, il numero degli occupati è aumentato complessivamente di circa 1,1 milioni di unità.
L’ingresso di nuovi lavoratori nel mercato del lavoro produce un duplice effetto sui conti pubblici. Da una parte, aumenta il numero delle persone che possono versare l’Irpef; dall’altra, crescono i contributi previdenziali collegati alle retribuzioni. Il risultato è un ampliamento delle entrate pubbliche che non deriva necessariamente da un aumento delle aliquote, ma dall’allargamento della platea dei soggetti che lavorano e contribuiscono al finanziamento del sistema.
La dinamica presenta anche un risvolto positivo sul piano economico e sociale. Più occupazione significa, almeno in linea generale, maggiori opportunità di reddito per le famiglie, una più ampia partecipazione al mercato del lavoro e una potenziale riduzione della dipendenza dai trasferimenti pubblici.
Resta tuttavia importante valutare la qualità della crescita occupazionale. Il numero degli occupati, da solo, non chiarisce quanto siano aumentate le ore lavorate, quali siano le retribuzioni reali, quanto siano stabili i rapporti di lavoro e quale sia la distribuzione dei nuovi posti tra le diverse fasce salariali.
L’aumento del gettito legato all’occupazione non equivale, pertanto, a un aggravio fiscale per i nuovi lavoratori. Una parte delle entrate aggiuntive deriva semplicemente dal fatto che più persone percepiscono un reddito da lavoro e versano imposte e contributi.
Banche, assicurazioni e grandi imprese: dove si concentra una parte del maggior gettito
Un secondo elemento dell’analisi riguarda il contributo dei grandi soggetti economici. Secondo la Cgia, una parte rilevante dell’incremento delle entrate fiscali è riconducibile all’aumento del carico tributario che ha interessato banche, compagnie assicurative e grandi imprese.
Questa componente contribuisce a chiarire perché la crescita della pressione fiscale non debba essere interpretata come un aumento uniforme delle imposte per tutte le categorie. Il sistema tributario comprende infatti regimi diversi, basi imponibili differenti e interventi normativi che possono incidere in misura diseguale sui contribuenti.
Nel caso degli istituti di credito e delle compagnie assicurative, l’evoluzione del gettito può risentire sia delle disposizioni fiscali sia dell’andamento dei risultati economici e delle specifiche basi imponibili. Per le grandi imprese, entrano in gioco la redditività, la struttura dei ricavi e dei costi e le regole che determinano l’imposizione sui profitti.
Per stabilire con precisione quanto dell’incremento complessivo derivi da nuove disposizioni e quanto dipenda invece dall’andamento economico dei soggetti interessati, sarebbe necessario distinguere le singole voci di entrata e confrontare il gettito effettivo con quello che si sarebbe prodotto in assenza delle modifiche normative.
Il dato generale, comunque, evidenzia una redistribuzione del contributo al finanziamento pubblico tra categorie economiche differenti. Da un lato, il maggior gettito generato dall’occupazione e dai grandi soggetti economici; dall’altro, le riduzioni fiscali che hanno interessato una parte delle famiglie, dei lavoratori autonomi e delle microimprese.
Famiglie e microimprese, il beneficio degli sgravi supera i 33 miliardi
Le misure adottate negli ultimi anni hanno cercato di alleggerire il prelievo soprattutto sui redditi da lavoro e sulle attività economiche di dimensioni ridotte. Tra gli interventi richiamati dalla Cgia figurano l’innalzamento della soglia di accesso alla flat tax per i lavoratori autonomi e le modifiche all’Irpef, con l’accorpamento dei primi due scaglioni e l’applicazione dell’aliquota del 23% fino alla soglia prevista dalla normativa.
Nel quadro delle misure descritte, viene inoltre richiamata la riduzione al 33% dell’aliquota relativa al secondo scaglione. Il risultato complessivo degli interventi fiscali considerati viene quantificato in 45,7 miliardi di euro di minori imposte per le famiglie italiane. Una volta considerate le risorse già stanziate dai governi precedenti e le misure temporanee, il beneficio attribuito ai nuclei familiari viene indicato in 33,3 miliardi.
La distinzione tra i due importi è importante. Il valore di 45,7 miliardi rappresenta la riduzione complessiva associata ai provvedimenti considerati, mentre quello di 33,3 miliardi è il risultato della valutazione che tiene conto delle misure già finanziate in precedenza e degli interventi temporanei. Non si tratta, quindi, di due cifre direttamente sovrapponibili.
Gli effetti concreti, inoltre, variano in funzione della situazione fiscale di ciascun contribuente. Una riduzione dell’aliquota può produrre benefici diversi a seconda del reddito imponibile, delle detrazioni disponibili, della composizione familiare e della presenza di altre agevolazioni. Anche l’innalzamento della soglia per il regime forfettario interessa una platea specifica di autonomi e non si traduce in un vantaggio uniforme per tutte le partite Iva.
Il giudizio sull’efficacia delle misure richiede dunque di considerare non soltanto il costo complessivo per il bilancio pubblico, ma anche la distribuzione dei benefici tra le fasce di reddito e la loro durata nel tempo.
Il nodo resta il rapporto tra tasse, redditi e servizi
I numeri della Cgia restituiscono un quadro nel quale convivono due fenomeni apparentemente contraddittori: la pressione fiscale nazionale raggiunge un livello record nel decennio, mentre una parte delle famiglie beneficia di una riduzione delle imposte. La contraddizione si scioglie quando si distingue tra il dato macroeconomico e la distribuzione del prelievo.
L’aumento del numero degli occupati, il contributo dei grandi soggetti economici e l’effetto delle modifiche normative possono spingere verso l’alto le entrate complessive, anche quando vengono introdotti sgravi per specifiche categorie. La pressione fiscale, in altri termini, non racconta da sola chi paga di più, chi paga di meno e quanto pesi il prelievo sul reddito disponibile.
La stessa cautela è necessaria quando si passa dal quadro nazionale alla geografia delle imposte. Milano guida la classifica dell’Irpef media, ma il dato riflette soprattutto il livello dei redditi dichiarati. Le province meridionali in fondo alla graduatoria versano meno perché presentano, mediamente, redditi imponibili più bassi. Il minore gettito non dimostra, di per sé, un trattamento fiscale più favorevole.
Per valutare davvero l’equità del sistema occorre mettere insieme almeno tre dimensioni: quanto viene prelevato, come il carico è distribuito tra i contribuenti e quali servizi vengono finanziati con le risorse raccolte. È in questo equilibrio che si misura la sostenibilità del patto fiscale tra cittadini e istituzioni.
Il record previsto per il 2026, dunque, non può essere liquidato né come la prova di un aumento indiscriminato delle tasse né come un dato privo di conseguenze per le famiglie. È piuttosto il segnale di un sistema nel quale il gettito complessivo cresce mentre il peso fiscale si redistribuisce in modo differenziato tra territori, redditi e categorie economiche. Comprendere questa distinzione è indispensabile per leggere correttamente i numeri e per valutare, al di là degli annunci, l’effettiva capacità della politica fiscale di sostenere i redditi, incentivare il lavoro e garantire servizi pubblici adeguati.
