A cura di Gilberto Borzini
Il collasso, non solo apparentemente, è sistemico: alcune delle filiere più rappresentative del “made in Italy” alimentare, quelle del Vino, del Riso e dell’Olio denunciano le medesime criticità: un eccesso di produzione, o meglio una consistente difficoltà di commercializzazione dovuta al prezzo troppo elevato in mercati fortemente competitivi.
Salvo rare eccezioni come il caso del Prosecco che mantiene ottime vendite anche perché base dello Spritz, il più popolare aperitivo europeo, per il resto il settore agrario, e in particolare quello delle “eccellenze” della produzione nazionale, è in considerevole affanno e non bastano certamente delle pur volonterose manifestazioni fieristiche a modificare un trend che colpisce sempre più profondamente un numero crescente di filiere produttive.
E si noti che le difficoltà si manifestano prima ancora che divenga operativo l’accordo col Mercosur fortemente voluto dalla UE, un accordo che definisce una fenomenale concorrenza sud americana nei confronti dell’intero comparto agroalimentare europeo, ovvero la nostra Agricoltura vacilla sotto i colpi della “normale concorrenza” prima ancora che in campo scendano i pesi massimi latino americani.
La crisi del Vino colpisce Francia e Italia a causa del radicale cambiamento di stili di consumo da parte delle generazioni più recenti, tanto da avere indotto i transalpini a tagliare la produzione, e i coltivi relativi, in misura tra il 30 e il 40% rispetto al recente passato.
Della crisi del Riso abbiamo scritto in altri momenti, ma il riso italiano è soggetto alla concorrenza dei prodotti orientali e sudamericani a cui, tra poco, potrebbero affiancarsi nuove produzioni africane, tutti a prezzi fortemente inferiori, tutti adatti ad un consumo differenziato come piatto unico o contorno e molti adatti a preparati alimentari pronti per chi preferisce la cucina rapida o rapidissima, parboiled o ad immediata disponibilità previo riscaldamento veloce.
L’Olio segue la medesima sorte, aggredito dai prodotti di frantoio nordafricani, turchi o iberici, che uniscono parte del prodotto locale con molta parte di prodotto importato.
In tutti i casi la sussidiarietà a cui il comparto agricolo fa riferimento sembra non essere più sufficiente, come non sembrano sufficienti le politiche di sostegno promopubblicitario organizzate dai vari consorzi con o senza il sostegno ministeriale.
Non osiamo pensare cosa accadrà all’agricoltura italiana quando, a pace fatta, i cereali ucraini diverranno parte sostanziale della produzione UE e a quali forme di riconversione bisognerà dedicarsi per recuperare aree dedicate, investimenti e professionalità.
Certo, c’è anche la crisi dei prezzi dei carburanti e dei fertilizzanti che fanno saltare equilibri e costi di produzione, e c’è anche lo zampino di qualche speculatore che rialza i prezzi dei prodotti agricoli determinando spirali inflattive e crolli della domanda, ma il problema è sistemico prima ancora che occasionale e specifico.
Morire per il profitto altrui
La tragedia dell’agricoltura italiana iniziò, per il grande pubblico, con le Quote Latte. Poi vennero le arance lasciate a marcire perché risultava più conveniente incassare le sovvenzioni che mettere sul mercato la produzione.
Oggi le dinamiche della crisi definiscono un settore governato dall’Industria Agroalimentare, quella che trasporta, lavora, manipola, conserva, impacchetta e distribuisce prevalentemente attraverso la Grande Distribuzione Organizzata che vende al Consumatore finale, in un processo in cui l’Industria obbliga il Produttore ad un prezzo massimo determinato (spesso in perdita per il produttore), mentre la GDO impone a sua volta all’Industria il proprio prezzo massimo di acquisto per risultare competitiva nella vendita al dettaglio. In questo meccanismo in cui il pesce grande cerca di imporre le proprie condizioni al pesce piccolo, condizioni che fino all’altro ieri sembravano funzionare discretamente, oggi i rapporti sono saltati e all’interno dei meccanismi di scambio pare si avvantaggino solamente i “mediatori”, i grandi “buyers” mentre la spirale in crescita dei prezzi, e la contemporanea perdita di potere d’acquisto degli stipendi e delle pensioni, riduce i consumi e gli acquisti sui banchi alimentari della GDO.
Superfluo ricordare che il Mercato Ittico è in condizioni, se possibile, ancora più critiche, con i pescatori che guardano il mare e il prezzo del gasolio evitando di uscire, sapendo in anticipo che potrebbero rimanere col pescato sul gobbo a causa dei prezzi insostenibili.
Il fatto è che l’intero sistema è diventato “lose-lose”, perdi-perdi, e tutti tirano la cinghia rischiando di collassare per sostenere l’eventuale profitto altrui.
Ma la domanda fondamentale è: chi guadagna davvero in questo mercato?
Il trucco c’è (e si vede)
In una filiera in cui tutti i componenti raschiano il barile l’unico attore in positivo è il settore del credito, ed è proprio da quelle parti che si può individuare il segreto della competizione estrema, giocata sul filo dei centesimi al chilo, in cui tutti cercano di proporre il proprio prodotto, deperibile per definizione, ad un mercato che stenta oggi persino ad acquistare prodotti di prima necessità.
Le imprese devono finanziarsi per provare a competere e chi le finanzia non rischia di essere trascinato nel gorgo della complessità competitiva. Non solo, ma chi finanzia le imprese attive nella filiera è lo stesso attore che, con abiti diversi, finanzia anche i compratori con carte di debito e rateizzazioni sugli acquisti, imponendo oltre a tutto alle imprese della GDO le “casse automatiche” che operano solamente con Plastic Money graziosamente gestito dalle medesime imprese del credito.
Banalmente: tutte le strettorie e le complessità del mercato finiscono con il portare risorse a chi presta denaro.
Che si tratti di un caso?
