15 Ottobre 2026, giovedì
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Ucraina, Zelensky rilancia la guerra alle raffinerie russe. Musk attacca: «È ora che se ne vada»

Dalle infrastrutture petrolifere di Mosca al braccio di ferro su Starlink, mentre Washington propone una nuova gestione degli asset russi congelati e l’Europa cerca una voce comune nei negoziati. Sul terreno, i bombardamenti continuano a mietere vittime. La partita per la pace si gioca sempre più tra interessi strategici, pressioni politiche e fragilità dell’alleanza occidentale.

La guerra in Ucraina continua a muoversi lungo una linea di frattura sempre più complessa, dove le operazioni militari si intrecciano con la diplomazia, il controllo delle infrastrutture tecnologiche e il confronto politico tra gli stessi attori che, almeno formalmente, condividono l’obiettivo di arrivare a una soluzione del conflitto. Kiev prepara la ripresa degli attacchi contro le raffinerie russe, Elon Musk torna a chiedere apertamente l’uscita di scena di Volodymyr Zelensky e Washington prova a rimettere in moto i negoziati attraverso una proposta sulla gestione dei beni sovrani russi congelati in Europa.

Intanto, lontano dalle dichiarazioni e dalle trattative, la guerra continua a produrre il suo bilancio di morte. Tre persone sono state uccise negli attacchi russi della notte a Kropyvnytskyi, nell’Ucraina centrale. Un nuovo episodio che riporta al centro della scena la realtà di un conflitto nel quale le prospettive diplomatiche restano incerte, mentre la popolazione civile continua a pagare un prezzo altissimo.

Il quadro è quello di una guerra che non si limita più a misurarsi soltanto sul campo di battaglia. Le raffinerie, i collegamenti satellitari, le riserve finanziarie e la rappresentanza diplomatica dell’Europa sono diventati altrettanti strumenti di pressione. E proprio attorno a questi nodi si concentra oggi una parte decisiva dello scontro.

Kiev prepara la ripresa degli attacchi alle raffinerie russe

«Riprenderemo gli attacchi alle raffinerie di petrolio russe, lo stop è finito». Con queste parole, affidate a un’intervista al Financial Times, Volodymyr Zelensky annuncia il ritorno di una strategia che punta a colpire direttamente una delle infrastrutture più importanti per l’economia e lo sforzo bellico della Russia.

Le raffinerie rappresentano infatti un obiettivo di particolare rilevanza per Kiev. Danneggiare gli impianti di lavorazione del greggio significa mettere sotto pressione la capacità russa di trasformare le risorse energetiche in carburanti e prodotti destinati al mercato interno, alle esportazioni e, più in generale, al sostegno delle attività militari. Gli attacchi possono inoltre imporre costi aggiuntivi per la riparazione degli impianti, la riorganizzazione della produzione e la protezione delle infrastrutture strategiche.

La scelta ucraina si inserisce in una logica di pressione reciproca. Mosca continua a colpire il territorio ucraino, comprese le infrastrutture energetiche e logistiche, mentre Kiev cerca di trasferire una parte dei costi della guerra oltre i propri confini, raggiungendo obiettivi che incidono sulle capacità economiche russe.

Per il governo ucraino, questa strategia ha una duplice funzione. Da una parte, mira a ridurre le risorse disponibili per sostenere l’offensiva russa; dall’altra, intende dimostrare che la prosecuzione della guerra comporta conseguenze anche per il territorio e l’apparato produttivo della Federazione Russa.

La ripresa degli attacchi arriva in un momento delicato, segnato dalle difficoltà operative legate a Starlink e dalle discussioni diplomatiche sulla possibilità di riaprire un canale negoziale. Il messaggio di Zelensky sembra dunque rivolto tanto al Cremlino quanto ai partner occidentali: l’Ucraina non intende rinunciare agli strumenti militari di cui dispone mentre cerca garanzie per una pace che non si traduca in una semplice sospensione delle ostilità.

Resta da capire quale sarà la portata concreta della nuova fase e quanto Kiev riuscirà a mantenere una pressione costante sugli impianti russi. Ma la dichiarazione del presidente indica chiaramente che, almeno per il momento, la prospettiva dei negoziati non coincide con la rinuncia alle operazioni offensive.

Starlink, il fronte tecnologico che preoccupa Kiev

A rendere ancora più delicata la situazione è il ruolo di Starlink, il sistema di connettività satellitare sviluppato da SpaceX, la società fondata da Elon Musk. Nel corso della guerra, il servizio è diventato una componente importante delle comunicazioni ucraine, consentendo collegamenti anche in aree dove le infrastrutture terrestri sono state distrutte o risultano difficilmente accessibili.

La sua importanza non si limita alle esigenze civili. La connettività satellitare viene utilizzata anche per sostenere comunicazioni e attività operative in ambito militare, con un ruolo che rende qualsiasi variazione del servizio potenzialmente rilevante per l’equilibrio sul terreno.

Zelensky ha denunciato che le difficoltà legate a Starlink avrebbero contribuito a rendere possibili pesanti attacchi russi. Il problema, nella prospettiva di Kiev, non riguarda soltanto la qualità di una connessione, ma la vulnerabilità di un sistema di comunicazioni dal quale dipendono attività essenziali in un contesto di guerra.

La questione apre un interrogativo strategico: quanto può dipendere la capacità di difesa di uno Stato da un’infrastruttura tecnologica gestita da un’impresa privata straniera?

Nel caso ucraino, il tema è particolarmente sensibile perché il servizio satellitare costituisce una risorsa tecnologica di grande valore, ma non è interamente sotto il controllo del governo di Kiev. Le decisioni operative, le condizioni di accesso e le eventuali limitazioni dipendono da soggetti esterni, inseriti in un sistema di rapporti commerciali e politici che supera i confini del conflitto.

Un alto funzionario statunitense, citato da Axios, ha sostenuto che l’amministrazione Trump non avrebbe avuto alcun ruolo nelle presunte limitazioni di Starlink utilizzato dall’Ucraina per le operazioni militari. Una precisazione che mira a separare le scelte del governo americano dalle questioni relative al funzionamento del servizio.

Lo stesso Musk ha ricordato che i sistemi Starshield, la versione militare della tecnologia satellitare, sono di proprietà e sotto il controllo del governo statunitense. Ha inoltre affermato che eventuali restrizioni alla velocità o all’utilizzo vengono stabilite dalle forze armate americane e, in ultima istanza, dal presidente degli Stati Uniti.

È importante, tuttavia, distinguere i diversi sistemi e le rispettive catene di responsabilità. Starlink e Starshield non sono denominazioni intercambiabili: il primo identifica il servizio di connettività satellitare commerciale, mentre il secondo è destinato a impieghi governativi e militari. Le dichiarazioni sulla gestione di Starshield non dimostrano, da sole, chi abbia deciso eventuali limitazioni del servizio Starlink in Ucraina.

Il punto politico rimane comunque evidente. La guerra ha reso la tecnologia satellitare un elemento dell’infrastruttura di sicurezza nazionale e ha mostrato quanto la disponibilità di una rete di comunicazione possa influenzare le capacità operative di un esercito.

Per Kiev, la questione è anche quella dell’autonomia strategica. Un Paese impegnato a difendersi da un’invasione deve poter contare su sistemi affidabili, continui e sufficientemente indipendenti dalle oscillazioni delle relazioni politiche. La dipendenza da un fornitore privato può garantire capacità difficilmente sostituibili nel breve periodo, ma introduce al tempo stesso un fattore di incertezza che una guerra prolungata rende particolarmente rischioso.

Musk contro Zelensky: «Questo massacro continuerà»

Sul terreno tecnologico si innesta lo scontro politico tra Elon Musk e il presidente ucraino. «Questo massacro continuerà. È ora che Zelensky se ne vada», ha scritto Musk su X, chiedendo apertamente che il leader di Kiev lasci il proprio incarico.

Il messaggio è arrivato in risposta a un post che commentava un’intervista rilasciata da Zelensky al giornalista britannico Piers Morgan. Nel dibattito richiamato dal fondatore di SpaceX, la fine della guerra e lo svolgimento delle elezioni presidenziali venivano presentati come questioni centrali per il futuro politico dell’Ucraina.

La dichiarazione di Musk non è una semplice esternazione personale. Il suo peso deriva anche dalla posizione che occupa nell’ecosistema tecnologico occidentale e dal controllo di infrastrutture che hanno assunto un’importanza concreta nel conflitto. Quando il fondatore di SpaceX interviene sul futuro della leadership ucraina, il confine tra opinione politica e influenza strategica diventa inevitabilmente oggetto di discussione.

Le sue parole si collocano in un clima di crescente tensione attorno al sostegno occidentale a Kiev e alle condizioni necessarie per arrivare a un accordo. Da una parte, vi è chi ritiene indispensabile mantenere la pressione militare sulla Russia affinché accetti una soluzione negoziata; dall’altra, si rafforzano le posizioni che chiedono una revisione della strategia ucraina e una rapida conclusione delle ostilità.

La richiesta di dimissioni di Zelensky porta però il confronto su un terreno ulteriore: quello della legittimità politica della leadership ucraina nel pieno di una guerra esistenziale per il Paese.

Il tema delle elezioni non può essere separato dalle condizioni in cui l’Ucraina si trova a operare. La legge marziale, le esigenze di sicurezza, gli spostamenti forzati della popolazione e l’occupazione di porzioni del territorio rendono particolarmente complessa l’organizzazione di una consultazione elettorale. La questione è quindi politica e istituzionale, oltre che militare, e non può essere risolta attraverso una semplice richiesta di avvicendamento al vertice dello Stato.

Il commento di Musk esprime una posizione netta, ma non costituisce di per sé una valutazione condivisa sul modo in cui la guerra potrebbe concludersi. Né dimostra che un cambio di leadership produrrebbe automaticamente un accordo o una riduzione delle vittime.

La contraddizione è proprio questa: invocare la fine del massacro significa porre un obiettivo largamente condivisibile, ma individuare nelle dimissioni del presidente ucraino la soluzione non chiarisce quali condizioni sarebbero necessarie per fermare l’invasione, garantire la sicurezza del Paese e impedire una ripresa delle ostilità.

La pace, in altri termini, non dipende soltanto da chi guida Kiev. Dipende anche dalle decisioni del Cremlino, dalle garanzie di sicurezza che l’Ucraina potrà ottenere e dalla disponibilità delle potenze coinvolte a sostenere un accordo credibile.

Washington propone di trasferire gli asset russi in un veicolo finanziario

Mentre sul fronte militare si annuncia una nuova fase di pressione, sul piano diplomatico gli Stati Uniti avrebbero avanzato una proposta destinata a riaprire una delle questioni più controverse dall’inizio dell’invasione: il destino dei beni sovrani russi congelati in seguito all’aggressione contro l’Ucraina.

Secondo quanto riferito dal Financial Times, citando fonti a conoscenza dei colloqui, Washington avrebbe suggerito ai Paesi europei di sbloccare alcuni di questi asset e trasferirli in un veicolo finanziario posto sotto la supervisione americana. L’idea sarebbe stata discussa durante una riunione a Miami alla quale avrebbero partecipato negoziatori statunitensi e ucraini, insieme a funzionari di Francia, Germania, Regno Unito, Unione europea e Nato.

I delegati europei avrebbero respinto il piano.

La proposta tocca una materia nella quale si sovrappongono questioni finanziarie, giuridiche e geopolitiche. Dopo l’invasione russa del febbraio 2022, una parte consistente degli asset sovrani di Mosca detenuti nelle giurisdizioni occidentali è stata immobilizzata attraverso le misure restrittive adottate contro la Russia. La gestione di queste risorse è diventata uno degli strumenti attraverso i quali gli alleati dell’Ucraina cercano di aumentare il costo economico dell’aggressione e di reperire fondi per sostenere Kiev.

Occorre però distinguere il congelamento dei beni dalla loro confisca. Immobilizzare un patrimonio significa impedirne l’utilizzo o il trasferimento da parte del proprietario, mentre trasferirne definitivamente la proprietà richiede basi giuridiche e valutazioni ulteriori. È una distinzione fondamentale per comprendere perché il tema sia rimasto al centro di un confronto complesso tra governi, istituzioni finanziarie e giuristi.

L’eventuale trasferimento di asset verso una struttura finanziaria sottoposta alla supervisione americana rappresenterebbe un cambiamento significativo nella gestione delle risorse russe. Non si tratterebbe soltanto di decidere come utilizzare fondi congelati, ma anche di stabilire chi debba controllarne l’amministrazione, quali finalità debbano essere perseguite e quali garanzie siano necessarie per evitare conseguenze legali e finanziarie.

Il rifiuto europeo, secondo le fonti citate dal quotidiano britannico, segnala che Washington e le capitali del continente non condividono necessariamente la stessa impostazione su questo dossier. L’esistenza di un obiettivo comune, quello di sostenere l’Ucraina e favorire una soluzione del conflitto, non elimina infatti le divergenze sui mezzi.

Per i governi europei, la gestione dei beni sovrani russi implica anche una responsabilità diretta verso i sistemi finanziari e giuridici nei quali questi patrimoni sono detenuti. Ogni scelta deve tenere conto delle conseguenze per la credibilità delle istituzioni, della tutela della proprietà e dei rapporti economici internazionali.

La proposta americana mostra inoltre come i negoziati sulla guerra non riguardino soltanto le linee del fronte, i territori contesi o le garanzie militari. La dimensione finanziaria può diventare una leva negoziale decisiva, tanto per indurre Mosca a trattare quanto per definire le condizioni economiche di un eventuale accordo.

Resta da chiarire quale ruolo gli asset congelati potrebbero assumere in una futura intesa e se la loro gestione possa diventare parte di un compromesso più ampio. Al momento, il piano attribuito a Washington va considerato una proposta riferita da fonti giornalistiche, non un accordo raggiunto tra le parti.

L’Europa cerca una voce unica per trattare con Mosca

Le divergenze sulla gestione degli asset russi si inseriscono in un problema più ampio: la difficoltà dell’Europa a esprimere una posizione politica unitaria in una fase nella quale le decisioni americane possono incidere profondamente sulle prospettive del conflitto.

Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha rilanciato la necessità che l’Unione europea individui rapidamente un rappresentante autorizzato a parlare e negoziare a nome dell’intera organizzazione.

«L’importante è che l’Europa abbia un portavoce abilitato a trattare a nome e per conto dell’intera Unione», ha dichiarato a margine del prevertice del Partito popolare europeo a Bruxelles. Per il ministro, una rappresentanza comune consentirebbe all’Europa di contare maggiormente nei negoziati e di evitare che le singole capitali si muovano senza una linea condivisa.

Tajani ha indicato il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa come una possibile figura di riferimento, precisando tuttavia che la scelta potrebbe ricadere anche su un’altra personalità. Il punto, ha sottolineato, è che la decisione sia condivisa e che chi rappresenta l’Unione disponga di un mandato riconosciuto da tutti gli Stati membri. In alternativa, il compito potrebbe essere affidato a un gruppo di Paesi.

La questione è tutt’altro che formale. In un negoziato di questa portata, la capacità di parlare con una sola voce può determinare il peso effettivo di un attore internazionale. Se ogni governo mantiene una propria linea e un proprio canale di interlocuzione, l’Unione rischia di presentarsi al tavolo con una forza economica e politica considerevole, ma con una capacità limitata di trasformarla in influenza negoziale.

La difficoltà è strutturale. I Paesi europei condividono l’interesse a evitare che l’invasione russa si traduca in un precedente capace di destabilizzare l’ordine di sicurezza continentale, ma possono divergere sulle condizioni di un accordo, sulle garanzie da offrire a Kiev, sulla durata del sostegno militare e sulle conseguenze economiche delle sanzioni.

Individuare un rappresentante comune non eliminerebbe automaticamente queste differenze. Richiederebbe, al contrario, un’intesa preventiva sui principali obiettivi europei, sui limiti del mandato negoziale e sulle condizioni che l’Unione considera indispensabili per una pace sostenibile.

La proposta di Tajani mette quindi in luce un’esigenza concreta: evitare che l’Europa sia costretta a reagire alle iniziative altrui senza riuscire a incidere sulla definizione dell’agenda diplomatica. In un eventuale negoziato, la presenza di un interlocutore europeo riconosciuto potrebbe contribuire a dare continuità alla posizione comune, purché sostenuto da un consenso politico effettivo.

Il premier olandese: «L’Europa faccia di più per Kiev»

Un richiamo a rafforzare il sostegno all’Ucraina è arrivato anche dal premier olandese Rob Jetten, che, al suo arrivo al Consiglio europeo, ha invitato i governi del continente ad aumentare gli sforzi sul piano finanziario, militare e non militare.

«Invito tutti i leader europei a fare di più», ha dichiarato, sostenendo che molti Paesi sono ancora indietro rispetto al livello di sostegno necessario. L’obiettivo, secondo Jetten, è accelerare l’impegno europeo affinché l’Ucraina possa difendersi e ottenere condizioni favorevoli per porre fine alla guerra.

Il premier olandese ha attribuito direttamente a Vladimir Putin la responsabilità della prosecuzione del conflitto, sostenendo che la guerra continua perché il presidente russo ha scelto di portarla avanti e che spetta a Mosca avviare negoziati per una pace giusta e duratura.

«Finché non lo farà, gli ucraini dovranno difendersi e difendere i valori europei», ha aggiunto.

Le parole di Jetten evidenziano una delle principali questioni che attraversano il dibattito europeo: come mantenere un sostegno sufficiente a Kiev senza perdere la capacità di perseguire una soluzione diplomatica.

Per i governi favorevoli a un rafforzamento degli aiuti, la pressione militare e quella economica rappresentano condizioni necessarie affinché Mosca abbia un incentivo concreto a negoziare. Una riduzione prematura del sostegno occidentale potrebbe invece indebolire la posizione ucraina e rendere più difficile ottenere garanzie credibili.

Al tempo stesso, il richiamo a fare di più implica decisioni politiche e finanziarie che non sono prive di costi. Gli aiuti militari richiedono risorse, disponibilità di equipaggiamenti e capacità industriali; il sostegno economico deve essere mantenuto nel tempo; l’assistenza non militare comprende esigenze legate alla continuità dei servizi pubblici, alla ricostruzione e alla tenuta delle istituzioni.

Il problema, dunque, non consiste soltanto nello stabilire quanto spendere, ma nel definire una strategia coerente e sostenibile. Gli Stati europei devono decidere quali capacità mettere a disposizione, per quanto tempo e con quali obiettivi politici. Senza una prospettiva condivisa, il rischio è che gli aiuti procedano in modo discontinuo, seguendo le disponibilità dei singoli governi anziché un disegno comune.

Il richiamo olandese si colloca così sullo stesso terreno dell’appello italiano a individuare una rappresentanza europea unitaria. Da un lato, l’Europa deve consolidare gli strumenti necessari per sostenere Kiev; dall’altro, deve organizzarsi per partecipare ai negoziati senza delegare ad altri la definizione delle condizioni di una pace che avrà conseguenze dirette sulla sicurezza del continente.

Tre morti a Kropyvnytskyi, la guerra continua a colpire i civili

Mentre le capitali discutono di asset finanziari, rappresentanza diplomatica e sistemi satellitari, il conflitto continua a manifestarsi nella sua forma più immediata: gli attacchi contro le città e il rischio quotidiano per chi vive sul territorio ucraino.

Tre persone sono morte negli attacchi russi della notte a Kropyvnytskyi, nell’Ucraina centrale. La notizia restituisce concretezza a un confronto che, nelle sedi diplomatiche e nei dibattiti politici, rischia spesso di essere tradotto in termini di strategie, risorse e rapporti di forza.

Ogni raid modifica la percezione della sicurezza, mette sotto pressione i servizi di emergenza e alimenta l’incertezza sulla possibilità di tornare a una vita normale. Per la popolazione, la guerra non è una successione di dichiarazioni pubbliche o di annunci negoziali, ma una condizione nella quale anche le attività quotidiane restano esposte al rischio.

La continuità degli attacchi contribuisce inoltre a irrigidire le posizioni delle parti. Per Kiev, la necessità di proteggere il territorio e impedire nuove avanzate russe resta un argomento centrale a favore del mantenimento delle capacità militari. Per i governi europei che chiedono una pace duratura, il bilancio umano del conflitto rafforza l’urgenza di individuare una soluzione che non si limiti a congelare temporaneamente le ostilità.

È proprio qui che si misura la distanza tra la ricerca di un accordo e la sua concreta realizzazione. La volontà di negoziare, da sola, non garantisce che le parti possano convergere sulle condizioni della pace. Occorre definire questioni territoriali, garanzie di sicurezza, meccanismi di verifica e strumenti capaci di impedire che una tregua diventi soltanto una pausa prima di una nuova escalation.

Nel frattempo, la guerra prosegue e ogni nuovo attacco restringe lo spazio politico per soluzioni percepite come insufficienti dalle popolazioni coinvolte.

Una pace ancora lontana, tra pressione militare e competizione diplomatica

I diversi sviluppi delle ultime ore restituiscono l’immagine di un conflitto nel quale nessuno dei principali dossier può essere considerato separato dagli altri.

La decisione annunciata da Zelensky di riprendere gli attacchi contro le raffinerie russe segnala la volontà di Kiev di continuare a esercitare pressione sull’apparato economico e militare di Mosca. Le tensioni su Starlink mostrano quanto le capacità operative ucraine dipendano anche da infrastrutture tecnologiche controllate al di fuori del Paese. Le parole di Musk aggiungono un elemento di conflitto politico attorno alla leadership ucraina, mentre la proposta americana sugli asset russi congelati evidenzia la centralità della leva finanziaria nella ricerca di un accordo.

Sul versante europeo, gli appelli di Tajani e Jetten convergono su due necessità complementari: aumentare la capacità di sostegno a Kiev e rafforzare il peso politico dell’Unione nei negoziati. Ma entrambe richiedono decisioni condivise, risorse e una strategia che sappia tenere insieme la difesa dell’Ucraina e la ricerca di una soluzione diplomatica.

Il nodo centrale resta la definizione di una pace che non coincida semplicemente con la cessazione temporanea dei combattimenti. Per Kiev, un accordo deve offrire garanzie sufficienti a impedire una nuova aggressione. Per Mosca, le condizioni di un eventuale compromesso dovrebbero rispondere agli obiettivi che il Cremlino intende perseguire. Per gli europei, la posta in gioco riguarda direttamente l’assetto di sicurezza del continente e la credibilità degli impegni assunti nei confronti degli alleati.

In questo scenario, la diplomazia non può prescindere dai rapporti di forza militari, ma neppure ridursi a una loro semplice prosecuzione attraverso altri strumenti. La pressione economica, il controllo delle infrastrutture tecnologiche e la capacità di mantenere una coalizione politica coesa contribuiscono a determinare lo spazio entro il quale un negoziato può diventare possibile.

La sfida per l’Europa sarà evitare che le divergenze interne ne riducano il peso proprio nel momento in cui le decisioni sul futuro dell’Ucraina potrebbero assumere una portata storica. Quella per Kiev sarà continuare a difendersi senza perdere la possibilità di arrivare a un accordo sostenibile. Quella per Washington sarà conciliare le proprie iniziative diplomatiche con gli interessi dei partner e con le conseguenze delle scelte compiute sul terreno.

Per ora, nessuno di questi interrogativi ha trovato una risposta definitiva. Le dichiarazioni si moltiplicano, i negoziati cercano nuove strade e le strategie militari vengono aggiornate, ma sul terreno la guerra non si ferma. E mentre le potenze discutono di come arrivare alla pace, a Kropyvnytskyi, come in tante altre località ucraine, il prezzo dell’attesa continua a essere pagato in vite umane.

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