La ricostruzione della morte di Antonella Di Ielsi e di sua figlia Sara Di Vita passa anche attraverso i campi, le tracce lasciate sul web e i computer utilizzati ogni giorno nelle scuole del territorio. L’inchiesta sul duplice avvelenamento di Pietracatella si muove lungo più direttrici, nel tentativo di ricomporre una vicenda ancora avvolta da interrogativi: da dove proveniva la ricina, come sarebbe stata ottenuta e chi potrebbe aver cercato informazioni sulla sostanza prima che si consumasse la tragedia.
Gli investigatori della Squadra Mobile di Campobasso hanno individuato diversi esemplari di ricino nelle campagne comprese tra Riccia e il lago di Occhito, nell’area al confine tra Molise e Puglia. A riferire il ritrovamento è la Repubblica, che ricostruisce gli ultimi sviluppi dell’indagine coordinata dalla procuratrice di Larino, Elvira Antonelli.
Il dato botanico assume rilievo perché i semi della pianta di ricino contengono la sostanza da cui può essere ricavata la ricina, una tossina estremamente potente. Le piante individuate dagli investigatori presentano inoltre una caratteristica stagionale che interessa gli inquirenti: tra agosto e ottobre sviluppano le capsule che racchiudono i semi.
La presenza della pianta in un’area geograficamente vicina ai luoghi legati alla famiglia Di Vita apre una possibile linea di approfondimento, ma non costituisce, da sola, la prova di un collegamento con il veleno utilizzato nel duplice omicidio. Saranno gli accertamenti sulla natura degli esemplari, sulle eventuali tracce rinvenute e sugli altri elementi raccolti nel corso delle indagini a stabilire se il ritrovamento possa avere un valore concreto per l’inchiesta.
L’ipotesi che gli investigatori starebbero valutando è che la ricina possa essere stata ottenuta attraverso un procedimento artigianale. Un’eventualità che richiede verifiche rigorose, soprattutto per distinguere la semplice disponibilità della pianta dalla concreta possibilità che qualcuno abbia ricavato e utilizzato la sostanza tossica.
La pista digitale: chi cercò informazioni sulla ricina?
Accanto alla ricerca di una possibile origine materiale del veleno, la Procura sta cercando di ricostruire eventuali tracce digitali riconducibili alla preparazione del delitto.
L’attenzione si concentra su alcune ricerche online risalenti allo scorso agosto, quando un utente che si sarebbe presentato come scrittore avrebbe chiesto informazioni sulla ricina attraverso Reddit. Individuare il dispositivo utilizzato per quelle consultazioni e, soprattutto, risalire alla persona che le avrebbe effettuate rappresenta uno degli obiettivi degli accertamenti informatici.
La questione è tutt’altro che secondaria. Una ricerca su internet, presa isolatamente, non dimostra un coinvolgimento criminale e può avere motivazioni differenti. Per gli investigatori, tuttavia, il suo eventuale collegamento temporale e circostanziale con gli altri elementi dell’inchiesta potrebbe contribuire a chiarire se quelle consultazioni abbiano avuto un significato concreto.
È in questa prospettiva che la Procura di Larino ha disposto verifiche su circa 200 computer distribuiti in quattro istituti scolastici. Gli specialisti della Polizia di Stato stanno utilizzando un software predisposto per individuare termini specifici legati alle sostanze chimiche e agli argomenti che potrebbero essere pertinenti rispetto alla preparazione del veleno.
L’obiettivo è circoscrivere il campo delle verifiche, individuare eventuali riscontri e ricostruire, dove possibile, le attività svolte sui dispositivi. Un lavoro tecnico che richiede di incrociare i dati informatici con la cronologia degli accessi, le caratteristiche dei sistemi esaminati e gli altri elementi investigativi già acquisiti.
Resta da stabilire se le ricerche segnalate online possano essere ricondotte a uno dei computer controllati e se da tale eventuale corrispondenza emergano elementi utili a identificare chi le avrebbe effettuate. Al momento, il controllo dei dispositivi non equivale all’individuazione di un responsabile.
Dai laboratori di Riccia al liceo scientifico: i primi controlli
Le verifiche hanno interessato anzitutto l’istituto agrario di Riccia, dove lavora come tecnico di laboratorio il marito di una docente di matematica legata da un rapporto di amicizia a Gianni Di Vita.
L’attenzione degli investigatori si è poi estesa al liceo scientifico dello stesso comune, dove la docente insegna e dove, in passato, si è occupata anche della formazione informatica dell’istituto. Cinque anni fa aveva svolto il ruolo di supervisore del servizio dedicato.
Nel liceo scientifico sono stati esaminati 21 computer, compresi quelli presenti nella sala insegnanti. Al termine delle verifiche, secondo le informazioni disponibili, non è stato sequestrato alcun dispositivo.
Anche in questo caso, la presenza di rapporti personali o professionali con persone vicine alla famiglia non costituisce di per sé un elemento di responsabilità. Il senso degli accertamenti è verificare l’eventuale esistenza di riscontri tecnici, senza trasformare relazioni sociali o lavorative in indizi che non siano sostenuti da dati concreti.
La scelta di estendere i controlli a più istituti risponde alla necessità di non limitare la ricerca a un solo ambiente. Se le consultazioni online fossero state effettuate da un computer scolastico, l’individuazione del dispositivo potrebbe fornire un punto di partenza per ulteriori approfondimenti. In assenza di riscontri, invece, la pista dovrà essere valutata alla luce delle altre informazioni raccolte.
Al liceo Classico di Campobasso scattano le perquisizioni
La mattina del 15 ottobre, poco dopo le 9, è iniziata la terza delle quattro perquisizioni disposte dalla Procura di Larino nell’ambito dell’inchiesta sul caso di Pietracatella.
Gli agenti della Squadra Mobile e del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato sono entrati nel liceo Classico di Campobasso per verificare i 63 computer presenti nell’istituto e cercare eventuali tracce di ricerche riconducibili alla ricina. Alle operazioni partecipa anche un tecnico della società che gestisce il sistema informatico della scuola, chiamato a fornire il supporto necessario per gli accertamenti sui dispositivi.
La scelta dell’istituto assume un significato particolare perché il liceo è stato frequentato fino ai mesi scorsi da Sara Di Vita e da sua sorella Alice. Un elemento che spiega l’interesse investigativo per la scuola, ma che non rappresenta, da solo, un indizio di coinvolgimento di persone che la frequentano o vi lavorano.
La verifica dei computer punta a stabilire se negli archivi digitali siano rimaste tracce pertinenti alle ricerche oggetto dell’inchiesta. Sarà poi necessario valutare l’attendibilità dei riscontri e la loro eventuale riconducibilità a un utente determinato.
L’attività richiede particolare cautela anche per la natura condivisa degli strumenti informatici presenti negli istituti scolastici. Un dispositivo può essere utilizzato da più persone e la presenza di una determinata ricerca non consente automaticamente di identificare chi l’abbia effettuata. Per questo, eventuali risultati dovranno essere confrontati con ulteriori dati e con la ricostruzione complessiva dei fatti.
L’ultima verifica a Casacalenda
Il programma degli accertamenti prevede infine controlli nel liceo delle Scienze umane di Casacalenda, dove insegna come docente di sostegno una cugina di Gianni Di Vita.
Anche questa verifica si inserisce nel tentativo di ricostruire la possibile origine delle ricerche online e di stabilire se esistano collegamenti tra le consultazioni sulla ricina e dispositivi utilizzati negli istituti coinvolti. Il passaggio conclusivo del calendario dovrebbe consentire agli investigatori di completare il primo quadro delle verifiche informatiche disposte dalla Procura.
Il lavoro procede dunque su due piani distinti, destinati a incontrarsi soltanto se emergeranno elementi concreti. Da una parte, l’indagine sulla possibile provenienza della sostanza tossica e sul ritrovamento delle piante di ricino nelle campagne molisane. Dall’altra, l’analisi delle tracce digitali che potrebbero aiutare a individuare chi cercò informazioni sulla ricina nei mesi precedenti alla scoperta del duplice avvelenamento.
Un mosaico investigativo ancora da completare
Il caso di Pietracatella si trova in una fase in cui ogni elemento deve essere verificato e inserito in una ricostruzione coerente. Le piante individuate tra Riccia e il lago di Occhito rappresentano una possibile pista sulla disponibilità della materia vegetale; le verifiche nelle scuole puntano invece a chiarire l’eventuale esistenza di una traccia informatica collegata alle ricerche sul veleno.
Tra questi due percorsi rimangono domande decisive: se la ricina sia stata effettivamente ricavata da una fonte vegetale locale, se le consultazioni online siano riconducibili a uno dei dispositivi esaminati e se da tali verifiche possa emergere un collegamento documentabile con i fatti.
La risposta non può arrivare da un singolo ritrovamento né da una ricerca sul web considerata isolatamente. Servono riscontri convergenti, verifiche tecniche e una ricostruzione temporale capace di distinguere le coincidenze dagli elementi realmente significativi.
È questo il compito degli accertamenti in corso: trasformare una serie di piste, alcune delle quali ancora da confermare, in un quadro probatorio verificabile. Finché non saranno disponibili risultati conclusivi, la prudenza resta indispensabile. Perché, in un’inchiesta su un duplice avvelenamento, la differenza tra un’ipotesi suggestiva e una prova può essere determinante per arrivare alla verità.
