11 Ottobre 2026, domenica
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Casini chiude una stagione lunga 44 anni: «Lascio il Parlamento, è tempo di fare spazio»

L’ex presidente della Camera annuncia che non si ricandiderà alle prossime elezioni e ripercorre una vita trascorsa al centro delle istituzioni repubblicane. Dalla stagione democristiana alla fine della Prima Repubblica, dal berlusconismo alla politica di oggi, il suo bilancio intreccia memoria, riconoscenza e una lettura dei nuovi equilibri. E sulla corsa al Quirinale risponde con una formula che appartiene alla tradizione istituzionale: «Non ci si candida, si viene eletti».

Quarantaquattro anni in Parlamento non sono soltanto una lunga carriera politica. Sono un osservatorio privilegiato sulle trasformazioni dell’Italia, sui mutamenti dei partiti, sulle alleanze nate e dissolte, sulle leadership che hanno segnato un’epoca e su quelle che hanno tentato di raccoglierne l’eredità. Pier Ferdinando Casini ha attraversato queste stagioni da protagonista, conoscendo da vicino la centralità della Democrazia cristiana, la frattura della fine della Prima Repubblica, l’ascesa di Silvio Berlusconi e il progressivo ridisegno del sistema politico italiano.

Ora, dopo oltre quattro decenni nelle istituzioni, annuncia la decisione di fermarsi. «Mi fermo qui», dichiara al Corriere della Sera, spiegando che non intende ricandidarsi alle prossime elezioni. Una scelta che accompagna con parole improntate alla sobrietà e alla consapevolezza del tempo politico: è arrivato, sostiene, il momento di «cedere spazio a personalità più in sintonia con i partiti e con le coalizioni» che si presenteranno al voto. Aggiunge quindi un ringraziamento a quanti gli hanno accordato fiducia nel corso degli anni.

Non c’è, nelle dichiarazioni riportate, il tentativo di trasformare l’uscita di scena in una resa dei conti con il presente. Casini preferisce collocare il proprio passo indietro dentro una logica di avvicendamento. È un modo di intendere la politica nel quale la permanenza nelle istituzioni non coincide necessariamente con il diritto a restarvi, e nel quale l’esperienza accumulata può tradursi anche nella scelta di lasciare spazio a chi viene dopo.

Dalla Prima Repubblica alla politica di oggi

La decisione assume un significato particolare proprio per la durata del percorso che si conclude. Casini appartiene a quella generazione di dirigenti che hanno conosciuto un sistema politico nel quale i partiti erano organizzazioni strutturate, dotate di una cultura interna, di gruppi dirigenti riconoscibili e di un rapporto relativamente stabile con il proprio elettorato. Un mondo che, nel corso dei decenni, è stato profondamente trasformato.

Il suo itinerario attraversa la dissoluzione degli assetti tradizionali, la nascita di nuove formazioni, l’affermazione delle leadership personali e la progressiva polarizzazione della competizione politica. In questo scenario, il centrista ha cercato di conservare una propria collocazione, facendo della mediazione e del dialogo istituzionale alcuni dei tratti riconoscibili della sua presenza pubblica.

La sua storia politica, tuttavia, non può essere ridotta a quella di un semplice testimone. Casini ha ricoperto incarichi di primo piano, a cominciare dalla presidenza della Camera, e ha partecipato direttamente alle dinamiche che hanno accompagnato l’evoluzione del centrodestra e del centrosinistra. La sua esperienza gli consente di leggere il presente attraverso il confronto con personalità e passaggi storici che, ancora oggi, continuano a influenzare il dibattito nazionale.

L’annuncio del ritiro dal Parlamento non equivale, di per sé, a una dichiarazione di estraneità alla vita pubblica. Segna piuttosto la conclusione annunciata di una fase istituzionale e apre una domanda sul destino di una cultura politica che ha fatto della ricerca di un punto di equilibrio tra forze diverse una delle proprie ragioni d’essere.

Il ricordo più intenso: l’incontro con Giovanni Paolo II

Nel ripercorrere la propria carriera, Casini individua anche un momento che supera la dimensione strettamente politica. Il ricordo più bello, racconta, è legato all’incontro con Giovanni Paolo II, ricevuto quando era presidente della Camera.

«Un uomo, un santo, che a un cristiano come me trasmetteva sensazioni irripetibili», afferma.

Il passaggio restituisce una dimensione personale che rischia spesso di restare sullo sfondo nelle biografie dei protagonisti istituzionali. Accanto ai vertici politici, alle votazioni parlamentari e alle trattative tra partiti, esistono infatti esperienze che assumono un significato diverso, legato alle convinzioni individuali e al rapporto con figure capaci di esercitare un’influenza che va oltre il proprio ruolo pubblico.

Nel caso di Giovanni Paolo II, il ricordo si colloca anche dentro una storia più ampia, quella del rapporto tra cattolicesimo, istituzioni e politica italiana. Per una generazione cresciuta nella tradizione democristiana, il riferimento alla cultura cattolica non ha rappresentato soltanto una componente identitaria, ma anche un linguaggio attraverso il quale interpretare la società, la responsabilità pubblica e il rapporto tra valori e decisioni politiche.

Casini richiama quell’incontro senza trasformarlo in una ricostruzione celebrativa della propria carriera. Lo presenta come un’esperienza irripetibile, affidata alla memoria personale e alla fede. In un bilancio dominato dai nomi dei leader e dai cambiamenti degli schieramenti, è un elemento che riconduce il racconto alla dimensione umana.

Meloni, la forza della leadership e il rischio della rigidità

L’intervista offre anche una lettura degli equilibri politici attuali, a partire dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Casini le riconosce una capacità di tenuta significativa, sottolineando come abbia sostenuto il peso dell’intera coalizione. «Ha dimostrato una consistenza notevole perché ha tenuto sulle spalle tutto il peso della coalizione», osserva.

Il giudizio, però, contiene anche una riserva. La coerenza che contribuisce a definire una leadership può diventare, in determinate circostanze, un limite comunicativo e politico: «A volte, però, per essere coerente, rischia di passare per testarda».

La distinzione è rilevante perché tocca uno dei nodi centrali della politica contemporanea. La compattezza di una coalizione dipende in larga misura dalla capacità del leader di mantenerne insieme le diverse componenti, soprattutto quando le priorità dei partiti non coincidono completamente. Ma la stessa concentrazione della responsabilità può esporre il vertice a una pressione crescente, rendendo più difficile distinguere la fermezza dalla chiusura e la continuità dalle rigidità negoziali.

Casini mette così a fuoco una tensione che accompagna molte leadership: governare significa assumersi la responsabilità delle scelte, ma anche misurarsi con la necessità di mediare, correggere la rotta e mantenere aperto il confronto. La solidità di un capo politico non si misura soltanto nella capacità di imporre una linea, ma anche nel modo in cui riesce a gestire le differenze interne al proprio schieramento.

Il riferimento al peso della coalizione è altrettanto significativo. In un sistema nel quale il rapporto tra i partiti è spesso condizionato dalla centralità dei rispettivi leader, la capacità di tenere insieme interessi e sensibilità differenti diventa una risorsa essenziale. La valutazione di Casini, pur espressa in termini personali, richiama dunque un problema strutturale del governo delle alleanze.

Schlein non va sottovalutata: il rapporto con i giovani

Il ragionamento si sposta quindi su Elly Schlein, segretaria del Partito democratico. Anche in questo caso Casini individua un tratto caratteriale, la testardaggine, ma invita a non fermarsi alla prima impressione: «E sarebbe un grave errore sottovalutarla».

La ragione, nella sua lettura, riguarda soprattutto la capacità della leader dem di parlare a una parte del mondo giovanile che non si riconosce necessariamente nei linguaggi e nelle forme della politica tradizionale. «Molti dimenticano che è capace di parlare a un mondo giovanile non omologato alla politica tradizionale», afferma.

È un passaggio che sposta l’attenzione dalle dinamiche interne ai partiti alla questione della rappresentanza. Il rapporto tra giovani e politica è infatti una delle sfide con cui le forze organizzate devono confrontarsi: non basta intercettare il consenso nelle occasioni elettorali, occorre comprendere sensibilità, priorità e modalità di partecipazione che non sempre trovano spazio nei tradizionali circuiti della militanza.

Il punto sollevato da Casini non equivale a una previsione sull’esito della competizione politica, né a un giudizio definitivo sulla capacità di Schlein di consolidare il proprio ruolo. È piuttosto un invito a considerare un elemento che, nel confronto tra leadership, può essere trascurato: la possibilità di rappresentare segmenti di società che si sentono distanti dai partiti e dai loro rituali.

La politica, in questa prospettiva, non è soltanto una contesa tra gruppi dirigenti. È anche una competizione per dare voce a domande sociali nuove, costruire appartenenze e tradurre in iniziativa pubblica sensibilità che faticano a riconoscersi nelle organizzazioni esistenti.

Fini, Berlusconi e le eredità del centrodestra

Tra i protagonisti della lunga stagione politica italiana, Casini indica Gianfranco Fini come il politico che, a suo giudizio, è stato più sottovalutato. La motivazione è precisa: senza la svolta di Fiuggi, sostiene, non ci sarebbe stata Giorgia Meloni.

Il riferimento è al percorso avviato nel 1995, quando il congresso di Fiuggi segnò il superamento del Movimento sociale italiano e la nascita di Alleanza nazionale. Una trasformazione che contribuì a modificare la collocazione della destra italiana nel sistema politico repubblicano, aprendo una nuova fase di legittimazione e partecipazione al governo.

Il collegamento con Meloni va letto proprio in questa dimensione storica. La sua traiettoria politica si è sviluppata anche dentro l’ambiente della destra organizzata che aveva attraversato la trasformazione di Fiuggi. Richiamare Fini significa quindi sottolineare il ruolo delle transizioni politiche che, pur non coincidendo con gli assetti attuali, hanno contribuito a definirne le condizioni di partenza.

La valutazione di Casini invita a non leggere il presente come se fosse nato dal nulla. Le leadership contemporanee sono anche il risultato di passaggi precedenti, di cambiamenti organizzativi e culturali, di scelte che hanno ridefinito confini ideologici e possibilità di alleanza. La storia dei partiti, in questo senso, continua a esercitare un’influenza anche quando i protagonisti di quella stagione hanno perso centralità.

Diverso, ma altrettanto netto, è il ritratto dedicato a Silvio Berlusconi. Casini lo definisce «il più carismatico» e ne individua la peculiarità nel desiderio di piacere, tanto forte da riuscire, secondo il suo ricordo, a conquistare perfino gli avversari.

La formula sintetizza un aspetto centrale del berlusconismo: la capacità di trasformare la personalità del leader in uno strumento di comunicazione politica. Berlusconi non si limitava a rappresentare una coalizione, ma costruiva intorno alla propria figura una relazione diretta con il pubblico, attraverso un linguaggio riconoscibile, una forte esposizione mediatica e una presenza capace di occupare il centro della scena.

Il carisma, nella ricostruzione di Casini, non coincide soltanto con il consenso dei sostenitori. Comprende anche la capacità di attirare l’attenzione degli avversari, suscitare reazioni e imporsi come riferimento inevitabile del confronto pubblico. È una qualità che può contribuire a consolidare un movimento politico, ma che rende anche particolarmente difficile separare il progetto collettivo dalla personalità di chi lo guida.

Il ricordo di Berlusconi restituisce così una chiave di lettura di una stagione nella quale la leadership personale ha assunto un peso crescente, modificando il rapporto tra partiti, elettori e mezzi di comunicazione.

Fanfani e Napolitano, due modi di interpretare la storia

Quando gli viene chiesto di indicare il più grande esponente democristiano, Casini sceglie Amintore Fanfani. La sua risposta è accompagnata da riferimenti che ne riassumono la pluralità di ruoli: l’uomo del piano casa, protagonista della politica sociale, ma anche presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, legato a figure come Giorgio La Pira e John Fitzgerald Kennedy.

La scelta di Fanfani richiama una concezione della politica nella quale l’azione di governo, il riformismo e la presenza sulla scena internazionale concorrono a definire il profilo di un dirigente. La sua figura appartiene a una fase nella quale la Democrazia cristiana era il principale perno del sistema politico italiano e il confronto interno al partito rappresentava una componente decisiva della vita istituzionale.

Fanfani fu una personalità dalla lunga traiettoria, capace di attraversare stagioni differenti e di assumere incarichi di primo piano. Il richiamo al piano casa rimanda alla dimensione delle politiche pubbliche e delle risposte ai bisogni sociali; quello all’Onu sottolinea invece il versante internazionale della sua esperienza. Due piani che, nella memoria di Casini, contribuiscono a spiegare la statura del personaggio.

La risposta sul comunista che ha maggiormente ammirato è altrettanto indicativa. Casini cita Giorgio Napolitano, riconoscendogli la capacità di comprendere prima di altri la direzione verso cui si stava muovendo la storia.

Napolitano rappresenta una figura particolare nella vicenda della sinistra italiana: dirigente del Partito comunista, protagonista del processo di trasformazione della tradizione comunista e, successivamente, presidente della Repubblica. La sua parabola attraversa il superamento delle contrapposizioni ideologiche del Novecento e la progressiva ridefinizione degli equilibri politici nazionali e internazionali.

Il riconoscimento espresso da Casini sembra concentrarsi proprio sulla capacità di leggere i cambiamenti senza restare prigionieri delle categorie del passato. Un’attitudine che, nella politica, può fare la differenza tra la difesa di un’identità e la capacità di reinterpretarla alla luce delle trasformazioni della società.

Fanfani e Napolitano appartengono a culture politiche differenti, ma nel racconto di Casini sono accomunati dalla capacità di incidere sulla storia. Il primo attraverso il protagonismo democristiano e l’azione di governo, il secondo attraverso una traiettoria che ha accompagnato le trasformazioni della sinistra e delle istituzioni repubblicane.

Il Quirinale e il peso delle istituzioni

Resta, infine, la questione che inevitabilmente accompagna l’annuncio di un ritiro parlamentare da parte di una personalità con una lunga esperienza istituzionale: il futuro. E, in particolare, il possibile approdo al Quirinale.

Alla domanda sulla possibilità di essere considerato tra i candidati più accreditati alla presidenza della Repubblica, Casini risponde senza alimentare direttamente le indiscrezioni: «Come dimostra la storia della Repubblica, al Quirinale non ci si candida, si viene eletti».

La frase richiama una caratteristica fondamentale del sistema istituzionale italiano. Il presidente della Repubblica non viene scelto attraverso un’elezione diretta da parte dei cittadini, ma è eletto dal Parlamento riunito in seduta comune, con la partecipazione dei delegati regionali, secondo le procedure e le maggioranze previste dalla Costituzione.

La distinzione tra candidatura ed elezione non è soltanto una formula di stile. Riflette il carattere parlamentare della scelta e il ruolo delle intese che, soprattutto nelle votazioni più complesse, possono emergere tra forze politiche diverse. La storia repubblicana mostra come il percorso verso il Colle sia spesso condizionato da equilibri, convergenze e valutazioni che maturano durante il procedimento elettorale.

Casini, con la sua risposta, evita di trasformare il tema in una dichiarazione di disponibilità esplicita. Non conferma una candidatura e non esclude scenari futuri: si richiama invece alla natura stessa dell’elezione presidenziale. Una posizione che lascia la questione sul terreno istituzionale, senza offrire elementi sufficienti per considerare il suo nome legato a un percorso definito verso il Quirinale.

L’esperienza maturata alla guida della Camera e i decenni trascorsi in Parlamento costituiscono parte del profilo pubblico di Casini, ma non consentono, da soli, di trarre conclusioni sulle future scelte dei grandi elettori. Il richiamo alla storia della Repubblica serve piuttosto a ricordare che la presidenza non è il risultato di una campagna personale condotta secondo le logiche di una normale competizione elettorale.

Il congedo di un protagonista, la continuità della politica

L’annuncio di Casini chiude, almeno sul piano della rappresentanza parlamentare, una traiettoria che ha attraversato gran parte delle trasformazioni della politica italiana contemporanea. Il suo bilancio mette insieme ricordi personali, valutazioni sui leader attuali e giudizi sulle figure che hanno contribuito a costruire gli equilibri di ieri.

La scelta di non ricandidarsi, spiegata con la necessità di lasciare spazio a personalità più vicine alle nuove coalizioni, porta con sé anche una riflessione sul rapporto tra esperienza e ricambio. In un sistema politico nel quale la durata delle leadership, la personalizzazione del consenso e la frammentazione degli schieramenti sono diventate questioni centrali, il passaggio di consegne non è mai soltanto un fatto individuale.

Il Parlamento cambia con la società, con i partiti e con le forme attraverso cui si organizza la rappresentanza. Chi ha vissuto più stagioni istituzionali può offrire una memoria preziosa di questi passaggi, ma non può sostituirsi alla necessità di rinnovare le classi dirigenti e di costruire nuove risposte alle domande del Paese.

Casini sceglie di accompagnare l’uscita di scena con un racconto che non si limita alla propria biografia. Nei nomi di Fanfani, Napolitano, Fini e Berlusconi, così come nelle valutazioni su Meloni e Schlein, riaffiora il tentativo di leggere la politica come una successione di trasformazioni, nelle quali le figure individuali contano, ma acquistano significato pieno soltanto dentro processi più ampi.

Il suo congedo non cancella il peso di una storia personale che si è intrecciata con quella delle istituzioni. E non risolve, naturalmente, le domande sul futuro degli equilibri politici italiani. Lascia però una considerazione che va oltre la singola decisione: la politica è anche capacità di riconoscere quando una stagione si conclude, senza pretendere che il tempo si fermi.

Dopo 44 anni, Casini annuncia che non cercherà un nuovo mandato parlamentare. Sul Quirinale preferisce affidarsi alla lezione della storia repubblicana. Per il resto, il suo bilancio consegna al lettore una galleria di protagonisti e un’idea precisa del mestiere politico: attraversare le trasformazioni del Paese, comprenderne gli equilibri e, quando arriva il momento, sapere che anche lasciare spazio fa parte della vita delle istituzioni.

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