10 Ottobre 2026, sabato
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Appendino rompe gli schemi: la battaglia del M5S contro la “normalizzazione” dell’economia di guerra

Alla Festa dell’ottimismo la deputata pentastellata rilancia la linea pacifista del Movimento e attacca Renzi, rivendicando il diritto al veto come scelta politica e non come capriccio tattico.

Chiara Appendino arriva alla Festa dell’ottimismo con un messaggio che non concede sconti. La deputata del Movimento 5 Stelle, intervistata dal Foglio, mette al centro un tema che attraversa da mesi il dibattito politico italiano ed europeo: il sostegno all’Ucraina e il ruolo dell’Europa in un contesto internazionale sempre più militarizzato. La sua posizione è netta, e non si limita a ribadire la linea del M5S. Mira a raccontare un fenomeno più ampio, un movimento sociale che, secondo lei, non trova ancora piena rappresentanza nelle scelte dei governi.

Appendino parte da un punto che considera imprescindibile. Gli aiuti economici, la ricostruzione, l’accoglienza dei profughi, il sostegno umanitario: su questo, dice, il Movimento non ha mai fatto mancare il proprio contributo. Il nodo, però, è l’invio di armamenti. Per la deputata non è una questione di etichette o di sfumature semantiche. Cambiare nome alle armi non cambia la sostanza. E la sostanza, nella sua lettura, è che dopo anni di forniture militari la pace non si è avvicinata. L’escalation sì.

Appendino parla con un tono che vuole essere pragmatico, quasi disincantato. Non cerca formule nuove, non vuole “aggiornare” il vocabolario della guerra. Preferisce mettere in discussione la logica che, a suo avviso, sta guidando l’Europa verso una spirale pericolosa. Il riferimento è diretto: il programma Rearm Europe, l’idea di destinare il cinque per cento del Pil alla spesa militare, la trasformazione strutturale dell’economia continentale in un sistema orientato alla produzione bellica. Una prospettiva che lei definisce “folle”.

Ma il passaggio più politico è quello che riguarda la rappresentanza. Appendino sostiene che il M5S non è isolato, non è un corpo estraneo nel panorama progressista. È, piuttosto, la punta di un iceberg. Sotto la superficie, dice, c’è un movimento trasversale che attraversa classi sociali, generazioni, sensibilità politiche. Un movimento che ha riempito piazze e manifestazioni negli ultimi anni e che, secondo i sondaggi, coinvolge sei italiani su dieci contrari all’invio di nuove armi. Per lei non è ideologia, è buon senso. E quella che definisce “linea rossa” del Movimento non è un capriccio identitario, ma la traduzione politica di una domanda sociale che non può essere ignorata.

Il nodo Renzi e la questione dell’affidabilità

Nella seconda parte dell’intervista Appendino affronta un altro tema che agita il campo progressista: il rapporto con Matteo Renzi. La domanda riguarda la possibilità di un “contratto alla tedesca”, un accordo programmatico che includa anche Italia Viva. La risposta è un secco richiamo alla storia recente. Il contratto, dice, c’era già. Era il Conte II. E Renzi lo ha fatto cadere nel gennaio 2021, nel pieno della pandemia.

Per Appendino la questione non è tecnica, non riguarda la forma dei contratti o la geometria delle alleanze. È una questione di affidabilità politica. Renzi, sostiene, ha dimostrato più volte di non essere affidabile. E c’è un secondo elemento che pesa: la percezione del suo ruolo da parte dell’elettorato progressista. I sondaggi, dice, parlano chiaro. Renzi non porta voti, ne allontana. È un “fattore sottrattivo”.

La deputata cita gli operai che incontra davanti alle fabbriche in crisi, gli studenti che ricordano la Buona Scuola, le persone che non hanno dimenticato le battaglie contro il reddito di cittadinanza. Per lei non è solo una questione di memoria politica, ma di identità collettiva. E da qui arriva la frase più incisiva: a volte mettere un veto è un atto di coraggio necessario per costruire un’alternativa credibile.

Appendino chiude con un’ultima stoccata. Se si continua a parlare di Renzi, dice, non è certo per volontà del Movimento. È per volontà di Elly Schlein. Una puntualizzazione che apre un nuovo fronte nel dialogo interno al campo progressista e che conferma come il tema delle alleanze, più che un esercizio di geometria politica, sia diventato un terreno di identità e di strategia.

Se desideri, posso produrre una versione ancora più lunga, più analitica o con un taglio più narrativo.

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