9 Ottobre 2026, venerdì
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Addio a Federico l’Olandese Volante, l’uomo che liberò la radio italiana dagli ormeggi

Dai microfoni delle emittenti pirata del Mare del Nord alle grandi radio nazionali, Frederik Matthijs Van Stegeren ha attraversato oltre mezzo secolo di musica, rivoluzioni culturali e libertà nell’etere. Con la sua voce profonda, l’anima rock e un’ironia inconfondibile ha contribuito a trasformare la radio da semplice strumento di intrattenimento in un’esperienza capace di creare comunità, linguaggi e generazioni. Aveva 76 anni. Era ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Monopoli.

Ci sono voci che annunciano canzoni e voci che, senza quasi accorgersene, finiscono per cambiare il modo in cui un Paese ascolta la musica. Federico l’Olandese Volante apparteneva alla seconda categoria. Non era soltanto un disc jockey, né semplicemente uno dei protagonisti della stagione d’oro delle radio private italiane. Era un pezzo vivente della loro storia, un uomo arrivato da lontano che aveva contribuito a scardinare consuetudini, abbattere confini e dare alla radiofonia un’identità nuova, più libera, internazionale e profondamente legata al proprio tempo.

La sua avventura si è conclusa a 76 anni. Frederik Matthijs Van Stegeren, questo il suo nome all’anagrafe, era ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Monopoli, in Puglia. Con la sua scomparsa se ne va uno dei protagonisti di quella generazione che ha fatto dell’etere un territorio di sperimentazione, quando trasmettere significava spesso inventarsi un mestiere, inseguire la musica oltre le frontiere e conquistare ascoltatori senza poter contare sulle certezze dell’industria radiofonica di oggi.

Per raccontarlo bisogna tornare a un tempo in cui la radio non era ancora accompagnata dalle immagini, dalle classifiche consultabili in tempo reale e dalla possibilità di scegliere ogni singolo brano con un clic. Era il tempo dell’attesa, della scoperta e delle voci che entravano nelle case, nelle automobili e nelle camere degli adolescenti, diventando presenze familiari. Federico seppe interpretare quella dimensione con una naturalezza rara, conservando per tutta la carriera il gusto per la musica, la curiosità per ciò che accadeva fuori dai confini nazionali e la convinzione che la radio dovesse soprattutto sorprendere.

Dall’università di Amsterdam alle frequenze clandestine

Federico era nato il 19 aprile 1950 a Deventer, nei Paesi Bassi. La sua storia, almeno all’inizio, sembrava destinata a seguire un percorso diverso da quello che lo avrebbe reso famoso in Italia. Nel 1969 si iscrisse ad Architettura all’Università di Amsterdam, ma gli studi non arrivarono alla laurea. A prevalere fu una passione più urgente, quella per la musica e per un mondo che, alla fine degli anni Sessanta, stava cambiando pelle a una velocità straordinaria.

Il rock non era soltanto un genere musicale. Era un linguaggio generazionale, un modo di mettere in discussione le convenzioni e di immaginare nuovi spazi di libertà. Federico ebbe la fortuna di viverne da vicino alcuni passaggi fondamentali, assistendo a concerti di gruppi come Pink Floyd, Doors e Rolling Stones. Esperienze che avrebbero contribuito a formare il suo immaginario e il suo modo di intendere la musica: non una successione ordinata di brani, ma un universo da esplorare e condividere.

La radio arrivò quasi come una conseguenza naturale. Il suo primo banco di prova fu Radio Veronica, una delle emittenti pirata che avevano trasformato il Mare del Nord in un avamposto della libertà di trasmissione. La stazione trasmetteva da una nave collocata fuori dalle acque territoriali olandesi, aggirando così il monopolio statale e portando agli ascoltatori una programmazione musicale alternativa a quella delle emittenti ufficiali.

Quell’esperienza rappresentava molto più di una curiosità tecnica. Le radio offshore avevano intercettato un bisogno culturale che i sistemi tradizionali faticavano a soddisfare: dare spazio alla musica contemporanea, soprattutto al pop e al rock, e rivolgersi ai giovani con un linguaggio meno ingessato, più diretto e internazionale. La nave, le antenne, il mare e la sfida alle regole diventavano parte integrante del fascino dell’impresa.

Fu in quell’ambiente che Federico trovò la propria strada. E fu sempre lì che nacque il nome destinato a diventare il suo marchio professionale. Il direttore artistico Noel Coutisson lo ribattezzò «l’Olandese Volante», richiamando la leggenda della nave fantasma condannata a solcare i mari senza trovare riposo. Un soprannome evocativo, perfetto per un giovane olandese che aveva scelto di navigare tra frequenze, dischi e nuove frontiere della comunicazione.

Da quel momento Frederik Van Stegeren lasciò progressivamente spazio a Federico, un nome più immediato per il pubblico italiano, mentre l’Olandese Volante diventava un’identità riconoscibile, capace di evocare già da sola una certa idea di radio: avventurosa, cosmopolita, imprevedibile.

La conquista dell’Italia passa da Montecarlo

Il passaggio decisivo arrivò con Radio Montecarlo. Fu ancora Noel Coutisson a volerlo nell’emittente del Principato, con l’obiettivo di consolidare e sviluppare la presenza della radio sul mercato italiano. Per Federico si aprì così una stagione destinata a lasciare un segno profondo nella sua vita professionale e nell’immaginario di migliaia di ascoltatori.

Radio Montecarlo occupava una posizione particolare nel panorama dell’epoca. La sua vocazione internazionale, il rapporto privilegiato con la musica anglosassone e un’impostazione diversa rispetto alla radiofonia pubblica la rendevano una finestra su un mondo sonoro che in Italia appariva ancora, per molti versi, nuovo. Ascoltarla significava entrare in contatto con un gusto musicale differente, con una conduzione meno formale e con una sensibilità che guardava oltre i confini nazionali.

Federico si inserì perfettamente in questo contesto. Di giorno conduceva i programmi radiofonici, la sera lavorava dietro la consolle del Jimmy’z, locale simbolo della vita notturna monegasca. Due esperienze complementari, nelle quali la radio e la discoteca si alimentavano reciprocamente. Da una parte il rapporto con gli ascoltatori, dall’altra il contatto diretto con il pubblico, le piste da ballo e le nuove tendenze musicali.

Fu in questo ambiente che prese forma il Federico Show, espressione di uno stile capace di mescolare musica, personalità e intrattenimento senza trasformare la conduzione in un esercizio di pura esibizione. La sua voce profonda era immediatamente riconoscibile, ma il timbro da solo non sarebbe bastato. A renderlo speciale erano il ritmo, la familiarità con i dischi, la capacità di attraversare generi e atmosfere e quell’ironia che alleggeriva la conduzione senza impoverirla.

La radio di Federico aveva un carattere internazionale, ma non risultava distante. Al contrario, riusciva a creare un rapporto personale con chi ascoltava. Era questa una delle grandi qualità dei disc jockey capaci di lasciare il segno: parlare a un pubblico vasto mantenendo la sensazione di rivolgersi a ciascuno individualmente.

Gli anni delle radio libere e la rivoluzione dell’etere

Il suo percorso professionale si sviluppò mentre anche in Italia la radio attraversava una trasformazione radicale. La stagione delle emittenti private e delle radio libere stava modificando un sistema a lungo dominato dalla radiodiffusione pubblica. Il cambiamento non riguardava soltanto la proprietà delle stazioni o la possibilità di trasmettere programmi alternativi. Investiva il linguaggio, la musica, la relazione con il pubblico e l’idea stessa di intrattenimento.

Nel 1977 Federico approdò a Rai Radio 2, dove condusse «A tutte le radioline» insieme a Herbert Pagani e Riccardo Heinen. Il passaggio alla radio pubblica rappresentò un momento significativo per un professionista cresciuto in un ambiente nel quale l’innovazione aveva spesso il sapore della sfida. Era il segno di un percorso che lo portava a muoversi tra esperienze diverse senza perdere la propria identità.

La collaborazione con Herbert Pagani, artista e autore dalla forte sensibilità internazionale, si inseriva in una stagione in cui la radio poteva ancora essere uno spazio di contaminazione culturale. La musica non era confinata alle classifiche e la conduzione non si esauriva nella presentazione dei brani. Intorno alle canzoni prendevano forma racconti, suggestioni e occasioni di incontro con una realtà in rapida evoluzione.

Successivamente arrivò l’esperienza a Radio 105, un’altra tappa di una carriera che avrebbe trovato uno dei suoi approdi più duraturi in RTL 102.5. Qui Federico fu la voce del pomeriggio per sedici anni, dal 1984 al 2000. Un periodo lunghissimo per un mezzo che vive di ritmo, ricambio e capacità di adattamento, e che testimonia quanto il suo stile fosse riuscito a entrare nelle abitudini quotidiane degli ascoltatori.

Il pomeriggio radiofonico è uno spazio particolare. Accompagna il rientro a casa, il lavoro, gli spostamenti, le ore in cui la giornata cambia passo. Il conduttore non è soltanto colui che introduce una canzone, ma una presenza che scandisce il tempo, riempie i silenzi e crea un appuntamento riconoscibile. Federico seppe abitare quel territorio per anni, trasformando il microfono in uno strumento di relazione e facendo della continuità un elemento essenziale del proprio rapporto con il pubblico.

Non si trattava di rimanere immobili. La radio degli anni Ottanta e Novanta era attraversata da cambiamenti tecnologici, commerciali e culturali profondi. Le emittenti private si consolidavano, i formati diventavano più definiti, il mercato pubblicitario assumeva un peso crescente e la competizione per gli ascolti si faceva più intensa. In questo scenario, la personalità dei conduttori restava un elemento decisivo per distinguere una stazione dall’altra.

Federico apparteneva a una generazione che aveva imparato la radio attraverso l’esperienza diretta, quando molte regole del mestiere erano ancora da scrivere. Portava con sé una formazione musicale maturata in un contesto internazionale e un modo di stare al microfono che non dipendeva soltanto dalla tecnica. Il suo valore stava anche in quella capacità di trasmettere l’impressione che la musica fosse qualcosa da vivere, non semplicemente da programmare.

Una voce rock, ma soprattutto un carattere

Ridurre Federico l’Olandese Volante alla definizione di dj rock sarebbe limitante. Il rock costituiva una parte essenziale della sua identità, ma la sua cifra professionale comprendeva anche la leggerezza, il senso dello spettacolo, la curiosità e la capacità di creare complicità. La voce profonda gli conferiva autorevolezza, mentre l’ironia impediva che quella stessa autorevolezza si trasformasse in posa.

Era un equilibrio importante in un settore nel quale il confine tra personalità e protagonismo può diventare sottile. Il buon conduttore deve farsi riconoscere senza sottrarre spazio alla musica; deve lasciare un’impronta senza impedire all’ascoltatore di sentirsi parte dell’esperienza. Federico aveva costruito la propria immagine su questa combinazione, conservando un tono personale anche quando si confrontava con formati radiofonici differenti.

La sua storia professionale aiuta anche a comprendere quanto il mestiere del disc jockey sia cambiato nel corso degli ultimi cinquant’anni. Oggi la musica è disponibile ovunque, gli ascoltatori possono costruire playlist personalizzate e i contenuti viaggiano attraverso piattaforme digitali, podcast e social network. In passato, invece, la selezione musicale affidata a una voce riconoscibile aveva un peso culturale molto maggiore. Un conduttore poteva aprire una finestra su artisti sconosciuti, portare nelle case suoni provenienti da altri Paesi e contribuire a formare il gusto di un’intera generazione.

Federico aveva conosciuto la musica prima che diventasse accessibile in ogni momento e aveva vissuto la radio quando il palinsesto rappresentava ancora un appuntamento da rispettare. Per questo la sua esperienza racconta anche un rapporto diverso con il tempo e con l’ascolto. Non tutto era immediato, non tutto poteva essere scelto individualmente. Una parte del piacere consisteva proprio nel lasciarsi guidare, accettare una proposta musicale e scoprire qualcosa che non si stava cercando.

In questo senso la radio era una forma di mediazione culturale. Il dj non si limitava a trasmettere ciò che il pubblico già conosceva, ma contribuiva a selezionare, interpretare e rendere accessibile un universo musicale in continua espansione. Federico apparteneva a quella categoria di professionisti che avevano fatto di questa funzione una componente naturale del proprio lavoro.

Dai microfoni alle pagine dei libri

Il bisogno di raccontare la propria esperienza non si esaurì davanti al microfono. Federico affidò una parte della sua memoria anche alla scrittura, scegliendo di ripercorrere un’esistenza professionale segnata da incontri, trasformazioni e passaggi cruciali nella storia della radio italiana.

Nel 2016 pubblicò «Il Principato», un titolo che richiamava inevitabilmente il mondo di Montecarlo e gli anni nei quali il Principato aveva rappresentato uno dei centri più vivaci della sua vita professionale. Nel 2019 arrivò «Il cartello olandese», un altro tassello del suo percorso autobiografico e narrativo.

I libri offrivano una prospettiva diversa rispetto alla conduzione radiofonica. Il microfono richiede immediatezza, capacità di sintesi e un rapporto diretto con il presente. La scrittura consente invece di fermarsi, tornare indietro e ricostruire il significato degli avvenimenti con la distanza del tempo. Attraverso le pagine, l’esperienza personale poteva così diventare testimonianza di un mondo che non esiste più nelle stesse forme, ma che continua a influenzare il modo in cui la musica viene raccontata e ascoltata.

La sua vicenda si intreccia infatti con quella di un’intera industria culturale. Dalle emittenti offshore alla radiofonia commerciale, dalle grandi radio nazionali alle nuove piattaforme, Federico aveva attraversato epoche molto diverse senza perdere il legame con il mezzo che lo aveva reso famoso. Non era un semplice osservatore dei cambiamenti: ne era stato parte attiva, portando nel sistema italiano un’esperienza maturata in un ambiente europeo nel quale le frontiere musicali erano già meno rigide.

Il suo percorso aveva inoltre mostrato come la radio potesse essere una professione capace di superare le appartenenze nazionali. Era arrivato dai Paesi Bassi, aveva lavorato nel Principato di Monaco e aveva costruito in Italia la parte più riconoscibile della propria carriera. La sua identità era diventata familiare a un pubblico che, al di là della provenienza geografica, lo riconosceva come una delle voci caratteristiche della propria quotidianità.

L’eredità di una generazione

Tra coloro che ne hanno riconosciuto il ruolo nella storia della radio c’è stato anche Carlo Conti, che ne aveva ricordato l’influenza esercitata sui giovani italiani attraverso le frequenze di Radio Montecarlo e sui primi dj delle radio libere. Un riconoscimento che va oltre il ricordo personale e tocca il significato storico della sua esperienza.

La radio italiana non è stata trasformata soltanto dalle leggi, dalle innovazioni tecnologiche o dalle scelte imprenditoriali. È cambiata anche grazie alle persone che hanno introdotto nuovi modelli di conduzione, portato repertori musicali differenti e mostrato che il rapporto con il pubblico poteva essere costruito su un linguaggio più spontaneo e contemporaneo.

Federico fu uno di questi interpreti. La sua presenza contribuì a rendere familiare un modo di fare radio che guardava all’estero senza rinunciare al rapporto con gli ascoltatori italiani. In un’epoca in cui la musica anglosassone esercitava una forte attrazione sulle nuove generazioni, la sua voce offriva un collegamento diretto con quel mondo, senza la mediazione distante delle istituzioni tradizionali.

La sua eredità non può essere misurata soltanto attraverso il numero degli anni trascorsi in onda o le emittenti nelle quali ha lavorato. Va cercata anche nella memoria degli ascoltatori, nei professionisti che ne hanno raccolto l’insegnamento e in una concezione della radio fondata sulla personalità, sulla curiosità musicale e sulla capacità di creare un rapporto autentico con chi si trova dall’altra parte dell’apparecchio.

Per molti, la radio è stata il primo luogo in cui scoprire una canzone destinata a diventare la colonna sonora di un amore, di un viaggio o di una stagione della vita. Il conduttore che accompagnava quella scoperta finiva inevitabilmente per entrare nel ricordo. Federico aveva abitato a lungo questo spazio particolare, nel quale la voce di uno sconosciuto può diventare, sera dopo sera, quella di una presenza familiare.

L’ultimo capitolo, senza un vero addio

Alla fine del 2024 aveva annunciato l’intenzione di appendere le cuffie al chiodo e trasferirsi in Tunisia, immaginando una nuova fase della propria vita lontano dai ritmi quotidiani della radio. Non si trattava, però, di una separazione definitiva dal lavoro che aveva accompagnato tutta la sua esistenza.

Anche dopo quell’annuncio, infatti, Federico era tornato a farsi ascoltare in occasioni speciali. Nel gennaio 2025 era intervenuto a «The Flight» su RTL 102.5, tornando su frequenze che avevano rappresentato una parte importante della sua storia professionale. In seguito aveva ripreso il contatto con il pubblico attraverso Radiofreccia, con un programma dedicato al rock, la musica che aveva alimentato la sua passione fin dagli anni giovanili.

Questi ritorni raccontavano qualcosa di essenziale del suo rapporto con il mestiere. Per Federico la radio non era soltanto un lavoro da svolgere entro orari prestabiliti, né un’identità da indossare davanti al microfono. Era un’abitudine mentale, una forma di espressione e un legame con il pubblico che non si interrompeva automaticamente con la fine di un contratto o con l’annuncio del pensionamento.

La sua storia personale dimostra quanto possa essere difficile separare una vocazione dalla propria identità. Si può decidere di rallentare, cambiare Paese, immaginare nuove abitudini. Ma quando un mestiere coincide con il modo in cui si guarda il mondo, il distacco non è mai completo. Federico continuava a tornare alla radio perché quella era la lingua che aveva scelto per comunicare con gli altri.

Adesso il microfono è silenzioso, ma la sua voce rimane nelle registrazioni, nei ricordi e nella storia di un mezzo che ha contribuito a trasformare. Resta l’immagine di un ragazzo olandese partito da un’università mai conclusa, passato attraverso una nave pirata nel Mare del Nord e arrivato a diventare una delle personalità più riconoscibili della radio italiana.

La parabola di Federico l’Olandese Volante attraversa oltre mezzo secolo di musica e comunicazione. Comincia in un’epoca nella quale la libertà di trasmettere aveva il sapore dell’avventura e arriva fino a un presente in cui la radio convive con una quantità pressoché illimitata di contenuti. In mezzo ci sono Montecarlo, le radio private, le grandi emittenti nazionali, i libri e il pubblico che lo ha seguito per decenni.

Non tutte le voci resistono al passare del tempo. Alcune, però, restano associate a un modo preciso di ascoltare, a un genere musicale, a una stagione della vita. Federico aveva costruito proprio questo legame: una presenza riconoscibile, capace di accompagnare le giornate e di trasformare la musica in un’esperienza condivisa.

L’Olandese Volante ha trascorso la vita attraversando le frequenze. E se il suo viaggio terreno si è concluso, il suo nome rimane legato a una delle stagioni più creative e avventurose della radio italiana. Quella in cui bastavano una voce, qualche disco e il desiderio di andare oltre i confini per far volare un’intera generazione.

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