9 Ottobre 2026, venerdì
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Carburanti, il governo prepara la carta delle accise mobili. Meloni: «Serve un price cap pienamente efficace»

La premier, al vertice Med9 di Spalato, riapre il dossier sul caro carburanti: sul tavolo ci sono circa 160 milioni di euro recuperati attraverso il meccanismo delle accise mobili. L’esecutivo valuta se impiegarli subito o conservarli per una nuova fiammata dei prezzi. Eni: «Benzina e gasolio restano a livelli sostenibili, il price cap serve soprattutto contro i picchi». Bruxelles intanto discute sulla flessibilità dei bilanci nazionali per assorbire l’impatto dell’inflazione.

Il governo tiene aperta la porta a un nuovo intervento sul prezzo dei carburanti. Non è ancora una decisione, ma l’indicazione politica arrivata da Giorgia Meloni è netta: se la pressione sui prezzi dovesse tornare a farsi sentire, Palazzo Chigi è pronto a utilizzare gli strumenti già predisposti, a cominciare dal meccanismo delle accise mobili. E la partita si intreccia con quella, più ampia, che l’Italia sta conducendo a Bruxelles sul rapporto tra inflazione, conti pubblici e margini di manovra dei governi.

A Spalato, al termine del vertice Med9, la presidente del Consiglio ha indicato nella tenuta del price cap uno degli elementi decisivi per stabilire quale sarà la prossima mossa. «Posso auspicare che si possa pienamente ripristinare il cap», ha detto Meloni parlando del contenimento dei prezzi dei carburanti. Il governo, ha spiegato, dispone intanto di una riserva di circa 160 milioni di euro che potrebbe essere destinata a un nuovo intervento.

La questione, però, non è soltanto quanto denaro mettere sul tavolo. È soprattutto quando utilizzarlo.

Il meccanismo delle accise mobili, infatti, consente di utilizzare una parte delle maggiori entrate fiscali generate dall’aumento del prezzo dei carburanti per ridurre, attraverso un taglio delle accise, l’impatto dell’aumento alla pompa. È una sorta di cuscinetto fiscale: quando il prezzo sale e cresce anche il gettito Iva, una quota di quelle maggiori entrate può essere destinata a compensare, almeno in parte, l’aumento del costo per automobilisti e imprese.

«Per quello che riguarda il tema delle accise siamo sempre pronti ovviamente a intervenire di nuovo, particolarmente con il meccanismo delle accise mobili», ha spiegato Meloni. «Noi abbiamo perfezionato questo meccanismo per cui all’aumento del prezzo del carburante la maggiore Iva che entra viene messa da parte e utilizzata nel caso per riabbassare il prezzo tagliando le accise».

Al mese di settembre, ha aggiunto la premier, la disponibilità è di circa 160 milioni di euro. La scelta che l’esecutivo deve compiere è quindi strategica: utilizzare immediatamente quella somma per alleggerire il prezzo di benzina e gasolio oppure conservarla come riserva nel caso in cui le attuali misure di contenimento dovessero perdere efficacia.

«Ci stiamo interrogando se sia più efficace spendere queste risorse in questo momento nel quale comunque ci sono delle misure di contenimento o tenerle come provvista per quando quelle misure di contenimento dovessero terminare», ha detto Meloni, precisando che la decisione dipenderà anche «dalla tenuta del cap».

È qui che il tema delle accise si incrocia con quello del price cap. Il primo è uno strumento fiscale che consente allo Stato di attenuare l’aumento del prezzo finale. Il secondo agisce invece a monte, cercando di impedire che una fiammata delle quotazioni si trasformi in un aumento troppo rapido e pronunciato dei prezzi. Per il governo, dunque, utilizzare subito i 160 milioni potrebbe offrire un sollievo immediato, ma consumerebbe una risorsa che potrebbe rivelarsi preziosa nel caso di una nuova accelerazione.

La linea è stata ribadita anche alla luce della posizione dell’industria. Eni ha sottolineato che benzina e gasolio vengono mantenuti a «prezzi sostenibili» e che il price cap dovrebbe soprattutto rappresentare una protezione contro eventuali picchi. Una precisazione che sposta il baricentro della discussione: non tanto un intervento permanente sul prezzo dei carburanti, quanto uno strumento di emergenza da attivare quando la dinamica internazionale dell’energia produce aumenti particolarmente bruschi.

Per l’Italia, il problema resta delicato. Il prezzo alla pompa non dipende infatti esclusivamente dalle decisioni del governo. Incidono il costo internazionale del petrolio, i margini di raffinazione, il cambio euro-dollaro, la componente fiscale e, più in generale, l’andamento dei mercati energetici. È quindi possibile intervenire sulla componente fiscale, ma molto più difficile neutralizzare integralmente shock che arrivano dall’esterno.

La scelta sulle accise diventa così anche una questione di politica economica. Spendere oggi significa trasferire immediatamente una parte delle risorse disponibili a famiglie e imprese. Conservare la provvista significa invece scommettere sulla possibilità che in futuro il mercato richieda una risposta più incisiva. In entrambi i casi, la variabile decisiva resta l’andamento delle quotazioni energetiche.

La seconda partita: l’inflazione e i conti pubblici

Il dossier carburanti, tuttavia, è soltanto una parte di una discussione molto più ampia che Meloni ha portato anche sul tavolo europeo. L’Italia chiede maggiore flessibilità per affrontare gli effetti sui bilanci pubblici di un’inflazione più elevata rispetto a quella prevista quando i piani nazionali erano stati costruiti.

La premier ha parlato di un interesse crescente tra gli Stati membri, pur sottolineando che il confronto con Bruxelles è ancora lungo. «Mi pare ci sia interesse perché è una questione di buon senso, ovviamente», ha spiegato. Ma per arrivare a una soluzione, ha aggiunto, occorre costruire «una convergenza tra la Commissione, gli Stati membri, il Consiglio».

Il tema è stato discusso direttamente anche con Ursula von der Leyen. Meloni ha ricordato che la richiesta italiana non è isolata e che una posizione analoga è stata avanzata, tra gli altri, dalla Grecia.

Il punto sollevato da Roma riguarda una discrepanza che, con il passare del tempo, è diventata sempre più evidente: i bilanci pubblici e i programmi economici europei sono stati costruiti su determinate ipotesi di inflazione, ma l’inflazione effettivamente registrata è stata successivamente molto più elevata.

«Noi dobbiamo considerare che l’inflazione di oggi non è quella programmata tre anni fa», ha spiegato la presidente del Consiglio. Quando l’Europa ha approvato i piani nazionali, ha ricordato Meloni, l’inflazione programmata era intorno all’1,8 per cento. Uno scenario che, alla luce della successiva fiammata dei prezzi, si è rivelato molto distante dalla realtà.

La conseguenza non riguarda soltanto gli indicatori macroeconomici. Un’inflazione più alta produce infatti effetti automatici sulla spesa pubblica nei Paesi in cui esistono meccanismi di adeguamento collegati all’andamento dei prezzi.

È il caso dell’Italia, dove una serie di prestazioni e trasferimenti viene adeguata all’inflazione. Meloni ha citato esplicitamente le pensioni e l’assegno unico. Quando i prezzi crescono più del previsto, quindi, lo Stato si trova a sostenere costi maggiori rispetto a quelli incorporati nelle previsioni originarie.

Da qui la richiesta di Roma: tenere conto della distanza tra le ipotesi formulate al momento della programmazione e la realtà economica successivamente verificatasi.

La linea italiana tra sostegni e prudenza

Il filo che collega carburanti e inflazione è, in fondo, lo stesso. Da una parte c’è la necessità politica di evitare che l’aumento del costo dell’energia finisca per comprimere ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie e aumentare i costi delle imprese. Dall’altra c’è l’esigenza di non consumare troppo rapidamente le risorse pubbliche disponibili.

La strategia del governo sembra muoversi proprio lungo questa linea di equilibrio. Intervenire quando serve, ma senza bruciare in anticipo le munizioni finanziarie che potrebbero diventare necessarie in caso di un nuovo shock.

Per questo i 160 milioni delle accise mobili assumono un valore che va oltre la loro dimensione assoluta. Non si tratta di una cifra in grado di cambiare da sola la dinamica del mercato petrolifero, ma di una leva fiscale che consente al governo di reagire rapidamente a una nuova fiammata dei prezzi.

La vera incognita resta ora il mercato. Se il contenimento dei prezzi continuerà a funzionare, Palazzo Chigi potrebbe scegliere di conservare la dotazione. Se invece il price cap dovesse perdere efficacia e benzina e gasolio tornassero a salire sensibilmente, l’utilizzo delle accise mobili diventerebbe una delle prime opzioni sul tavolo.

«Vediamo che cosa accade nelle prossime ore», ha detto Meloni. Una frase che fotografa bene il momento: il governo non ha ancora deciso se aprire immediatamente il rubinetto delle risorse, ma non intende neppure rinunciare allo strumento.

La partita, del resto, non si gioca soltanto nelle stazioni di servizio. Si gioca sui mercati energetici, nei conti dello Stato e nei negoziati europei. E proprio la combinazione di questi tre fattori determinerà quanto spazio avrà l’esecutivo per intervenire nei prossimi mesi senza trasformare l’emergenza dei prezzi in un problema per i conti pubblici.

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