7 Ottobre 2026, mercoledì
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Dal raduno social al caos, il Comune di Vicenza denuncia il TikToker: «Danno d’immagine alla città»

Violenza, inseguimenti e danneggiamenti dopo l’appuntamento convocato sui social a Campo Marzo. Palazzo Trissino dà mandato all’Avvocatura di procedere contro Hamza Messaf, conosciuto online come “Ilvucumpra”. Il sindaco Possamai: «Le regole valgono per tutti. La notorietà e i follower non possono creare zone franche»

Il raduno era nato sullo schermo di uno smartphone. In poche ore si è trasformato in una presenza fisica capace di portare centinaia di giovani nelle strade di Vicenza e, soprattutto, di lasciare dietro di sé una scia di tensione, inseguimenti, violenza e danneggiamenti. È su questa trasformazione, dal mondo virtuale a quello reale, che ora si concentra anche l’iniziativa del Comune.

Palazzo Trissino ha infatti dato mandato all’Avvocatura comunale di procedere nei confronti di Hamza Messaf, conosciuto sui social come “Ilvucumpra”, in relazione al raduno convocato attraverso le piattaforme social nella giornata di sabato 3 ottobre, a Campo Marzo, e agli episodi che successivamente hanno interessato l’area di viale Roma e il Park Verdi.

La contestazione del Comune non riguarda soltanto ciò che è accaduto materialmente. C’è un secondo livello, meno visibile ma ritenuto altrettanto importante dall’amministrazione: quello dell’immagine della città. Un’immagine che, secondo Palazzo Trissino, può essere danneggiata anche quando non viene colpito direttamente il patrimonio pubblico.

Il sindaco Giacomo Possamai lo mette in chiaro: «Le regole valgono per tutti». Anche quando un appuntamento nasce spontaneamente sui social, anche quando a promuoverlo è una persona con un seguito molto ampio e anche quando, nel giro di poche ore, l’iniziativa riesce a mobilitare centinaia di ragazzi.

«Non ci sono persone che, per la loro notorietà o per il numero dei loro follower, possono considerarsi al di sopra delle regole», sottolinea il sindaco. Da qui la scelta di non limitarsi alla gestione dell’emergenza o alla ricostruzione di quanto accaduto, ma di intraprendere un’azione formale.

«Non possiamo limitarci a registrare quello che è accaduto e poi voltare pagina», aggiunge Possamai. «Quando una situazione produce conseguenze sulla città e sulla sua immagine, le istituzioni devono assumersi la responsabilità di intervenire».

Il doppio fronte del danno

C’è una precisazione importante nella ricostruzione fornita dal Comune. Nessun bene di proprietà comunale è stato danneggiato. I danneggiamenti materiali hanno riguardato invece il Park Verdi, struttura gestita da Magis Smart.

Palazzo Trissino ha già preso contatto con la società, affinché proceda con la denuncia e con la richiesta di risarcimento nei confronti dei responsabili.

Il Comune, dunque, distingue nettamente due piani. Da una parte c’è il danno materiale, che dovrà essere quantificato e risarcito da chi verrà individuato come responsabile. Dall’altra c’è quello che l’amministrazione considera un danno alla reputazione della città.

«Non ci sono stati danni al patrimonio comunale. Ma questo non significa che quanto accaduto sia meno grave», osserva Possamai. «I danni materiali vanno risarciti e chi li ha provocati deve essere individuato e deve risponderne. Ma c’è un altro danno, che riguarda direttamente la città: il danno all’immagine di Vicenza».

È proprio questo secondo profilo a spingere il Comune verso l’azione legale.

La questione, nella lettura dell’amministrazione, non è quindi soltanto quella di stabilire quanto sia costato un atto vandalico o chi debba pagare per un bene danneggiato. Il punto è anche comprendere che cosa accade quando un appuntamento lanciato sui social assume, nel giro di pochissimo tempo, le dimensioni di un evento di massa.

Quando il social diventa una piazza

È qui che il caso vicentino assume una dimensione che va oltre la singola giornata e oltre la cronaca locale.

Per organizzare un raduno non servono più necessariamente manifesti, comunicati, autorizzazioni, associazioni o una macchina organizzativa tradizionale. Può bastare un profilo seguito da migliaia di persone, un messaggio, un video, un invito condiviso rapidamente.

La piazza, in questo caso, viene prima costruita virtualmente e poi occupata fisicamente.

«L’appuntamento di sabato non era una normale manifestazione, né una festa di piazza organizzata secondo le modalità con cui tradizionalmente vengono programmati gli eventi cittadini», osserva Possamai. Era, nella definizione del sindaco, «un raduno di massa convocato attraverso i social», capace di richiamare in poche ore centinaia di giovanissimi, anche da altre zone del Veneto.

È un modello di mobilitazione che mette le istituzioni davanti a una difficoltà nuova: la velocità.

La capacità di un contenuto di raggiungere contemporaneamente migliaia di persone rende infatti molto più breve il tempo a disposizione per capire che cosa stia accadendo, valutare i rischi e organizzare una risposta. La velocità della rete e quella della macchina pubblica non sempre procedono allo stesso ritmo.

«Oggi una persona attraverso i social può convocare in poche ore centinaia, e in alcuni casi migliaia, di ragazzi in una città», sottolinea il sindaco. «È una capacità di mobilitazione che fino a pochi anni fa non esisteva in questa forma».

Per Possamai, dunque, sarebbe un errore leggere quanto avvenuto a Vicenza come un episodio completamente isolato. Negli ultimi anni, osserva il sindaco, fenomeni legati a grandi raduni spontanei, mobilitazioni nate sulle piattaforme social e appuntamenti organizzati rapidamente attraverso la rete si sono verificati in diverse città italiane.

La domanda che emerge è allora più ampia di quella relativa al singolo raduno: come devono attrezzarsi le istituzioni quando la rete è in grado di trasformare un invito digitale in una concentrazione improvvisa di persone nello spazio pubblico?

La ricerca dei responsabili

Parallelamente alla decisione del Comune, resta naturalmente centrale l’individuazione dei responsabili degli episodi di violenza e danneggiamento.

Il sindaco ha avuto interlocuzioni con Prefettura e Questura, chiedendo che venga fatto tutto il possibile per individuare chi abbia commesso i fatti e perché si proceda con la necessaria fermezza.

La posizione di Palazzo Trissino è netta: la responsabilità non può essere diluita nella dimensione collettiva del raduno.

«Chi rompe, chi aggredisce, chi danneggia deve essere individuato e deve rispondere di quello che ha fatto», afferma Possamai. «Questo vale per chiunque».

Ma il sindaco allarga anche il ragionamento a chi organizza o promuove iniziative di questo tipo.

«Vale per chi partecipa a un raduno e vale per chi lo organizza e lo promuove», sostiene.

È su questo terreno che si colloca la decisione del Comune di procedere legalmente. Non soltanto, nelle parole del sindaco, come strumento giudiziario, ma anche come segnale politico e istituzionale.

«Non è soltanto una scelta legale. È una scelta di responsabilità», spiega Possamai. «Quando un fenomeno produce conseguenze sulla città, le istituzioni non possono limitarsi a commentarlo».

La questione dell’ordine pubblico

Il caso apre inevitabilmente anche un capitolo sulle competenze e sugli strumenti a disposizione delle istituzioni.

Il Comune può intervenire per quanto rientra nelle proprie prerogative. Ma la gestione dell’ordine e della sicurezza pubblica resta una competenza dello Stato. Ed è proprio su questo punto che Possamai chiede un salto di qualità.

«Lo Stato deve mettere Prefetture e Questure nelle condizioni di poter affrontare questi fenomeni con strumenti adeguati e con una reale capacità di intervento», afferma.

Il problema, secondo il sindaco, è che le modalità attraverso cui oggi si aggregano grandi gruppi di persone sono cambiate molto più rapidamente rispetto agli strumenti tradizionali di prevenzione.

Un appuntamento può nascere, crescere e raggiungere centinaia di persone nel tempo necessario a far circolare un contenuto sulle piattaforme. E in mezzo possono esserci anche molti minorenni.

Da qui la richiesta di «capacità di monitoraggio, prevenzione, coordinamento e intervento adeguate alla nuova realtà».

Il messaggio di Possamai è rivolto anche a evitare che il confronto tra istituzioni si trasformi in una disputa sulle responsabilità.

«Su questo non devono esserci divisioni tra istituzioni», dice. «Il Comune farà la propria parte, ma l’ordine pubblico è una competenza dello Stato».

La richiesta, quindi, è che ogni livello istituzionale possa intervenire con strumenti proporzionati alla rapidità con cui questi fenomeni si sviluppano.

«Quello che è successo a Vicenza può succedere in qualunque altra città italiana», avverte il sindaco. «Sarebbe un errore aspettare il prossimo episodio prima di affrontare il problema».

«Vicenza è una città aperta»

Nella parte finale del suo intervento, Possamai sente anche la necessità di separare nettamente il caso del raduno dal rapporto complessivo della città con chi arriva da fuori.

Vicenza, ribadisce il sindaco, vuole continuare a essere una città aperta.

«Chi viene per divertirsi è il benvenuto. Chi viene per vivere la città è il benvenuto. Chi viene per studiare, lavorare, incontrarsi e stare insieme è il benvenuto».

Il limite, secondo l’amministrazione, viene superato quando il comportamento individuale o collettivo mette a rischio altre persone o il patrimonio.

«Chi viene per aggredire, danneggiare o mettere in pericolo altre persone deve sapere che troverà una risposta ferma», dice Possamai.

È una distinzione che il Comune considera essenziale anche per evitare che un episodio di questo tipo finisca per alimentare una lettura generalizzata del fenomeno.

Il tema, nelle parole del sindaco, non è chi partecipa a un evento nato sui social, né il fatto che giovani provenienti da altre città scelgano Vicenza come luogo di incontro. Il punto è il rispetto delle regole e la capacità delle istituzioni di intervenire quando queste vengono violate.

Sabato, secondo Palazzo Trissino, si è manifestato con particolare evidenza un fenomeno destinato a diventare sempre più rilevante: la distanza tra l’apparente informalità di un appuntamento digitale e le conseguenze concrete che può produrre nello spazio pubblico.

Un invito pubblicato online può sembrare soltanto un contenuto tra migliaia. Ma quando centinaia di persone decidono di seguirlo, quel contenuto smette di essere soltanto virtuale. Diventa una piazza, un assembramento, un problema di sicurezza, una responsabilità.

E proprio su questa linea di confine, tra libertà della rete e responsabilità nella vita reale, si giocherà anche il seguito della vicenda vicentina.

«Il Comune ha scelto di fare la propria parte», conclude Possamai. «Lo facciamo tutelando il nome della nostra città e agendo legalmente nei confronti di chi riteniamo responsabile del danno arrecato alla sua immagine».

La partita, però, non riguarda soltanto Vicenza. Riguarda un modo nuovo di convocare persone, occupare spazi e trasformare la popolarità digitale in capacità di mobilitazione reale. Un fenomeno che corre alla velocità dei social e che, proprio per questo, impone alle istituzioni di interrogarsi su regole, prevenzione e responsabilità prima che sia il prossimo raduno a imporre loro di farlo.

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