Tre anni dopo, il tempo in Israele sembra essersi fermato alle 6.29 del 7 ottobre 2023. È quell’ora, impressa nella memoria collettiva del Paese, che questa mattina ha scandito il momento più solenne della commemorazione. Nel luogo in cui tre anni fa la musica del festival Nova venne improvvisamente spezzata dagli spari, i familiari delle vittime hanno chinato il capo e osservato un minuto di silenzio. Intorno a loro, le fotografie di chi non è più tornato a casa, i fiori deposti davanti ai ritratti, il paesaggio del sud di Israele trasformato ancora una volta in uno spazio della memoria.
Alle 6.29 ora locale, le 5.29 in Italia, non sono servite parole. È bastato il silenzio per riportare indietro l’orologio a quella mattina di tre anni fa, quando l’assalto guidato da Hamas contro le comunità israeliane lungo il confine con la Striscia di Gaza provocò il più grave attacco mai subito da Israele nella sua storia recente e aprì una guerra destinata a cambiare profondamente il Medio Oriente.
Al Nova Music Festival, nel deserto, l’attacco arrivò mentre migliaia di giovani partecipavano a una festa. I miliziani entrarono nell’area utilizzando anche veicoli e parapendii, mentre la folla cercava disperatamente una via di fuga. Le immagini di quei momenti, le testimonianze dei sopravvissuti e i volti delle vittime sono diventati negli anni parte di una memoria nazionale che continua a essere segnata non soltanto dal lutto, ma anche dalle domande rimaste senza risposta.
La memoria alle 6.29
La scelta dell’orario non è simbolica soltanto perché coincide con l’inizio dell’attacco. È diventata una sorta di punto zero della memoria israeliana. Alle 6.29 si interrompe la normalità e comincia la giornata che avrebbe aperto una nuova fase della storia del Paese.
Anche il presidente Isaac Herzog ha voluto ricordare quel momento. Nella sua residenza ufficiale, insieme alla moglie, ha acceso una candela alle 6.29 e ha diffuso successivamente il video sui social. «Sono passati tre anni da quella terribile mattina. Tre anni di dolore, di lutto e di un ricordo che non svanirà mai», ha scritto Herzog, invitando a chinare il capo in memoria degli uomini e delle donne uccisi.
La fiamma della candela, nelle parole e nei gesti della giornata, diventa così il contrappunto alle immagini del 7 ottobre: il fuoco dei razzi, gli incendi, le automobili date alle fiamme, il fumo che si alzava dalle comunità colpite. Una memoria privata che si sovrappone a quella nazionale e che, tre anni dopo, resta tutt’altro che pacificata.
Il dolore non cancella le domande
Per le famiglie delle vittime, infatti, commemorare non significa soltanto ricordare. Significa anche chiedere conto di ciò che accadde prima che Hamas riuscisse a oltrepassare il confine, penetrare nel territorio israeliano e colpire comunità e obiettivi militari per ore.
È questo il punto sul quale il lutto si trasforma in una domanda politica e istituzionale. I familiari chiedono da tempo una commissione d’inchiesta indipendente che ricostruisca le decisioni assunte prima dell’attacco, analizzi le informazioni disponibili e individui le responsabilità lungo l’intera catena politica, militare e di sicurezza.
Il Consiglio di ottobre, che riunisce sopravvissuti e familiari delle vittime, ha invitato a osservare un ulteriore minuto di silenzio a mezzogiorno, sottolineando che il Paese non deve limitarsi a ricordare chi è stato ucciso, ma deve anche interrogarsi sulle condizioni che resero possibile il disastro.
È una richiesta che attraversa trasversalmente la società israeliana, ma che assume un peso particolare nel giorno della commemorazione. Dopo tre anni, il dolore resta personale, mentre la domanda sulle responsabilità riguarda l’intero Stato.
Le famiglie sostengono di avere raccolto testimonianze, documenti e atti ufficiali e di avere incontrato esponenti politici e dei vertici della sicurezza. Il loro obiettivo è arrivare a un’indagine nazionale che non si limiti alla ricostruzione operativa dell’attacco, ma risalga lungo tutta la catena decisionale.
Il principio, spiegano, non è quello della vendetta e neppure quello di una resa dei conti politica. È la ricerca della verità. Una distinzione importante, soprattutto in un Paese che da tre anni vive dentro una guerra, un conflitto politico interno e una ferita collettiva ancora aperta.
«A tre anni dal massacro, lo Stato di Israele ha ancora un debito con le famiglie», ha affermato il Consiglio di ottobre. E quel debito, secondo i familiari, ha un nome preciso: la verità.
Dalla commemorazione alla protesta
Il 7 ottobre israeliano non è dunque soltanto una giornata di memoria. È anche una giornata nella quale riaffiorano le fratture politiche e sociali che attraversano il Paese.
Nel centro di Israele, un gruppo di manifestanti antigovernativi ha bloccato per alcuni minuti l’autostrada Ayalon per osservare il minuto di silenzio dedicato alle vittime. A Tel Aviv, l’acqua dell’iconica fontana di Kikar Dizengoff è stata tinta di rosso. Un gesto volutamente forte, pensato per sottrarre la commemorazione a una dimensione esclusivamente istituzionale e riportare nello spazio pubblico il tema delle responsabilità.
Ancora più esplicita la protesta comparsa sulla spiaggia di Tel Aviv. Mille e duecento figure umane sono state disposte sulla sabbia per rappresentare le vittime degli attacchi del 7 ottobre. Accanto alle sagome, grandi lettere ebraiche compongono un messaggio destinato a essere letto come un atto d’accusa: «Fallimento totale».
È il lato più politico di una giornata che il Paese avrebbe voluto forse consegnare soltanto al raccoglimento. Ma in Israele le due dimensioni sono ormai inseparabili. Ricordare i morti significa inevitabilmente interrogarsi su ciò che accadde prima della loro morte e su ciò che lo Stato avrebbe potuto fare per impedirlo.
Il Nova, simbolo di una ferita nazionale
Tra tutti i luoghi colpiti quel 7 ottobre, il sito del Nova Music Festival è diventato uno dei simboli più riconoscibili della tragedia.
La festa, pensata come uno spazio di musica e libertà nel deserto, si trasformò in poche ore in una scena di morte. I partecipanti cercarono di fuggire, si nascosero nei campi, nelle automobili, lungo le strade secondarie. Per molti di loro non ci fu una via di fuga.
Tre anni dopo, davanti alle fotografie delle vittime, il contrasto resta quasi intatto. Da una parte i volti giovani, le vite interrotte, i progetti rimasti sospesi. Dall’altra il luogo reale nel quale quelle vite sono state spezzate. Il rito della commemorazione serve anche a ricomporre questa distanza, a restituire alle vittime un’identità individuale oltre il numero complessivo dei morti.
Per le famiglie, infatti, non esistono cifre. Esistono figli, figlie, fratelli, sorelle, compagni, genitori, amici. Esistono fotografie che continuano a essere mostrate e nomi che vengono pronunciati perché non vengano assorbiti dalla dimensione anonima della tragedia.
Tre anni che hanno cambiato Israele
Il 7 ottobre 2023 non ha soltanto segnato la più sanguinosa giornata della storia recente di Israele. Ha modificato il rapporto del Paese con la propria sicurezza, ha aperto una guerra devastante nella Striscia di Gaza e ha prodotto conseguenze regionali e internazionali che continuano a farsi sentire.
Ma per chi oggi torna nei luoghi degli attacchi, la geopolitica rimane sullo sfondo. In primo piano ci sono le assenze.
Il minuto di silenzio delle 6.29 contiene proprio questa contraddizione. Da una parte c’è una nazione che ricorda una giornata diventata spartiacque della propria storia. Dall’altra ci sono famiglie che continuano a vivere una tragedia profondamente privata e che chiedono allo Stato di spiegare perché sia stato possibile arrivare a quel punto.
Per questo la commemorazione non si esaurisce nei fiori, nelle fotografie o nelle candele. Il silenzio, quest’anno come negli anni precedenti, è accompagnato da una domanda che resta rumorosamente aperta: come è stato possibile?
È una domanda che non riguarda soltanto ciò che accadde alle 6.29 del 7 ottobre. Riguarda soprattutto ciò che avvenne nelle ore, nei giorni e nei mesi precedenti. Le informazioni disponibili, le valutazioni dell’intelligence, le decisioni politiche e militari, la gestione del confine, gli allarmi eventualmente sottovalutati.
Per le famiglie, finché quella domanda non avrà una risposta attraverso un’indagine considerata credibile e indipendente, il 7 ottobre non potrà essere soltanto una pagina della storia da commemorare. Rimarrà una ferita ancora aperta.
Alle 6.29, nel luogo dove tre anni fa la musica si fermò, Israele ha scelto ancora una volta il silenzio. Ma dentro quel silenzio, insieme al ricordo dei morti, c’è una richiesta precisa: conoscere la verità su ciò che accadde prima che tutto cominciasse.
