A Garlasco, diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, anche una bicicletta può tornare a parlare. E questa volta non attraverso una nuova traccia, ma attraverso una domanda che riguarda ciò che sarebbe stato comunicato, e soprattutto ciò che non sarebbe stato comunicato, agli investigatori che nel 2007 cercavano la verità sul delitto di via Pascoli.
La Procura di Pavia starebbe valutando di ascoltare come persone informate sui fatti alcuni degli inquirenti e dei consulenti tecnici che parteciparono alla prima fase dell’inchiesta. Un eventuale passaggio investigativo che non avrebbe, almeno per ora, il significato di una contestazione nei loro confronti, ma servirebbe a ricostruire con precisione la gestione di alcuni accertamenti scientifici eseguiti all’epoca.
Il punto più delicato riguarda i pedali della bicicletta appartenuta ad Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi.
Il dettaglio che riporta il caso al 2007
Secondo quanto emerso dalla nuova attività investigativa, i Ris di Parma avrebbero effettuato ulteriori analisi sui pedali della bici. E qui compare il particolare destinato a riaccendere l’attenzione degli investigatori: gli accertamenti successivi avrebbero dato esito negativo rispetto alla presenza del Dna di Chiara Poggi che era stata rilevata dalle prime analisi.
Non è soltanto una questione di laboratorio. Il nodo, infatti, riguarda la comunicazione di quel risultato.
Secondo la Procura di Pavia, i Ris di Parma non avrebbero comunicato agli inquirenti dell’epoca l’esito negativo delle nuove analisi. Se confermata nella sua esatta dinamica, la circostanza imporrebbe di ricostruire chi sapesse cosa, quando lo seppe e quale peso venne attribuito a quell’accertamento nel prosieguo dell’indagine.
È proprio qui che potrebbero entrare in scena gli investigatori e i consulenti che lavorarono sul caso nel 2007. Non per riscrivere automaticamente una sentenza, né per trasformare un’anomalia procedurale in una prova di responsabilità, ma per mettere in fila fatti, comunicazioni e tempi. In un’inchiesta giudiziaria, del resto, la cronologia non è un dettaglio ornamentale: spesso è una delle poche cose che non possono permettersi di avere una memoria selettiva.
Sempio resta al centro della nuova indagine
La nuova attività della Procura di Pavia ruota attorno all’inchiesta che vede Andrea Sempio come unico indagato. Il suo nome era già comparso nella complessa vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Chiara Poggi, ma gli sviluppi più recenti hanno riportato il caso sotto i riflettori investigativi e mediatici con una forza che, a distanza di quasi vent’anni, sembrava appartenere soltanto agli archivi.
Ora gli accertamenti cercano di verificare elementi già esaminati, di sottoporli a nuove letture e, soprattutto, di capire se alcuni risultati del passato siano stati acquisiti e valutati nel modo corretto.
È un lavoro meno spettacolare di quello raccontato dalle trasmissioni televisive, ma decisamente più importante. Perché tra una perizia, un verbale e una comunicazione interna passa la differenza tra un’indiscrezione e un elemento processualmente utilizzabile.
E sullo sfondo compare un altro fascicolo
Come se il caso non avesse già accumulato abbastanza incroci, resta poi aperta la prospettiva di un ulteriore filone investigativo, questa volta legato a una presunta ipotesi di corruzione.
Le indiscrezioni sono state rilanciate durante l’ultima puntata di “Quarto Grado”, andata in onda venerdì 2 ottobre, e riguarderebbero l’avvocato Federico Soldani, Andrea Sempio e il luogotenente Silvio Sapone, già responsabile della polizia giudiziaria della Procura di Pavia.
Su questo fronte, però, è indispensabile separare ciò che è stato annunciato da ciò che è stato formalmente accertato. Al momento, l’elemento concreto è il passaggio del fascicolo da Brescia a Pavia, dopo l’archiviazione della posizione di Mario Venditti, ex procuratore aggiunto di Pavia.
Il resto dovrà essere verificato nelle sedi giudiziarie competenti, lontano dal rumore inevitabile che accompagna un caso capace di trasformare ogni nuovo dettaglio in un possibile colpo di scena.
Diciannove anni dopo, la domanda è ancora la stessa
Il caso Garlasco continua così a muoversi lungo due binari paralleli: da una parte le nuove verifiche investigative, dall’altra la necessità di rileggere alcuni passaggi della prima inchiesta alla luce degli elementi oggi disponibili.
La bicicletta di Stasi, in questo senso, è diventata qualcosa di più di un reperto. È il simbolo di una domanda molto concreta: che cosa è stato davvero trovato nel 2007, quali risultati sono stati successivamente ottenuti e, soprattutto, quali informazioni sono arrivate sul tavolo degli investigatori?
Domande che non producono automaticamente nuove verità e che non cancellano quelle giudiziarie già consolidate. Ma che spiegano perché, a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la storia di Garlasco sia tutt’altro che confinata al passato.
La nuova indagine dovrà fare una cosa apparentemente semplice e, proprio per questo, difficilissima: distinguere i fatti dalle interpretazioni, le prove dalle suggestioni e gli errori dalle responsabilità.
Il resto, comprese le piste più clamorose, dovrà attendere.

