La vertenza Electrolux arriva ancora una volta davanti alle porte del ministero. Dentro, il tavolo delle trattative. Fuori, i lavoratori. E in mezzo una domanda che, dopo mesi di incontri, rinvii e promesse di confronto, continua a non trovare una risposta definitiva: quale futuro avrà la produzione di Electrolux in Italia?
Al presidio organizzato sotto il Ministero delle Imprese e del Made in Italy è arrivata anche Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che ha scelto di rilanciare con toni duri la richiesta di un intervento del governo.
«Il governo deve svegliarsi e impedire la macelleria sociale che Electrolux sta pianificando», ha dichiarato Appendino. La deputata chiede che l’azienda ritiri il piano di riorganizzazione e che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni «intervenga finalmente in prima persona per difendere i posti di lavoro». «Noi siamo e restiamo al fianco dei lavoratori», ha aggiunto.
Parole che si inseriscono in una vertenza industriale tutt’altro che chiusa. Il piano annunciato da Electrolux nella primavera scorsa prevedeva inizialmente circa 1.700 esuberi negli stabilimenti italiani. Il governo aveva definito il progetto «irricevibile» e «inaccettabile», chiedendo all’azienda di ritirarlo e di presentare una nuova proposta fondata su investimenti, innovazione e salvaguardia dell’occupazione.
Da allora il numero degli esuberi è sceso, ma il nodo industriale è rimasto. Secondo quanto riportato negli atti parlamentari, dopo il confronto tecnico di settembre Electrolux ha portato la previsione complessiva a 1.450 esuberi, mantenendo però la prospettiva della chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi e pesanti ricadute sugli altri siti produttivi.
È qui che la protesta dei lavoratori incrocia il confronto politico. Perché il problema non è soltanto quanti posti di lavoro finiranno nel conto della riorganizzazione. È anche quale modello industriale resterà in piedi dopo la cura dimagrante.
Il governo, dal canto suo, sostiene di voler evitare licenziamenti e salvaguardare gli stabilimenti italiani. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha convocato un nuovo tavolo per il 5 ottobre, chiedendo una proposta industriale alternativa e ribadendo la volontà di costruire una soluzione «concreta e sostenibile» per occupazione e produzione.
Ma proprio il calendario della vertenza racconta quanto la partita sia diventata complicata. A giugno Electrolux aveva accettato di sospendere le azioni unilaterali e di avviare un confronto serrato sul piano. Una tregua industriale, non certo la parola fine.
Nel frattempo, sindacati e lavoratori continuano a chiedere certezze. E la mobilitazione torna così davanti al Mimit, mentre all’interno del ministero si cerca di trasformare mesi di trattativa in qualcosa di più concreto di una nuova convocazione.
La posta in gioco riguarda direttamente migliaia di lavoratori, ma non si ferma ai cancelli delle fabbriche. Gli stabilimenti Electrolux rappresentano infatti una parte significativa del tessuto industriale dei territori coinvolti, con effetti che possono propagarsi alla filiera della componentistica, alla logistica e all’indotto.
La partita, dunque, non è soltanto occupazionale. È industriale e politica. Il governo punta a difendere la presenza produttiva in Italia anche attraverso un’azione a livello europeo, mentre i sindacati chiedono che gli eventuali sostegni pubblici siano legati a impegni verificabili su produzione, investimenti e occupazione.
Appendino, dal presidio, mette invece nel mirino direttamente Palazzo Chigi. La sua richiesta è netta: Meloni deve assumere un ruolo diretto nella vertenza e il piano Electrolux deve essere ritirato.
Il tempo delle formule diplomatiche, insomma, sembra essere arrivato al limite. Per i lavoratori, il problema non è trovare una definizione più elegante per gli esuberi. È evitare che gli esuberi diventino la cifra permanente del futuro industriale italiano.
E mentre dentro il ministero si cerca una soluzione, fuori resta la parte più semplice da vedere e forse anche quella più difficile da ignorare: persone che chiedono di continuare a lavorare nelle fabbriche dove hanno costruito il proprio futuro.
