5 Ottobre 2026, lunedì
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Le scuse in aula non cancellano 76 coltellate

Nel processo per l’omicidio di Pamela Genini, Gianluca Soncin parla per la prima volta e chiede perdono alla famiglia: «Comprendo il peso delle mie azioni». La madre della vittima replica senza sconti: «Scuse respinte, sono parole di plastica». Tra una dichiarazione e una memoria che non concede scorciatoie, il processo entra nel terreno più difficile: quello della responsabilità.

Milano, questa volta, ascolta il silenzio prima delle parole. Poi arriva una voce bassa, quasi senza inflessioni, e poche righe affidate a un foglio scritto a mano. Gianluca Soncin, 52 anni, imputato per l’omicidio di Pamela Genini, chiede di rendere dichiarazioni spontanee davanti alla Corte.

Non è un interrogatorio. Non è una deposizione. È il momento in cui l’imputato decide di parlare, senza che nessuno possa confondere le parole con ciò che accadde la sera del 14 ottobre 2025.

«Porgo le mie scuse alla famiglia di Pamela», dice Soncin. E aggiunge di sapere che «il perdono non si può pretendere», di comprendere «il peso delle mie azioni» e di voler «assumere fino in fondo le conseguenze» del dolore provocato.

Parole ordinate, composte, quasi chirurgiche. Un linguaggio che cerca di mettere in fila dolore, responsabilità e conseguenze. Ma in un’aula di giustizia le parole non vivono mai da sole. Portano con sé i fatti, le prove, le ricostruzioni e, soprattutto, la memoria di chi non può più parlare.

Ed è proprio lì che la dichiarazione di Soncin incontra il muro della famiglia di Pamela.

«Scuse respinte. Sono parole di plastica»

La risposta della madre della vittima, Una Smirnova, affidata al suo legale Nicodemo Gentile, arriva senza concessioni.

«Sono parole di plastica, insignificanti che non tolgono nulla», dice l’avvocato, respingendo le scuse dell’imputato. Non soltanto perché arrivano oggi, ma perché, secondo la famiglia, arrivano quando non possono più cambiare ciò che è accaduto.

Il punto, per la madre di Pamela, è tutto in una domanda tanto semplice quanto devastante: quando Pamela chiedeva di fermarsi, perché non si è fermato?

«Doveva accettare quelle scuse che Pamela gli faceva», ha detto Gentile, ricordando la drammatica ricostruzione dell’aggressione. «Quando lui la trascinava per i capelli sul balcone e lo implorava di non ucciderla. Là si doveva fermare».

È una frase che sposta inevitabilmente il baricentro della vicenda. Dal tribunale alla scena del delitto, dalle parole pronunciate oggi alle parole che Pamela avrebbe pronunciato allora. Le une possono essere ascoltate, valutate, persino comprese. Le altre non hanno più voce.

E il processo dovrà stabilire responsabilità e aggravanti sulla base degli elementi raccolti dall’accusa e della difesa. Ma sul piano umano c’è una frattura che nessuna formula processuale può ricomporre.

Settantasei coltellate e un tentativo di ricominciare

Secondo la ricostruzione accusatoria, quella sera Soncin sarebbe entrato nell’abitazione di Pamela, in via Iglesias, dopo essersi procurato un duplicato delle chiavi. La giovane donna si trovava nell’appartamento e, secondo quanto emerso nell’inchiesta, era al telefono con l’ex compagno.

L’aggressione sarebbe cominciata sul terrazzino e sarebbe poi proseguita all’interno dell’abitazione. Settantasei fendenti, secondo l’accusa, inferti con una violenza tale da trasformare quella che avrebbe dovuto essere una separazione in una tragedia irreversibile.

È questo il dato che resta al centro del procedimento. Non perché un numero possa raccontare una vita, ma perché quel numero restituisce la dimensione della violenza contestata all’imputato.

Soncin deve rispondere di omicidio pluriaggravato. La decisione spetterà ai giudici. Prima, però, ci sarà il processo, con le sue regole, le sue prove, le sue contestazioni e la possibilità per la difesa di sostenere la propria ricostruzione dei fatti.

La responsabilità passa anche dalle parole

Le dichiarazioni spontanee dell’imputato aprono un altro capitolo, più delicato e meno misurabile con i codici: quello della responsabilità personale.

Dire «mi dispiace» non equivale giuridicamente ad ammettere ogni contestazione. E chiedere perdono non significa automaticamente ottenerlo. Soncin, nelle sue parole, afferma di comprendere il peso delle proprie azioni e di voler assumere le conseguenze del dolore causato. Saranno gli atti processuali e la Corte a stabilire quale peso attribuire alle sue dichiarazioni nel quadro complessivo del procedimento.

La famiglia, intanto, ha già dato la propria risposta.

Non c’è perdono. Non c’è disponibilità ad accogliere una formula riparatrice pronunciata a quasi un anno dalla morte di Pamela. C’è, invece, la rivendicazione di un punto preciso: le scuse che contano, per chi è rimasto, non sono quelle pronunciate davanti a una Corte quando tutto è già accaduto. Sono quelle che, forse, avrebbero potuto fermare la violenza prima che diventasse omicidio.

Ed è qui che il processo per Pamela Genini si trova davanti alla sua domanda più scomoda. Non soltanto che cosa sia successo quella sera, ma che cosa significhi assumersi davvero la responsabilità quando il danno provocato non può essere restituito.

Perché ci sono parole che arrivano tardi. E ci sono silenzi che, anche dopo una sentenza, continueranno a parlare.

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