2 Ottobre 2026, venerdì
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Israele, l’Alta Corte riapre le urne ai partiti arabi

I giudici cancellano all’unanimità il veto della Commissione elettorale. Ammessi anche Ra’am e la Joint List. Via libera pure a Ofer Cassif, nonostante le contestate dichiarazioni del deputato

La democrazia israeliana, almeno per oggi, torna a fare quello che dovrebbe fare una democrazia: lasciare che siano gli elettori a decidere chi può entrare in Parlamento. L’Alta Corte di giustizia ha annullato all’unanimità la decisione della Commissione elettorale centrale che aveva escluso dalle elezioni del 27 ottobre i partiti arabi della Joint List e Ra’am. Una bocciatura netta, senza sfumature, per un provvedimento che avrebbe sottratto al voto una parte significativa della rappresentanza politica del Paese.

La sentenza riguarda la Joint List, coalizione composta in prevalenza da formazioni politiche arabe, e Ra’am, il partito guidato da Mansour Abbas, protagonista di una stagione politica che aveva già infranto più di un tabù della politica israeliana. Abbas aveva infatti sostenuto il precedente governo guidato da Naftali Bennett e Yair Lapid, dimostrando che nella complessa aritmetica parlamentare israeliana anche un partito arabo può diventare decisivo per la formazione di una maggioranza.

Ora quella rappresentanza torna davanti agli elettori. La Corte ha ritenuto che non vi fossero i presupposti giuridici sufficienti per impedire ai partiti di partecipare alla competizione elettorale. In altre parole, la Commissione elettorale aveva alzato una barriera che i giudici hanno ritenuto incompatibile con gli standard richiesti dalla legge.

La questione, naturalmente, va ben oltre la semplice disputa procedurale. In Israele l’esclusione di una lista elettorale non è mai un dettaglio da regolamento condominiale. Tocca il delicatissimo equilibrio tra sicurezza, identità dello Stato, libertà politica e diritto alla rappresentanza. Ed è proprio su questo terreno che la decisione dell’Alta Corte assume un peso politico e istituzionale rilevante, senza che ciò significhi attribuire ai giudici il compito di scegliere quali partiti siano graditi o sgraditi.

La Corte ha affrontato anche il caso di Ofer Cassif, deputato di Hadash, la cui candidatura era stata respinta dalla Commissione elettorale centrale. Anche qui il cartellino rosso è stato ritirato. Con sette voti favorevoli e due contrari, i giudici hanno stabilito che Cassif potrà candidarsi.

La decisione non equivale, però, a una promozione politica del parlamentare. Anzi, i giudici hanno espresso una forte disapprovazione per alcune delle sue dichiarazioni. Il punto, tuttavia, è un altro: per impedire a un candidato di partecipare alle elezioni non basta che le sue parole siano controverse, provocatorie o politicamente indigeste. La legge prevede requisiti particolarmente rigorosi e, secondo la maggioranza della Corte, in questo caso la soglia necessaria per l’esclusione non era stata raggiunta.

È una distinzione fondamentale, soprattutto in tempi in cui la politica tende a trasformare ogni conflitto in una prova di fedeltà. Un conto è contestare duramente le idee di un candidato, un altro è impedirgli di sottoporle al giudizio degli elettori. Il primo è il mestiere della politica. Il secondo richiede una giustificazione giuridica molto più solida.

La sentenza restituisce dunque alle urne una parte della competizione politica che la Commissione elettorale aveva cercato di fermare. E lo fa ricordando, con una certa brutalità istituzionale, che in una democrazia il diritto di voto non può dipendere semplicemente dal fatto che un partito piaccia oppure no alla maggioranza del momento.

Le elezioni del 27 ottobre si annunciano così ancora più delicate. Non soltanto per gli equilibri tra i grandi schieramenti, ma anche per il ruolo che le formazioni arabe potranno tornare a giocare nella composizione della Knesset e, soprattutto, nelle eventuali trattative per la formazione del governo.

La politica israeliana è abituata ai colpi di scena. Questa volta il colpo di scena è arrivato dalla magistratura, che ha ricordato alla politica una regola piuttosto semplice: le elezioni servono a contare i voti, non a decidere in anticipo quali voti possano essere contati.

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