2 Ottobre 2026, venerdì
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La setta, le tuniche arancioni e dieci anni di paura

A nove anni entrò nella comunità del guru Bruno Malatesta, seguendo la madre. Ne uscì a vent'anni. Oggi Pandora, 27 anni, racconta lavori imposti, isolamento, umiliazioni e presunte violenze sessuali. La sua denuncia ha contribuito a far emergere una storia di abusi protrattasi per circa vent'anni nel Torinese.

C’è un’età in cui si dovrebbe imparare a distinguere il bene dal male. A nove anni, invece, Pandora imparava a obbedire.

Prima c’era lo yoga per bambini, un’ora alla settimana che sembrava un’attività come tante. Poi il corso per adulti, la decisione della madre di trasferirsi in una comunità rurale e, quasi senza che se ne accorgesse, il confine tra una pratica spirituale e una vita sotto controllo diventò sempre più sottile.

Pandora, oggi 27 anni, nella comunità legata al guru Bruno Malatesta ha trascorso dieci anni. Ne è uscita a vent’anni. La sua denuncia ha contribuito a scoperchiare una vicenda che, secondo quanto emerso dalle indagini, avrebbe attraversato circa due decenni e coinvolto donne, bambine e adolescenti.

Il racconto affidato dalla giovane a La Stampa è quello di un’infanzia e di un’adolescenza consumate dentro regole che, viste dall’esterno, potevano apparire eccentriche. Dall’interno, dice Pandora, erano invece una gabbia.

«Tutte eravamo obbligate a lavorare la terra, a pulire e cucinare». Le donne avevano la testa rasata e indossavano tuniche arancioni. Un’apparenza monacale, dietro la quale, secondo la sua testimonianza, si nascondeva un sistema fatto di disciplina, paura e mortificazione.

Il guru, racconta, le definiva «streghe puttane», sostenendo che lo fossero state in una vita precedente e che spettasse a lui liberarle dalle energie negative. Il male, spiegava, poteva assumere forme terribili: un cataclisma, una malattia, un tumore.

La paura diventava così uno strumento di controllo. E ciò che a una bambina poteva sembrare incomprensibile veniva trasformato in una verità da accettare.

Il maestro che poteva fare tutto

È proprio nella manipolazione psicologica che Pandora individua uno degli aspetti più difficili da raccontare oggi.

Durante le sedute, secondo la sua denuncia, Malatesta avrebbe utilizzato la presunta necessità di eliminare le «negatività» per giustificare contatti fisici e tocchi nelle parti intime. I cristalli diventavano, nel racconto della giovane, l’alibi rituale per gesti che lei percepiva come sbagliati, ma che non riusciva ancora a nominare.

«Sentivo dentro di me quell’istinto di bambina che mi faceva sentire male», racconta. «A disagio. Ma intorno a me erano tutte zitte».

È una dinamica che descrive bene il cortocircuito nel quale può trovarsi una persona cresciuta in un contesto di controllo: il disagio c’è, ma non trova conferme. Nessuno protesta. Nessuno sembra mettere in discussione l’autorità. E allora anche ciò che appare evidentemente sbagliato può finire per essere percepito come una prova da superare, una regola da accettare, un ordine che deve avere necessariamente una spiegazione.

«Lui è il maestro e può fare tutto», ricorda Pandora. «Pensi così. E se lo fa c’è un motivo».

Separare per comandare

Il controllo, secondo il suo racconto, non passava soltanto attraverso le regole e il lavoro. Passava soprattutto attraverso le relazioni.

Pandora racconta che alle donne veniva impedito di abbracciarsi o toccarsi, perché avrebbero potuto trasmettersi reciprocamente energie negative. L’unica persona autorizzata a farlo era il guru.

Anche la madre sarebbe stata progressivamente allontanata dalla figlia.

«Mi ha distaccata da mia madre da quando ero piccola», racconta Pandora. La donna, secondo la testimonianza della figlia, era tra quelle che il guru teneva segregate. «Non la potevo vedere».

La separazione degli affetti diventava così un’altra forma di potere. Se il legame con la famiglia si indebolisce e quello con il mondo esterno viene reciso, la comunità finisce per diventare l’unico universo possibile. E chi ne controlla le regole controlla anche la percezione della realtà.

Fuori, racconta Pandora, non c’era praticamente nulla. Niente amici dopo la scuola, nessuna vita autonoma. Dentro c’erano invece terra da zappare, pasti da preparare, pulizie, yoga e arti marziali. Anche quattro ore consecutive di attività.

L’infanzia, insomma, aveva un programma molto preciso. E non prevedeva di essere bambini.

La paura di un rubinetto

Ci sono episodi apparentemente insignificanti che, nel racconto di chi è uscito da una situazione di controllo, assumono un peso enorme.

Pandora racconta le urla del guru quando qualcosa non andava secondo le sue aspettative. Anche un gesto banale, come spostare la leva di un rubinetto dalla parte sbagliata, poteva provocare una reazione spropositata.

«Oggi ho un problema con i rubinetti», dice.

È una frase quasi disarmante nella sua semplicità. Racconta però quanto possano sopravvivere nel tempo le conseguenze di anni trascorsi in uno stato di allerta permanente. Non serve un grande pericolo perché il corpo ricordi la paura. A volte basta un rubinetto.

Pandora dice di tremare ancora quando qualcuno urla.

Dieci anni per uscire

La storia comincia con una bambina di nove anni che segue la madre a yoga. Prosegue con una ragazzina che entra in una comunità sempre più chiusa e termina, almeno fisicamente, quando quella stessa ragazza decide di andarsene a vent’anni.

Sono undici anni di vita trascorsi sotto l’influenza della comunità, dieci dei quali vissuti al suo interno.

Oggi Pandora ha 27 anni e ha scelto di raccontare ciò che sostiene di avere subito. Lo fa utilizzando un nome diverso dal proprio, ma senza più nascondere la sostanza della sua esperienza.

La sua testimonianza, insieme alle attività investigative, ha contribuito a portare alla luce una vicenda nella quale spiritualità, autorità e controllo avrebbero finito per confondersi.

Ed è forse proprio questa la parte più inquietante della storia: non la tunica arancione, non i rituali, non le parole sulle vite precedenti. Ma il momento in cui una bambina smette di chiedersi se qualcosa sia giusto o sbagliato e comincia a pensare che, se lo ordina il maestro, allora deve esserci per forza un motivo.

Il resto, in una comunità chiusa, può diventare soltanto obbedienza.

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