23 Ottobre 2026, venerdì
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Trump trasforma le midterm in un referendum su se stesso

A Dallas il presidente detta la linea al Partito Repubblicano e alza la posta in vista delle elezioni di novembre: «Andate a votare o andrete all’inferno». Promette un dividendo da 5.000 dollari, rivendica l’«età dell’oro» e chiede agli americani di votare come se sulla scheda ci fosse il suo nome. Vance infiamma la platea e si accredita per il 2028.

Non è una semplice elezione di metà mandato. Almeno non per Donald Trump. È un referendum sulla sua presidenza, sulla sua leadership e, più in profondità, sulla capacità del trumpismo di sopravvivere a Trump trasformandosi da movimento personale in una vera e propria architettura politica americana.

La convention repubblicana di Dallas si chiude con una delle formule più estreme del repertorio presidenziale: «Andate a votare o andrete all’inferno». Una frase che fotografa meglio di qualsiasi documento programmatico lo stato della politica americana alla vigilia delle midterm di novembre. Il presidente non chiede semplicemente il voto per il suo partito: chiede agli elettori di riconoscersi ancora una volta nella sua persona.

E infatti il passaggio decisivo del suo intervento è proprio quello più personale. Trump invita gli americani a recarsi alle urne «facendo finta che sia io a correre», come se il suo nome fosse ancora sulla scheda. È la certificazione di una strategia che ormai appartiene al DNA del movimento: ogni elezione diventa una scelta tra Trump e ciò che Trump considera il suo opposto.

La scommessa di novembre

Il presidente sa che le elezioni di metà mandato possono rappresentare il primo vero momento di verifica della sua seconda stagione alla Casa Bianca. La posta in gioco non riguarda soltanto gli equilibri parlamentari. Una sconfitta repubblicana potrebbe infatti essere letta come il primo segnale di logoramento della coalizione costruita attorno al presidente; una vittoria, al contrario, rafforzerebbe enormemente la sua capacità di condizionare il Partito Repubblicano e di indicarne la rotta anche oltre il proprio mandato.

Per questo Trump è tornato a usare la grammatica che conosce meglio: grandi promesse, grandi paure, un avversario trasformato in minaccia e un futuro raccontato come una scelta binaria.

La promessa più spettacolare è quella di un «dividendo» da 5.000 dollari per ogni americano in caso di vittoria alle urne. È il tipo di annuncio destinato a funzionare perfettamente in una campagna elettorale costruita sulla concretezza percepita: un beneficio immediatamente comprensibile, associato direttamente alla vittoria repubblicana.

Ma il messaggio economico è soltanto una parte della narrazione. Trump presenta il proprio mandato come una radicale inversione di tendenza nella storia recente degli Stati Uniti.

«Due anni fa sono stato eletto per salvare l’America», ricorda dal palco dell’American Airlines Center. E aggiunge di aver preso un Paese attraversato da un «momento buio» per trasformarlo in una «età dell’oro».

È la mitologia politica del secondo Trump: non semplicemente un presidente che governa, ma il leader che sostiene di aver restituito all’America la propria grandezza.

Il nemico è sempre lì: i Democratici

Per consolidare questa narrazione, tuttavia, serve un antagonista. E a Dallas il Partito Democratico viene rappresentato ancora una volta come una minaccia quasi esistenziale.

Trump avverte che una vittoria dei Democratici significherebbe, nella sua rappresentazione, confisca della ricchezza, tasse «triplicate» e persino interventi sui figli degli americani. Una retorica senza compromessi, nella quale la normale alternanza democratica viene raccontata come il possibile inizio di una catastrofe nazionale.

Il giorno prima, a preparare la platea, era stato JD Vance. Il vicepresidente ha definito i Democratici il «partito dell’odio», accusandoli di disprezzare l’America e arrivando a sostenere che avrebbero simpatia per i terroristi responsabili degli attentati dell’11 settembre.

«L’America appartiene a chi la ama», ha scandito Vance, invitando gli elettori a riconoscere la distanza tra i Repubblicani e quelli che ha definito i «radicali». Poi l’appello a non consegnare il Paese a un «gruppo di folli» che, secondo lui, finirebbe per distruggerlo.

È una retorica che non cerca il centro, ma la mobilitazione della base. Non mira a convincere l’avversario: mira a impedire che il proprio elettorato resti a casa.

Ed è proprio qui che la presenza di Vance acquista un significato che va oltre le midterm.

Vance, il possibile erede

Il vicepresidente non è più soltanto il numero due dell’amministrazione. È sempre più uno dei volti attraverso cui il trumpismo potrebbe tentare di proiettarsi oltre il 2028.

Il suo intervento a Dallas mostra infatti una precisa continuità con il linguaggio politico del presidente, ma anche la costruzione di una propria identità. Vance raccoglie l’eredità culturale del trumpismo — nazionalismo, conflitto con le élite, critica dell’establishment e forte polarizzazione — e la propone a una generazione politica che potrebbe essere chiamata a guidare il movimento quando Trump non sarà più sulla scheda.

La domanda, dunque, non è soltanto se i Repubblicani vinceranno a novembre. È anche chi controllerà il movimento conservatore americano quando Trump non potrà più essere il candidato.

Dallas offre una prima risposta: Vance è certamente tra coloro che stanno già occupando quello spazio.

L’Iran, il punto più delicato

Ma nella grande narrazione trumpiana c’è una contraddizione che rischia di essere politicamente più insidiosa delle polemiche interne.

È la guerra contro l’Iran.

Trump non mostra alcun rimpianto per le decisioni assunte. «Non credo nel concetto di rimpianto», dice, spiegando che, se dovesse rifare quelle scelte, agirebbe esattamente allo stesso modo.

La fermezza è parte integrante della sua immagine di leader. Ma proprio la guerra contro Teheran tocca uno dei nervi più sensibili della coalizione che lo ha riportato alla Casa Bianca: quella parte dell’elettorato che ha votato Trump anche per chiudere la stagione delle «forever war», le guerre interminabili che hanno segnato la politica estera americana dagli anni Duemila.

Il trumpismo ha sempre promesso una cosa apparentemente semplice: l’America prima di tutto, con meno guerre all’estero e maggiore attenzione agli interessi interni. Il conflitto con l’Iran mette quella promessa sotto pressione.

Trump, tuttavia, non arretra. Anzi, rivendica i risultati della propria strategia e sostiene che «l’Iran sta cedendo su tutti i fronti». Poi, ancora una volta, sceglie lo spettacolo linguistico: «Controlliamo lo Stretto di Trump», dice riferendosi allo Stretto di Hormuz.

È il Trump che conosciamo: trasformare una questione geopolitica complessa in una frase destinata a dominare il ciclo delle notizie.

Il voto che deciderà il dopo-Trump

La convention di Dallas si chiude così come era cominciata: con Trump al centro di tutto.

Al centro della propaganda repubblicana, al centro dello scontro con i Democratici, al centro della politica estera e, soprattutto, al centro della prossima battaglia elettorale.

Il paradosso è evidente. Trump non sarà sulla scheda delle midterm, ma le midterm saranno in larga misura un’elezione su Trump.

È questa la sua forza e, nello stesso tempo, il suo principale rischio.

Se i Repubblicani vinceranno, il presidente potrà sostenere di aver superato anche il primo grande test del secondo mandato e avrà ulteriori argomenti per rivendicare il controllo del partito. Se invece il risultato dovesse essere negativo, sarà molto più difficile sostenere che l’«età dell’oro» promessa a Dallas abbia già conquistato una maggioranza stabile nel Paese.

Perché il vero voto di novembre sarà anche questo: non soltanto un giudizio sull’America di oggi, ma una prima indicazione sull’America che verrà.

E soprattutto sulla domanda che, dietro le quinte della convention, nessuno può più evitare: quanto può durare il trumpismo senza Trump?

A Dallas il presidente ha dato la sua risposta. Ha chiesto agli americani di comportarsi come se il suo nome fosse ancora sulla scheda.

A novembre gli elettori dovranno decidere se considerare quella richiesta un’investitura o l’inizio della successione.

Questa versione è volutamente più editoriale e autorevole, con un’impostazione adatta a una pagina politica di un quotidiano nazionale. Posso anche renderla ancora più “Corriere/Repubblica”, con un attacco più letterario e un tono da grande analisi politica.

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