23 Ottobre 2026, venerdì
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Pavlohrad sotto le bombe, la guerra torna a colpire il cuore delle città

Quattro morti e oltre sessanta feriti, tra cui tre adolescenti, nell’attacco russo a un centro commerciale della città ucraina. Sullo sfondo, il nuovo braccio di ferro diplomatico: Zelensky punta a incontrare Trump a New York a fine settembre, mentre Mosca ribadisce condizioni per la pace che Kiev considera irricevibili

La guerra torna a colpire nel cuore della vita quotidiana ucraina. Un attacco russo ha centrato un centro commerciale nel centro di Pavlohrad, nella regione di Dnipropetrovsk, provocando almeno quattro morti e oltre sessanta feriti. Tra le persone coinvolte ci sono anche tre ragazzi di 13, 14 e 15 anni.

Secondo le autorità ucraine, il raid è avvenuto in pieno giorno, quando le strade della città erano affollate. «I russi hanno colpito un centro commerciale nel centro di Pavlohrad», ha denunciato il ministro dell’Interno Ivan Vyhivskyi, sottolineando come l’attacco sia avvenuto mentre «c’erano molte persone per strada».

Il bilancio, riferito dal capo dell’amministrazione statale regionale di Dnipropetrovsk, Oleksandr Ganzha, fotografa ancora una volta il costo umano di una guerra che continua a consumare città e civili mentre sul piano diplomatico resta lontana una soluzione condivisa.

Zelensky guarda a New York: possibile incontro con Trump

Ed è proprio sul terreno della diplomazia che Kiev prova a riaprire una prospettiva negoziale. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato di prevedere un incontro con Donald Trump a New York alla fine di settembre, nel tentativo di dare nuovo impulso agli sforzi americani per sbloccare i negoziati di pace.

«A fine settembre avremo l’opportunità di incontrarci, credo, con la delegazione americana a New York», ha dichiarato Zelensky durante una conferenza stampa in Canada. Il presidente ucraino ha lasciato intendere che il confronto diretto con Trump potrebbe consentirgli di parlare con maggiore franchezza e di affrontare questioni ancora delicate.

L’ipotesi di un vertice assume un peso particolare in una fase nella quale i negoziati restano sostanzialmente impantanati. Washington continua a cercare uno spazio per la mediazione, mentre tra Mosca e Kiev rimangono profonde divergenze non soltanto sulle modalità di un eventuale cessate il fuoco, ma soprattutto sui presupposti politici e territoriali di una pace duratura.

Il Cremlino smentisce la minaccia all’aereo di Zelensky

Intanto Mosca respinge la ricostruzione ucraina relativa a una presunta minaccia con un drone nei confronti dell’aereo di Zelensky durante il decollo dalla Moldova, avvenuto due giorni prima.

Per il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, quella minaccia «non è mai esistita». «Per quanto riguarda questa effimera minaccia per l’aereo, non è mai esistita», ha dichiarato, sostenendo inoltre che la stessa parte ucraina avrebbe già ammesso l’assenza di un pericolo concreto.

La vicenda si inserisce nel clima di crescente tensione che accompagna ogni episodio legato alla sicurezza del presidente ucraino, mentre la guerra continua a produrre incidenti, accuse incrociate e interpretazioni diametralmente opposte da parte dei due schieramenti.

Mosca non arretra: «Le condizioni per la pace non sono cambiate»

A rendere ancora più evidente la distanza tra le parti sono le parole dello stesso Peskov sulle condizioni poste dalla Russia per una pace negoziata.

La posizione del Cremlino, ha spiegato il portavoce, non sarebbe cambiata rispetto a quella illustrata da Vladimir Putin nel giugno del 2024. Mosca continua a chiedere il ritiro delle truppe ucraine dalle quattro regioni che rivendica — Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson — e pretende un impegno di Kiev a non aderire alla Nato.

Non si tratta dunque, nella prospettiva russa, di una nuova proposta elaborata alla luce degli ultimi sviluppi, ma della conferma di una linea già tracciata due anni fa.

«Tutte le nostre proposte per fermare le ostilità sono ben note, le condizioni non sono di fatto cambiate», ha ribadito Peskov, richiamando il discorso pronunciato da Putin al ministero degli Esteri russo nel giugno 2024.

Ma accanto alla conferma delle condizioni diplomatiche, arriva anche una valutazione tutt’altro che neutrale sull’andamento del conflitto. Secondo Peskov, l’unico elemento realmente mutato negli ultimi due anni sarebbe la situazione militare: «è diventata molto peggiore per l’Ucraina».

È una dichiarazione che restituisce la distanza siderale tra le rispettive posizioni. Kiev continua a cercare sostegno internazionale e a puntare sul coinvolgimento diretto degli Stati Uniti; Mosca, invece, presenta il negoziato come possibile soltanto sulla base di condizioni territoriali e strategiche che l’Ucraina ha finora respinto.

Il doppio binario della guerra

Da una parte le bombe su Pavlohrad, con morti e feriti nel centro di una città. Dall’altra i possibili incontri diplomatici a New York e le dichiarazioni del Cremlino sulle condizioni per fermare i combattimenti. È questo il doppio binario sul quale procede oggi la guerra in Ucraina: la violenza sul terreno e la diplomazia che cerca, senza successo, di ridurre la distanza tra due posizioni ancora profondamente inconciliabili.

L’eventuale incontro tra Zelensky e Trump potrebbe rappresentare un passaggio importante per comprendere quale spazio esista ancora per una trattativa. Ma le parole di Mosca mostrano quanto sia difficile trasformare l’attuale confronto militare in un accordo politico.

Nel frattempo, a Pavlohrad, il prezzo della guerra si misura ancora una volta in vite spezzate, feriti e famiglie travolte da un conflitto che, nonostante i tentativi diplomatici, continua a colpire anche là dove la vita quotidiana dovrebbe essere più lontana dal fronte.

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