La prospettiva di una tregua in Ucraina si allontana e, con essa, torna a profilarsi lo spettro di una nuova escalation militare. La Russia si starebbe preparando a intensificare gli attacchi contro il territorio ucraino dopo aver preso atto, secondo fonti vicine al Cremlino citate da Bloomberg, che il percorso negoziale per arrivare a un accordo di pace è ormai entrato in una fase di sostanziale stallo.
Mosca starebbe valutando, in particolare, un maggiore ricorso ai missili balistici convenzionali contro Kiev, compreso il centro della capitale, e contro altri importanti centri urbani ucraini. Un’ipotesi che restituisce alla guerra una prospettiva ancora più pericolosa, proprio mentre sul piano diplomatico sembrano ridursi gli spazi di manovra.
A complicare ulteriormente il quadro ci sarebbe anche il cambio di priorità dell’amministrazione americana, sempre più concentrata sul conflitto con l’Iran. Secondo le fonti citate da Bloomberg, Mosca ritiene che Washington possa tornare a esercitare pressioni su Kiev affinché accetti concessioni territoriali, in particolare sulla parte della regione di Donetsk ancora sotto controllo ucraino.
Kellogg: «Putin cercherà di conquistare altri territori»
A Washington e nelle principali capitali europee cresce intanto la convinzione che Vladimir Putin non sia realmente interessato a chiudere il conflitto nel breve periodo. È la lettura condivisa anche da Keith Kellogg, ex inviato speciale del presidente degli Stati Uniti per l’Ucraina.
In un’intervista televisiva rilasciata a Kiev, Kellogg ha sostenuto che il presidente russo non avrebbe intenzione di porre fine alla guerra nel prossimo futuro e che, qualora se ne presentasse l’occasione, tenterebbe di conquistare nuovi territori.
«Putin semplicemente non vuole fermarla», ha osservato Kellogg, ricordando di aver ritenuto, un anno fa, che il conflitto potesse arrivare a una soluzione entro dodici mesi. Secondo l’ex rappresentante americano, il leader del Cremlino avrebbe avuto più di un’occasione per congelare la guerra, senza però scegliere quella strada.
Kellogg ha evocato anche il precedente dell’occupazione sovietica dei Paesi baltici durante la Seconda guerra mondiale, sottolineando come gli Stati Uniti non abbiano mai riconosciuto formalmente quelle annessioni. Da qui la sua diffidenza nei confronti delle intenzioni russe: Putin, è il ragionamento dell’ex inviato, potrebbe non fermarsi ai territori già occupati.
Una valutazione che, tuttavia, non coincide con una previsione di vittoria russa. Al contrario, Kellogg ritiene che Mosca non riuscirà a vincere la guerra.
La guerra colpisce anche il territorio russo
Mentre la diplomazia resta impantanata, sul terreno la spirale di attacchi continua in entrambe le direzioni. Le forze ucraine hanno nuovamente colpito Wildberries, il principale rivenditore online russo, a Kotovsk, nella regione di Tambov. Un incendio ha completamente distrutto il sito. Secondo lo Stato Maggiore ucraino, l’impianto era già stato preso di mira il 16 agosto, nell’ambito di un attacco su vasta scala nella regione di Mosca. Nell’incendio è rimasto ferito un dipendente.
Ancora più drammatico il bilancio nella regione russa di Lipeck, dove, secondo il governatore Igor Artamonov, un uomo e un ragazzo di 14 anni sono morti nell’incendio di un’abitazione provocato da un attacco di droni ucraini.
Nel mirino dei raid è finita anche l’infrastruttura energetica russa. Droni ucraini hanno colpito la raffineria Lukoil-Nizhegorodnefteorgsintez di Kstovo, nella regione di Nizhnij Novgorod, provocando un vasto incendio. I residenti hanno riferito di aver udito diverse esplosioni prima che le fiamme si propagassero nell’impianto.
Si tratta di uno dei principali complessi di raffinazione della Federazione Russa, con una capacità produttiva di circa 17 milioni di tonnellate di petrolio all’anno. Colpire infrastrutture di questo tipo significa non soltanto infliggere un danno materiale, ma mettere sotto pressione uno dei settori strategici dell’economia e dello sforzo bellico russo.
Il Cremlino: «L’Ucraina si sta disgregando dall’interno»
Da Mosca, la narrazione è naturalmente opposta. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov sostiene che l’Ucraina stia progressivamente perdendo la guerra e attraversando una fase di crescente instabilità politica.
«È inequivocabile che l’Ucraina stia perdendo il conflitto», ha dichiarato Peskov, indicando nella situazione sul fronte la principale conferma della propria valutazione.
Il portavoce di Putin ha inoltre parlato di divisioni interne al potere di Kiev, collegandole alle critiche rivolte alle autorità ucraine dall’ex ministro della Difesa Mikhaylo Fedorov. Secondo Peskov, le accuse provenienti dagli ex esponenti del potere sarebbero il riflesso di conflitti interni legati anche a presunti fenomeni di corruzione.
«Il regime di Kiev si sta disgregando dall’interno», ha affermato, sostenendo che la sua stabilità, già fragile, sarebbe ulteriormente diminuita. Peskov ha infine accusato gli europei di non voler riconoscere questa dinamica, definendo tale atteggiamento «un grande errore».
È una rappresentazione politica che va letta anche alla luce della propaganda di guerra russa, ma che fotografa il modo in cui il Cremlino intende presentare lo stallo diplomatico: non come un fallimento della strategia negoziale di Mosca, bensì come il segnale di una presunta crescente debolezza ucraina.
La risposta russa: colpita Chernihiv, danni alla centrale di Kherson
La risposta militare russa non si è fatta attendere. A Chernihiv, nel nord dell’Ucraina, un attacco con droni ha provocato la morte di una donna e di un bambino di quattro anni, secondo quanto riferito dalle autorità locali e riportato da Ukrinform.
Pesanti conseguenze anche a Kherson, dove un attacco russo ha danneggiato gravemente la centrale termoelettrica della città. Secondo le autorità ucraine, l’impianto è stato colpito da una bomba aerea guidata e rappresenta una struttura essenziale per il sistema di riscaldamento urbano.
Il danno a un’infrastruttura energetica di questo tipo assume un peso particolare in una guerra nella quale gli impianti elettrici e termici sono diventati da tempo obiettivi strategici. Colpire l’energia significa infatti incidere direttamente sulla vita quotidiana della popolazione e sulla capacità delle città di mantenere operativi i servizi essenziali.
La diplomazia resta sullo sfondo
Il quadro che emerge è quello di un conflitto entrato in una nuova fase di logoramento, nella quale la distanza tra dichiarazioni diplomatiche e realtà militare appare sempre più evidente.
Da una parte, Mosca sembra prepararsi a una possibile intensificazione della pressione militare, confidando anche nella possibilità che Kiev venga sottoposta a maggiori pressioni internazionali sulle questioni territoriali. Dall’altra, l’Ucraina continua a utilizzare i droni per colpire obiettivi strategici all’interno della Federazione Russa, cercando di trasferire parte della pressione bellica oltre i propri confini.
Nel mezzo resta la diplomazia, oggi apparentemente incapace di produrre una svolta. E proprio questo è l’elemento più preoccupante: se i negoziati sono realmente arrivati a un punto morto e nessuno dei due contendenti ritiene di avere ancora convenienza a fermarsi, la guerra rischia di entrare in una fase caratterizzata da attacchi più intensi, obiettivi più sensibili e costi umani ancora più elevati.
La prospettiva di una soluzione negoziata, dunque, non è necessariamente tramontata. Ma, allo stato attuale, appare sempre più lontana. E mentre le cancellerie cercano una via d’uscita, i missili e i droni continuano a dettare il ritmo del conflitto.
