La donna è stata uccisa dal compagno, un uomo che, secondo quanto emerso, era già stato denunciato più volte, dalla stessa Terrin e in precedenza anche da altre ex compagne. Un elemento che rende ancora più urgente ricostruire la sequenza degli interventi, delle segnalazioni e delle decisioni assunte prima che la violenza arrivasse al suo esito più drammatico.
A sollevare pubblicamente il problema è stato il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni. Insieme al ministro Carlo Nordio, ha annunciato la valutazione dell’invio di ispettori del ministero della Giustizia alla Procura di Venezia, con l’obiettivo di verificare «cosa non abbia funzionato». Una presa di posizione netta, accompagnata da una definizione altrettanto pesante: il femminicidio di Tania Terrin, ha detto Balboni, rappresenta «una sconfitta per lo Stato».
Il punto non è soltanto individuare le responsabilità
L’eventuale ispezione ministeriale dovrà necessariamente distinguere tra responsabilità individuali, procedure applicate e possibili falle del sistema. Perché nei casi di violenza contro le donne il tempo è spesso una variabile decisiva: una denuncia, una segnalazione, una misura cautelare o un provvedimento di protezione possono rappresentare una barriera tra una situazione di pericolo e una tragedia.
Per questo, più che una semplice caccia al colpevole, l’obiettivo dovrebbe essere quello di ricostruire l’intera catena decisionale: quali informazioni erano disponibili, chi ne era a conoscenza, quali strumenti erano stati attivati e se il livello di rischio fosse stato valutato correttamente.
Il caso Terrin ha così riacceso anche il confronto politico. Le senatrici del Partito democratico hanno annunciato un’interrogazione parlamentare, mentre nel paese della vittima, non lontano dai luoghi legati alla vicenda di Giulia Cecchettin, è stata annunciata per giovedì sera la manifestazione “Facciamo rumore”, dedicata alle donne uccise e a tutte quelle che non ci sono più.
Una scia di sangue che non si ferma
La vicenda di Tania Terrin arriva peraltro al termine di giorni segnati da una sequenza impressionante di delitti contro le donne. Sono sei i femminicidi registrati dall’inizio di Ferragosto, una successione di tragedie che restituisce ancora una volta la dimensione drammatica della violenza di genere.
Tra i casi più recenti ci sono quelli avvenuti nel Cosentino, con due donne uccise in circostanze diverse ma accomunate dalla brutalità della violenza.
A Corigliano-Rossano è stata uccisa Carmela Bifano, 72 anni. La donna è stata trovata senza vita in un fondo agricolo nella zona di Villaggio Frassa, con profonde lesioni alla testa che potrebbero essere state provocate da una pietra.
Per il delitto è stato sottoposto a fermo il marito, Pietro Scintu, 80 anni, originario della Sardegna. Era stato proprio lui a dare l’allarme, riferendo di avere trovato la moglie a terra e raccontando agli investigatori di aver visto due uomini allontanarsi.
La ricostruzione iniziale, tuttavia, non ha convinto gli investigatori. Dopo i primi accertamenti, l’uomo è stato accompagnato negli uffici della Polizia e interrogato a lungo. Al termine è scattato il provvedimento di fermo disposto dalla Procura di Castrovillari. Sul luogo del delitto, intanto, la Polizia scientifica ha effettuato per ore i rilievi necessari a ricostruire la dinamica dell’accaduto.
La fuga verso l’Albania e il fermo a Bari
Sempre nel Cosentino si è consumata la tragedia di Ornella Forastefano, 46 anni, morta dopo essere stata lasciata agonizzante davanti all’ospedale di Trebisacce la mattina del 16 agosto.
La donna presentava profonde ferite e traumi su tutto il corpo. Per il delitto è stato fermato il compagno, Elvis Metvelaj, 42 anni, di nazionalità albanese, bloccato alcune ore dopo nel porto di Bari mentre, secondo l’accusa, tentava di imbarcarsi per rientrare in Albania.
Davanti al gip di Bari l’uomo si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il fermo è stato successivamente convalidato ed è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Il giudice, contestualmente, si è dichiarato incompetente e ha trasmesso gli atti alla Procura di Castrovillari, titolare dell’inchiesta.
E a Cattolica la paura di un’altra tragedia
Nelle stesse ore, a Cattolica, nel Riminese, un altro episodio ha fatto temere il peggio. Un uomo, dopo un litigio con la moglie, si è lanciato con l’auto nel porto canale mentre la donna si trovava a bordo.
La situazione è precipitata in pochi istanti. Poi il bagagliaio si è aperto e i due sono riusciti a riemergere, anche grazie all’intervento di alcune persone che si sono gettate in acqua per soccorrerli.
Mentre i sanitari prestavano le prime cure alla coppia, l’uomo, una volta ripresosi, è fuggito tra gli scogli facendo perdere le proprie tracce.
La domanda che resta sul tavolo
Sono episodi diversi per dinamica, contesto e gravità, ma compongono uno stesso quadro di allarme. E il caso Terrin aggiunge alla conta delle vittime una questione che va oltre il singolo procedimento giudiziario: quanto è efficace il sistema quando una donna segnala di essere in pericolo?
L’eventuale arrivo degli ispettori ministeriali a Venezia servirà proprio a verificare questo. Non sarà sufficiente stabilire ciò che è accaduto dopo il delitto. La vera verifica dovrà concentrarsi su ciò che era già noto prima, sulle informazioni disponibili e sulle possibilità concrete di intervenire.
Perché quando una donna denuncia, la risposta dello Stato non può essere misurata soltanto dalla capacità di perseguire chi ha commesso un delitto. Deve essere valutata anche dalla capacità di prevedere il pericolo, proteggere la vittima e interrompere la spirale della violenza prima che sia troppo tardi.
Ed è questa, dopo la morte di Tania Terrin, la domanda alla quale le istituzioni sono chiamate a dare una risposta.
