Il mondo dell’alpinismo è in lutto per la scomparsa di Nirmal “Nimsdai” Purja, tra le figure più influenti e innovative della storia recente delle grandi spedizioni d’alta quota. L’alpinista nepalese ha perso la vita il 30 luglio sul Broad Peak, in Pakistan, travolto da una valanga che ha coinvolto complessivamente dieci scalatori nella catena del Karakoram.
La notizia è stata confermata dalla sua società, Elite Exped, con un messaggio diffuso sui social, mentre dal Nepal arrivano parole di profondo cordoglio istituzionale. Il premier Balendra Shah ha definito l’accaduto “uno shock devastante”, sottolineando come il coraggio e la dedizione delle vittime resteranno un’eredità duratura per il Paese e per la comunità internazionale.
Nato il 25 luglio 1983 in una famiglia modesta, Purja aveva costruito la propria straordinaria parabola partendo da radici semplici: padre soldato, madre contadina. La determinazione — tratto distintivo della sua vita — lo portò a soli 20 anni ad arruolarsi nella Brigata dei Gurkha dell’esercito britannico. Qui intraprese una carriera militare d’élite, culminata con l’ingresso nello Special Boat Service (SBS), una delle unità speciali più selettive al mondo. In questo contesto maturò competenze decisive: operazioni in ambienti estremi, resistenza fisica e capacità di gestione del rischio.
L’approdo all’alpinismo arrivò relativamente tardi, ma con un impatto fulminante. Dopo le prime ascensioni sugli ottomila nel 2014 — Annapurna I e Dhaulagiri I — Purja conquistò l’Everest nel 2016. Due anni più tardi lasciò l’esercito per dedicarsi completamente alla montagna, dando avvio a una delle imprese più straordinarie mai realizzate.
Tra il 23 aprile e il 29 ottobre 2019 completò la scalata delle 14 vette più alte del pianeta in soli 6 mesi e 6 giorni, polverizzando ogni record precedente e ridefinendo i limiti dell’alpinismo contemporaneo. Un risultato che inizialmente molti esperti avevano giudicato irrealizzabile.
Ma la sua carriera è stata costellata di primati: fu il primo uomo a raggiungere Everest, Lhotse e Makalu in appena 48 ore e nel 2021 partecipò alla storica prima salita invernale del K2, l’ultimo ottomila rimasto inviolato nella stagione più estrema.
Purja non era solo un atleta eccezionale, ma anche un comunicatore capace di trasformare le sue imprese in messaggi universali. Attraverso Elite Exped, da lui co-fondata, promuoveva spedizioni d’alta quota con un approccio moderno, inclusivo e orientato alla sicurezza, contribuendo a rendere l’alpinismo più accessibile senza comprometterne il rigore.
Nel messaggio di commiato, la sua società lo ricorda come “uno dei più grandi alpinisti del mondo, un leader capace di ispirare milioni di persone con il suo coraggio, la sua umiltà e la fiducia nel potenziale umano”. Parole che sintetizzano l’eredità di un uomo che ha fatto della sfida ai limiti una filosofia di vita.
Con la scomparsa di Nirmal Purja, la montagna perde non solo un campione, ma un innovatore che ha saputo cambiare il modo di pensare l’impossibile. Il suo esempio continuerà a vivere tra le vette che ha conquistato e nelle aspirazioni di chi, guardando in alto, sceglie ancora di osare.
