6 Ottobre 2026, martedì
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Cannes 79 incorona Mungiu: “Fjord” trionfa con un grido contro i fondamentalismi

Edizione segnata da verdetti condivisi e cinema politico: dalla Palma d’Oro al film del regista romeno al Grand Prix di Zvyagintsev, tra appelli alla pace e riflessioni su società sempre più divise

È un cinema che interroga, divide e prende posizione quello premiato dalla 79ª edizione del Festival di Cannes. A emergere su tutti è Cristian Mungiu, che conquista la Palma d’Oro con Fjord, un’opera tesa e profondamente contemporanea, capace di trasformare una vicenda familiare in una riflessione universale sulle derive ideologiche del presente.

La giuria presieduta da Park Chan-wook, affiancato tra gli altri da Demi Moore e Stellan Skarsgård, ha premiato un film che si impone più per la sua urgenza morale che per la spettacolarità. In un’annata considerata da molti osservatori priva di veri dominatori, Fjord si è distinto per coerenza e profondità, consegnando a Mungiu la seconda Palma dopo quella del 2007 per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni.

Un cinema necessario, tra fratture e responsabilità

Nel ritirare il premio, il regista romeno ha scelto parole che suonano come un manifesto: il cinema, ha detto, deve partire dalla realtà più vicina per comprendere quella globale. «Le nostre società sono sempre più frammentate e radicalizzate», ha sottolineato, definendo Fjord «un impegno contro ogni forma di fondamentalismo».

Un discorso che si muove tra etica e politica, invocando concetti spesso evocati ma raramente praticati: tolleranza, inclusione, empatia. Non slogan, ma strumenti per leggere un presente attraversato da tensioni culturali e identitarie.

La storia: una famiglia sotto accusa

Ambientato nei paesaggi nordici, Fjord richiama per atmosfere e struttura narrativa il precedente R.M.N., ma ne amplia il respiro spostando il conflitto in un contesto scandinavo. Al centro, la famiglia Gheorghiu: una coppia romeno-norvegese, profondamente religiosa, interpretata da Sebastian Stan e Renate Reinsve, con cinque figli.

L’equilibrio della comunità si incrina quando uno dei ragazzi si presenta a scuola con segni sospetti sul corpo. Da qui si apre un conflitto sottile ma feroce tra due modelli: da un lato l’educazione tradizionale e religiosa, dall’altro il sistema sociale nordico, laico e normativo. Il film evita giudizi netti, ma mette a nudo le contraddizioni di entrambi i mondi.

Zvyagintsev e l’appello alla pace

Se la Palma guarda alla dimensione sociale, il Grand Prix premia il cinema apertamente politico. Va a Minotaur di Andrey Zvyagintsev, un thriller domestico ambientato sullo sfondo della guerra tra Russia e Ucraina.

Nel ricevere il riconoscimento, il regista ha pronunciato uno dei momenti più forti della serata, rivolgendosi direttamente a Vladimir Putin: un appello a fermare «una carneficina» che milioni di persone, da entrambe le parti, desiderano veder finire. Un intervento che ha trasformato il palco del Palais in una tribuna internazionale.

Premi condivisi e cinema plurale

Il palmarès riflette una giuria orientata alla condivisione: numerosi i premi ex aequo, segno di un panorama cinematografico frammentato ma ricco di voci.

Il Premio della Giuria va a The Dreamed Adventure di Valeska Grisebach, mentre la miglior regia è divisa tra il duo spagnolo Javier Calvo e Javier Ambrossi per La Bola Negra — accompagnato da un forte richiamo ai diritti LGBTQ+ — e Paweł Pawlikowski per Fatherland, che ha rivendicato il valore della creatività umana contro la standardizzazione algoritmica.

Sul fronte delle interpretazioni, doppio riconoscimento anche qui: miglior attrice a Virginie Efira e Tao Okamoto per Soudain di Ryûsuke Hamaguchi; miglior attore a Emmanuel Macchia e Valentin Campagne per Coward di Lukas Dhont.

Scrittura e memoria storica

Il premio per la sceneggiatura a Emmanuel Marre per Notre salut riporta il Festival alla memoria storica: il racconto ambientato nella Francia di Vichy diventa una riflessione sui “piccoli tiranni” di ieri e di oggi, capaci di riprodurre dinamiche di oppressione in ogni contesto di potere.

Uno sguardo globale

Completano il quadro la Camera d’Or a Ben’Imana di Marie Clémentine Dusabejambo, dedicato alla riconciliazione post-genocidio in Ruanda, e la Palma per il cortometraggio a Para Los Contrincantes di Federico Luis.

Una giuria compatta

«Il confronto è stato intenso ma sorprendentemente rapido», ha spiegato Park Chan-wook. Segno che, al di là delle differenze, la giuria ha trovato una linea comune: premiare un cinema che non si limita a raccontare, ma che interroga il presente e prende posizione.

In definitiva, Cannes 79 consegna un messaggio chiaro: il cinema torna a essere spazio di conflitto e coscienza critica. E Fjord, con la sua tensione morale, ne è il simbolo più potente.

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