A mesi dalla morte di Matteo Messina Denaro, la trama di relazioni e complicità che ha garantito per anni la latitanza dell’ultimo grande padrino di Cosa nostra continua a essere scandagliata dagli inquirenti. Un mosaico ancora incompleto, fatto di silenzi, coperture e ruoli opachi, che oggi si arricchisce di un nuovo tassello investigativo.
Su disposizione della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, carabinieri e polizia hanno eseguito una serie di perquisizioni a Campobello di Mazara, nel Trapanese. Nel mirino è finita l’abitazione e lo studio di un’avvocatessa che in passato aveva assistito il boss e alcuni soggetti ritenuti a lui vicini. La professionista, però, è deceduta nei mesi scorsi.
Le operazioni si sono svolte alla presenza del pubblico ministero Gianluca De Leo e hanno riguardato anche lo studio legale, oggi passato al figlio della donna, che non risulta indagato. Secondo quanto trapela da fonti locali, gli investigatori avrebbero operato con modalità tipiche delle operazioni ad alto rischio, tra volti coperti e dispositivi di sicurezza rafforzati, segno della delicatezza del contesto investigativo.
L’obiettivo resta quello di ricostruire la rete di favoreggiatori che ha consentito a Messina Denaro di sottrarsi alla cattura per quasi trent’anni, fino all’arresto del gennaio 2023. Una rete che, secondo gli inquirenti, potrebbe aver coinvolto anche professionisti e figure insospettabili, capaci di garantire supporto logistico, comunicazioni riservate e coperture.
Parallelamente, sul fronte giudiziario, si registra un passaggio rilevante nella posizione delle sorelle del boss, Giovanna e Bice Messina Denaro. Le due donne restano indagate, ma con un’accusa ridimensionata: non più associazione mafiosa, bensì procurata inosservanza della pena, per aver – secondo la Procura – aiutato il fratello durante la latitanza.
Il giudice per le indagini preliminari ha riconosciuto la presenza di gravi indizi di colpevolezza, ma ha escluso la necessità di misure cautelari, ritenendo venute meno le esigenze alla base di un eventuale arresto, anche alla luce della morte del capomafia. Una decisione che non ha convinto i magistrati della Dda, i quali hanno già presentato appello al Tribunale del Riesame.
Il quadro che emerge è quello di un’indagine tutt’altro che conclusa. Se la figura di Messina Denaro appartiene ormai alla storia giudiziaria del Paese, resta ancora da chiarire fino in fondo chi e come abbia reso possibile una delle latitanze più lunghe e clamorose della storia italiana. Un sistema di protezione che, pezzo dopo pezzo, gli investigatori stanno tentando di smontare.
