Una stretta decisa, con l’ambizione di segnare un punto di svolta nel rapporto tra adolescenti e mondo digitale. Il governo guidato da Giorgia Meloni accelera sul dossier social e minori e mette a punto un disegno di legge che punta a vietare l’accesso alle piattaforme agli under 15. Una soglia che, nel confronto politico e tecnico ancora in corso, potrebbe perfino scendere a 14 anni.
Il testo — ancora in forma di bozza — nasce al termine di una riunione operativa a Palazzo Chigi, convocata dal sottosegretario Alfredo Mantovano e partecipata da diversi esponenti dell’esecutivo: dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara a Tommaso Foti, fino alla viceministra Teresa Bellucci e al sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti, insieme ai rappresentanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Il nodo: impedire davvero l’accesso
Il cuore del provvedimento è contenuto nell’articolo 7, che prevede misure per “impedire l’accesso ai social network e alle piattaforme di condivisione video ai minori di età inferiore ai 15 anni”. Una formulazione che segna il passaggio da una regolazione formale — già esistente ma spesso aggirata — a un tentativo di applicazione concreta.
Il punto critico resta il “come”. Non basta fissare un limite: serve renderlo effettivo. Ed è qui che il disegno di legge prova a innovare, evitando però strumenti considerati troppo invasivi, come i sistemi biometrici adottati o discussi in altri Paesi.
Controlli sì, ma senza invasività
La linea dell’esecutivo è quella di trovare un equilibrio tra tutela e libertà. Da un lato, rafforzare i meccanismi di verifica dell’età; dall’altro, evitare soluzioni che possano comprimere eccessivamente la privacy.
Tra le ipotesi più concrete emerge l’introduzione obbligatoria di sistemi di parental control:
- attivazione automatica di profili “junior” durante la configurazione dei dispositivi;
- pacchetti dedicati ai minori offerti dagli operatori;
- strumenti di supervisione pensati per coinvolgere direttamente le famiglie.
L’obiettivo dichiarato è duplice: proteggere i più giovani dai rischi della rete — dalla violenza digitale all’esposizione a contenuti inappropriati — e allo stesso tempo rafforzare il ruolo educativo dei genitori.
Un’urgenza dettata anche dalla cronaca
L’accelerazione impressa al provvedimento non è solo politica, ma anche emotiva. Negli ultimi mesi, episodi di cronaca drammatica hanno riacceso il dibattito sul rapporto tra adolescenti, violenza e ambiente digitale. Tra questi, il caso dell’aggressione a una docente da parte di uno studente tredicenne a Trescore Balneario ha contribuito a spingere il governo verso un intervento rapido.
In questo contesto, la regolazione dei social viene letta come parte di una strategia più ampia di tutela dei minori, già avviata con il decreto Caivano, che ha introdotto misure sull’accesso ai siti pornografici e rafforzato gli strumenti di controllo parentale.
Iter ancora aperto
Il disegno di legge, composto da dieci articoli, dovrà ora passare al vaglio delle autorità competenti — tra cui Agcom, Garante per la privacy e Autorità per l’infanzia — prima di approdare formalmente all’esame del Parlamento.
Nel frattempo, restano fermi in Aula altri due provvedimenti sullo stesso tema, uno dei quali bipartisan. Segno che la questione è ormai condivisa trasversalmente: la necessità di intervenire non è più in discussione. Lo è, semmai, la modalità.
Oltre il divieto, una nuova cultura digitale
Più che una semplice proibizione, il ddl ambisce a inaugurare una stagione diversa: non solo limitare l’accesso, ma ridefinire il rapporto tra minori e tecnologia. Un terreno su cui si incrociano sicurezza, diritti, educazione e innovazione.
La sfida sarà tradurre le intenzioni in strumenti efficaci. Perché, nel mondo digitale, le regole funzionano solo se riescono a stare al passo con la realtà. E, soprattutto, con i ragazzi che dovrebbero proteggere.
