Sedici anni di reclusione per un delitto che ha sconvolto la coscienza collettiva. La Corte d’assise di Padova ha condannato Melissa Russo Machado, 29 anni, per omicidio aggravato dal legame di parentela. Una pena superiore a quella richiesta dall’accusa – il pubblico ministero Sergio Dini aveva chiesto 14 anni – al termine di una camera di consiglio durata circa due ore.
I fatti risalgono alla notte tra il 28 e il 29 ottobre 2024, in un appartamento sopra un locale notturno a Piove di Sacco, nella bassa padovana, dove la donna lavorava. È lì che, secondo la ricostruzione emersa in aula, la 29enne partorì in solitudine una bambina e, subito dopo, la uccise immergendola nel water.
Un quadro che l’autopsia ha reso ancora più drammatico: la neonata era nata viva, aveva respirato, ed è morta per annegamento. Un dato che ha avuto un peso decisivo nel processo, consolidando l’impianto accusatorio e la qualificazione del reato.
Durante il dibattimento è emerso come la gravidanza fosse stata portata avanti senza che la donna interrompesse la propria attività lavorativa. Una condizione di isolamento che resta uno degli elementi più inquietanti della vicenda: nessuna richiesta di aiuto, nessun segnale evidente colto dall’esterno, fino all’epilogo tragico.
Le indagini hanno restituito anche dettagli che hanno alimentato il dibattito sulla personalità dell’imputata. Nel febbraio 2025 i carabinieri hanno sequestrato un diario, trovato in una borsa nascosta nell’armadio dell’appartamento: pagine in cui la donna faceva riferimento a tematiche esoteriche, parlando di occulto e vampirismo e definendosi una “vampira”. Elementi suggestivi ma che, sul piano giudiziario, non hanno inciso sulla valutazione della sua responsabilità.
Una perizia psichiatrica ha infatti stabilito la piena capacità di intendere e di volere al momento dei fatti. Un passaggio cruciale, che ha escluso l’ipotesi di un’incapacità tale da attenuare la responsabilità penale.
La scena del ritrovamento – la neonata, lunga 51 centimetri e del peso di circa tre chili e mezzo, incastrata a testa in giù nel water – resta uno degli aspetti più scioccanti dell’intera vicenda. Un’immagine che ha segnato profondamente anche gli operatori intervenuti.
Attualmente la donna si trova agli arresti domiciliari in Puglia, presso l’abitazione dei genitori. La sentenza di primo grado chiude una fase giudiziaria ma non esaurisce le domande che il caso continua a sollevare: sulla solitudine, sulla mancata emersione di segnali di disagio e sui margini, ancora fragili, di prevenzione di tragedie simili.
Un processo che, oltre alla condanna, lascia in eredità un interrogativo più ampio: come possa consumarsi, nel silenzio di una stanza, una frattura così radicale tra maternità e violenza.
